Tito Lucrezio Caro: vita, pensiero e opere

Biografia, storia e pensiero del poeta latino Tito Lucrezio Caro, seguace dell'epicureismo. Struttura e stile del poema didascalico De Rerum Natura.
Tito Lucrezio Caro: vita, pensiero e opere
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1Tito Lucrezio Caro: vita

Iscrizione latina
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Le notizie in nostro possesso circa la vita di Lucrezio Caro sono poche e incerte. La fonte più importante per ricostruire la biografia dell’autore è rappresentata dal Chronicon di San Girolamo, risalente al IV secolo d.C., nel quale leggiamo che, negli anni 94-95 a.C., «Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44 ».

Tradotto in italiano: «Nasce il poeta Tito Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto alcuni libri negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all'età di quarantaquattro anni».

Secondo il teologo, quindi, Lucrezio sarebbe nato intorno al 94 a.C. e sarebbe deceduto 44 anni più tardi, nel 50 a.C. Le fonti, però, non sono tutte concordi con queste date, in particolare con quella di morte. Ad esempio Elio Donato, grammatico latino del IV secolo d.C., affermava che il decesso del poeta fosse avvenuto nell’anno dell’assunzione della toga virile da parte di Virgilio, quindi nel 53 a.C.  

Illustrazione di San Girolamo, autore del Chronicon.
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Dalle parole di San Girolamo, si apprendono anche altre due notizie circa la biografia di Lucrezio. La prima riguarda il suo impazzimento per via di un filtro d’amore. Si tratta di un dato assai dibattuto all’interno della critica. È indubbio, infatti, che nell’antichità circolassero delle misture a cui venivano attribuite virtù magiche e che l’autore del De Rerum Natura avesse una personalità contrastata e alla costante ricerca di stabilità, ma questa notizia non è confermata da nessun altro storico, neanche dai più acerrimi detrattori di Lucrezio.  

La seconda notizia, invece, riguarda la sua morte per suicidio: potrebbe essere, questa, un’invenzione nata per screditare la figura di Lucrezio, così strettamente legata all’Epicureismo. È probabile, però, che l’autore sia scomparso improvvisamente, come testimonierebbe lo stato di disordine in cui ha lasciato le sue carte.

Infine, sconosciuto è anche il luogo di nascita e di morte, nonché la condizione sociale di Lucrezio, sebbene secondo molti egli fosse membro dell’aristocrazia.

2Il De Rerum Natura di Lucrezio

L’opera che ha consacrato Lucrezio Caro nell’olimpo della letteratura latina è il De Rerum Natura. Si tratta di un poema didascalico, di natura scientifica-filosofica, scritto in esametri e suddiviso in sei libri. Ogni libro va da un minimo di quasi 1100 versi a un massimo di quasi 1500, per un totale di 7415 esametri. Il poema è probabilmente incompiuto, ma comunque non sembra essere distante dalla sua forma definitiva.

Copertina del De rerum natura di Lucrezio.
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Il titolo, De Rerum Natura, significa letteralmente “Sulla natura”, ed è il titolo corrispondente a un’opera di Epicuro, il perduto Περί φύσεως, composto almeno fino al 300 a.C. In trentasette libri, in esso venivano probabilmente esposte le teorie dell’autore greco, dalla fisica all’etica. 

Sebbene il trattato filosofico del suo maestro avesse una forma in prosa, Lucrezio per la sua opera opta invece la forma poetica. Il motivo di questa scelta è chiarito dallo stesso autore all’interno del De Rerum Natura: nel libro I egli spiega che la poesia, grazie al suo fascino e alla sua chiarezza, è il veicolo ideale per degli argomenti così difficili. La forma in versi si prefigura così – è lo stesso Lucrezio a utilizzare questa similitudine – come il miele con cui il medico cosparge la tazza per rendere ai bambini più piacevole l’assunzione di una medicina amara. 

L’opera di Lucrezio è dedicata a un tale Gaio Memmio: non sappiamo con certezza di chi si tratti, ma la critica è abbastanza concorde nell’identificare questo destinatario dell’opera con un Memmio che fu questore nel 77 a.C., pretore nel 58 a.C. e propretore in Bitinia nel 57 a.C. 

3L’Epicureismo a Roma

Con il De Rerum Natura siamo di fronte alla prima opera filosofica scritta in latino che ci sia pervenuta; in particolare, Lucrezio vi espone al suo interno proprio la filosofia epicurea. Non si può quindi prescindere, parlando di questo autore, dal raccontare del rapporto che Roma aveva con la filosofia epicurea.

Busto del filosofo Epicuro.
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In un primo momento, la diffusione dell’Epicureismo fu fortemente ostacolata all’interno della Repubblica, in particolare dai ceti elevati della società romana. Le idee di Epicuro, infatti, sono per molti versi antitetiche rispetto ai valori romani del Mos Maiorum. Questo è vero in particolare per ciò che concerne la religione, nei confronti della quale il filosofo si pone in atteggiamento polemico: gli dèi, secondo l’Epicureismo, non sono da temere.  

Tuttavia, nel corso del I secolo, la filosofia di Epicuro riesce a farsi spazio a Roma, ottenendo un consenso via via crescente, ma in una duplice veste. Da una parte erano sorti dei circoli culturali nei quali gli aristocratici si riunivano per approfondire la filosofia epicurea, tramite la lettura di testi in greco. Tra questi circoli, vanno menzionati quelli nati in Campania per volere di Filodemo di Gàdara e di Sirone, due filosofi dell’epoca. Dall’altra parte, invece, la dottrina di Epicuro aveva riscosso grande successo anche all’interno dei ceti più bassi e umili, grazie alla circolazione di numerosi scritti epicurei in latino, che però non vantavano grande pregio letterario.

In quest’ottica, con il De Rerum Natura Lucrezio si pone il fine di diffondere a Roma l’Epicureismo, facendolo uscire dai circoli ristretti delle scuole, senza però banalizzarne il contenuto con un’opera di scarso valore letterario.

4La struttura del De Rerum Natura di Lucrezio

Immagine di un manoscritto antico
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Nonostante il De Rerum Natura ci sia giunto probabilmente in una veste incompiuta, è assai probabile che non fosse così distante dalla forma definitiva. La struttura, in particolare, è particolarmente solida e simmetrica.

I sei libri possono, infatti, essere articolati in tre diadi, in cui i temi trattati riguardano fenomeni di dimensioni progressivamente più ampie: dagli atomi (libri I-II), e quindi dalla fisica, si passa all’essere umano (libri III-IV), quindi all’antropologia, per giungere, infine, ai fenomeni cosmici (libri V-VI), e cioè alla cosmologia.

La simmetria si può scorgere anche nei tre proemi, presenti all’inizio dei libri dispari dell’opera (I, III e V) e ognuno dei quali contenente un elogio di Epicuro, il filosofo che ha donato agli umani la sapientia. Alla fine dei libri pari, invece, troviamo delle conclusioni di carattere pessimistico, in un crescendo di intensità. Analizzeremo ora, nello specifico, i contenuti di ogni singolo libro.

4.1Libro I

 Venere nella nota rappresentazione di Botticelli.
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L’incipit del libro I del De Rerum Natura di Lucrezio Caro è arcinoto. Si tratta, infatti, dell’inno a Venere: l’alma Venus è qui invocata dal poeta in quanto incarnazione della natura e della sua forza vitale, argomento cruciale all’interno della riflessione epicurea. Inoltre, l’invocazione a Venere strizza l’occhio anche all’ambiente romano, nel quale l’autore operava. Alla dea, infatti, viene dato l’epiteto di Aeneadum genetrix, ovvero madre della stirpe di Enea, e quindi dei Romani

All’alma Venus, Lucrezio fa tre richieste. La prima è quella di infondere lepos (cioè grazia e bellezza poetica) nell’opera dell’autore, affinché la filosofia di Epicuro sia più accessibile a tutti; la seconda è quella di intercedere presso Marte, dio della guerra, affinché assicuri a Roma un periodo di pace e stabilità. In quegli anni, infatti, la repubblica romana era insanguinata dalle guerre civili. Infine, l’inno a Venere contiene la dedica a Gaio Memmio e la captatio benevolentiae a lui rivolta.

Dopo l’incipit, che costituisce il premio generale dell’opera, è contenuto il proemio proprio del primo libro. Lucrezio lo dedica a Epicuro: si tratta del primo di quattro elogi al filosofo greco che scandiscono l’intero De Rerum Natura. Epicuro è qui rappresentato come il Graius homo, l’uomo greco che per primo tentò di combattere le paure dell’uomo legate all’ignoranza e alla superstizione, liberandosi dall’oppressione della religione, tramite lo studio delle leggi naturali. Fa seguito all’elogio a Epicuro il racconto del sacrificio di Ifigenia, che nel mito fu uccisa dal padre Agamennone per placare l’ira degli dei. 

4.2Libro II

Nel secondo libro del De Rerum Natura è contenuto l’elogio della atarassia, ovvero quell’equilibro interiore a cui l’uomo deve tendere. Per riuscirci, deve imparare a domare le proprie passioni: solo sottraendosi a queste, potrà liberarsi dalla morsa dell’inquietudine e ottenere così la serenità. Nel libro II, inoltre, Lucrezio espone la teoria degli atomi, il cui movimento è imprevedibile grazie al clinamen, cioè l’inclinazione rispetto alla verticale: la molteplicità delle combinazioni genera la varietà delle cose che sono nel mondo.  

4.3Libro III

Nel libro III del De Rerum Natura, Lucrezio si dedica alla confutazione della paura della morte, perfettamente in linea con il noto precetto epicureo. Secondo il filosofo greco, infatti, non bisogna aver paura della morte, perché quando lei c'è noi non ci siamo, e quando ci siamo noi, lei non c’è. Secondo Lucrezio, quindi, non esiste per l’uomo una vita dopo la morte: l’anima non sopravvive al corpo; entrambi periscono nello stesso momento.  

4.4Libro IV

Ritratto di Epicuro
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Qui Lucrezio espone la teoria gnoseologica di Epicuro: secondo il filosofo, la sensazione è il primo e fondamentale canone di verità. Lucrezio cerca quindi di rinvenire l’origine fisica delle diverse sensazioni corporee e dei sogni. La conclusione a cui si giunge è che le sensazioni sono prodotte dai simulacra, delle sottili membrane di atomi che si staccano dalla superficie delle cose e colpiscono gli atomi degli organi di senso. È questo il punto di partenza per un’indagine disincantata della psicologia amorosa: qui la sfera sessuale (libido) si contrappone alla passione amorosa (cupido). La prima è ben accettata, la seconda, invece, condannata. 

4.5Libro V

Il libro V del De Rerum Natura contiene una riflessione sul cosmo e, in particolare, viene esposta la teoria della non eternità del mondo. La Terra, infatti, sarebbe nata dalla combinazione causale degli atomi e sarebbe, di conseguenza, frutto del caos. Viene così negato l’intervento del divino e del soprannaturale. Infine, Lucrezio si apre a una riflessione sulla storia dell’umanità che abbraccia il periodo che va dall’età primitiva fino alla nascita delle società.

4.6Libro VI

Rappresentazione di Atene
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L’ultimo libro del De Rerum Natura si apre con la spiegazione di alcuni fenomeni naturalicome fulmini, malattie, terremoti, eruzioni vulcaniche – che sono per l’uomo fonte di paura. In particolare, Lucrezio si sofferma sulla causa delle epidemie, portando come esempio la peste di Atene del 430-429 a.C., durante la guerra del Peloponneso. Atene, punto di arrivo della civiltà umana, fu messa in ginocchio da un morbo, arrivando a toccare il culmine della sofferenza umana. 

È quindi un’immagine disperata quella con cui si conclude il poema, in netto contrasto non solo con l’invocazione iniziale a Venere, ma anche con l’ottimismo tipico della filosofia epicurea. Proprio questo finale dalle tinte catastrofiche ha indotto i critici a pensare che il finale che Lucrezio aveva immaginato per il De Rerum Natura fosse diverso. In particolare, nel libro V l’autore accenna alle dimore degli dèi, con la promessa di svilupparne una più ampia descrizione nella stessa opera. È verosimile, quindi, che il poema dovesse concludersi con tale idilliaca immagine. 

5La lingua e lo stile di Lucrezio

Lingua e stile del De Rerum Natura di Lucrezio
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Non meno interessante è l’analisi linguistica e stilistica del De Rerum Natura di Lucrezio Caro. Lo stile dell’autore è originale ed elevato, capace di elevarsi al sublime; è questa, ovviamente, una scelta in linea con l’importanza della materia trattata. 

Per quanto riguarda l’analisi metrica e retorica, ricorrenti sono le apostrofi con cui Lucrezio si rivolge al suo destinatario, Gaio Memmio, invitandolo a tenere alta la concentrazione: con lui, l’autore instaura un fitto dialogo. Massicciamente presenti anche l’allitterazione e altre figure di suono, le perifrasi.

La sintassi fa ampio ricorso all’asindeto; il lessico è ampio e ricco di arcaismi e termini settoriali (appartenenti al mondo tecnico-filosofico), presenti con il fine di innalzare il tono della descrizione.