Traduzione Apologia, Apuleio, Versione di Latino, parte 04-06

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino, parte 04-06, dell'opera Apologia di Apuleio

APOLOGIA: TRADUZIONE DELLA PARTE 04-06

[4] Hai dunque udito poco fa l'esordio dell'accusa: “accusiamo dinanzi a te un filosofo di bell'aspetto e sì in greco, sì in latino - guarda che delitto - facondissimo”. Se non erro, proprio con queste parole diede principio all'accusa Tannonio Pudente, uomo quello lì davvero tutt'altro che facondissimo. Magari egli fondatamente mi avesse rimproverato tali colpe di bellezza e di facondia; mi sarebbe stato facile rispondere come l'Alessandro di Omero a Ettore: “Gli splendidi doni degli dei non sono da rifiutarsi, quanti essi stessi ne donano: uno li vorrebbe pur non avendoli” I doni splendidi degli dei non devono essere mai rifiutati; tuttavia questi abitualmente distribuiti dagli stessi dei, non toccano a molti che li desiderano.Questo avrei detto quanto alla bellezza. Inoltre: è lecito anche ai filosofi essere di nobile aspetto; Pitagora, che primo assunse il nome di filosofo, fu l'uomo più bello del suo tempo; similmente Zenone l'antico, oriundo di Velia, che primo con abilissimo artificio seppe ridurre ogni proposizione a termini contradittori, anche lui, secondo afferma Platone, fu pieno di leggiadria: e così pure molti filosofi sono ricordati di bellissimo aspetto, i quali la grazia del corpo ornarono con la dignità dei costumi. Ma una tale difesa, come ho detto, è ben lontana da un uomo, come me, di mediocre aspetto, a cui la continuata fatica degli studitoglie ogni grazia alla persona, estenua il corpo, prosciuga il succo vitale, spegne il colorito, debilita le forze. Questi miei stessi capelli, che costoro con spudorata menzogna dissero spioventi a bella posta per vezzoso lenocinio, guarda, guarda quanto siano graziosi e delicati, arruffati e lanosi, stopposi e scarruffati e batuffolosi e impannicciati per la lunga incuria, nonché di acconciarli, di scioglierli almeno e spartirli: mi pare di aver detto abbastanza circa l'accusa dei capelli, che costoro hanno mosso quasi fosse un crimine capitale. [5] Quanto all'eloquenza, supposto che io ne abbia avuta, non dovrebbe sembrare cosa strana né odiosa, se fin dalla prima giovinezza, dedicatomi unicamente e con tutte le forze agli studi letterari, sdegnato ogni altro piacere, fino a questa età, forse più di ogni altro uomo con accanito lavoro giorno e notte, io abbia cercato di consegvirla, spregiando e sprecando la mia salute. Ma nessun timore da questo lato, della eloquenza, per quanto io abbia potuto in essa progredire, ho piuttosto il desiderio che il possesso. Certamente, se è vero quanto si dice abbia scritto nelle sue commedie Stazio Cecilio, che l'innocenza è eloquenza, se è vero questo, riconosco e pubblicamente dichiaro che in fatto di eloquenza non la cederò a nessuno. Chi potrebbe essere nella vita più valente espositore di me, che non ebbi mai un pensiero che temessi di esporre? E affermo io stesso di essere facondissimo, perché ogni peccato ho sempre ritenuto nefando; di essere ottimo parlatore perché non esiste nessun fatto o detto mio di cui io non possa publicamente parlare: così come ora parlerò dei versi da me composti che essi hanno creduto di recitare qui quasi a mia vergogna, mentre io, come hai notato, ascoltavo con un riso di sdegno per quegli ignorantoni che li pronunciavano in modo così scorretto. [6] Essi, dunque, hanno cominciato a leggere tra i miei scherzucci letterari un bigliettino poetico su un dentifricio, indirizzato ad un certo Calpurniano, il quale nell'esibire quella lettera a mio danno, non ha certamente visto, per la bramosia di nuocermi, se egli non fosse per caso responsabile con me di quel delitto, se delitto c'era. Perché proprio lui mi aveva richiesto una sostanza per la pulizia dei denti, come attestano i versi, eccoli: Ti saluto, Calpurniano, con versi improvvisati. Ti ho mandato, come hai chiesto, nettezza di denti, splendori di bocca, fatti con arabici aromi,una tenue candifica famosa polverina che liscia e appiana la gengivetta enfiata che spazza via i resti del pranzo di ieri perché non si veda nessuna traccia impura quando avrai schiuso le labbra al sorriso. Di grazia, qual è in codesti versi il detto, il pensiero, che faccia vergogna e che un filosofo non debba volere far suo? Oppure per questo io sono da riprendere, per avere inviato una polverina tratta da piante arabiche a Calpurniano cui sarebbe molto più adatto, secondo la sporcissima usanza degli Iberi, di servirsi, come dice Catullo, della propria urina: per lustrarsi i denti e la rossa gengiva.