Tito Livio: biografia e opere

Tito Livio: biografia e opere A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Biografia e libri di Tito Livio, storico romano autore della storia di Roma dalla sua fondazione alla morte di Druso: Ab Urbe condita

1Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.)

Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.)
Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) — Fonte: getty-images

Scrivere di storia pone sempre il dilemma dell’oggettività. Lo storico italiano Alessandro Barbero, nelle sue lezioni, mette sempre in luce l’impossibilità di ricostruire esattamente come sono andati i fatti: la storia non è una scienza esatta. Eppure, da sempre, l’uomo ha raccolto le sue memorie per trasformarle in una narrazione complessa – la Storia appunto – cercando di passare dalla soggettività all’oggettività.

Tito Livio, lo storico più importante dell’età augustea, scrisse la monumentale opera Ab Urbe Condita, la più ampia storia di Roma dal 753 a.C., anno della sua fondazione, al 9 a.C. anno della morte del generale Druso, seguendo la tradizione annalistica: una tradizione storiografica che doveva essere oggettiva, quasi asettica, e che lui trasforma in un continuo movimento drammatico animato da grandi personaggi e strutturato sui grandi eventi memorabili.

Livio vedeva nella storia qualcosa di più di una mera successione di fatti: vi scorgeva il senso di un popolo superlativo, i Romani, e l’analisi del triste presente che si viveva in quegli anni martoriati dalle guerre civili. Livio ama visceralmente Roma ed è l’autore che più ha contribuito a creare l’immagine della romanità: era questa forse una magra consolazione perché intanto il princeps all’obiettivo dichiarato di restaurare quella virtus romana, poneva come duro prezzo la rinuncia definitiva alla libertas.

2Vita di Tito Livio

La vicenda biografica di Livio si svolge nella fase acuta della crisi repubblicana che portò all’Impero: la lunga fase delle guerre civili, il secondo triumvirato e l'ascesa di Augusto. Ignoriamo il cognomen di Livio, ma era di famiglia più che benestante e lo dimostra il fatto che visse sempre della sua attività letteraria, senza protettori e senza la necessità di ricoprire cariche pubbliche. 

Da Padova, dove era nato, nel 30 a.C. (ca.), si trasferì a Roma per svolgere le sue indagini storiografiche: sì, come un topo di biblioteca, Livio si mise a scartabellare le fonti e a studiare le opere degli altri storiografi: era la documentazione necessaria alla sua grande opera e fu l’opera della sua vita, l’unica cui attese e che cominciò a pubblicare tra il 27 e il 25 a.C., quando uscì il primo libro. 

Questo ambizioso progetto – romanamente ambizioso, potremmo dire – attirò l’attenzione dello stesso Augusto. A quanto sembra, il Princeps gli affidò anche l’educazione del nipote adottivo Claudio, il futuro imperatore.

Da un punto di vista politico Livio ebbe idee conservatrici, in pieno accordo con il clima culturale della stessa Padova, nota per la sobrietà e la morigeratezza dei suoi costumi. Insomma amava l’austerità tipica della Roma antica fatta di equilibrio morale, rispetto religioso e amor patrio, i principi su cui fondò la sua condotta di vita.

Ottaviano Augusto
Ottaviano Augusto — Fonte: getty-images

Era un pompeiano convinto (lo stesso Augusto amava scherzare di questo), un repubblicano dunque e, di conseguenza, avverso a Cesare e all’Impero: esaltò sempre i principi della res publica senza mai però urtare la sensibilità del principato di Augusto che, per altro, assunse questi stessi principi, almeno formalmente, a fondamento del suo governo. Livio esaltò i principi repubblicani antichi senza denunciare apertamente la loro violazione nel presente.

In questo Livio appoggiò implicitamente il principato augusteo, essendo uno strenuo sostenitore della virtus romana, esaltata nelle figure esemplari che la storia di Roma aveva fin lì mostrato; ed era questa la base su cui Augusto fondava il suo potere e la sua propaganda, miranti al risanamento morale della società.

3Ab Urbe condita libri, «i libri dalla fondazione di Roma»

Miniatura del manoscritto Ab Urbe condita libri di Tito Livio
Miniatura del manoscritto Ab Urbe condita libri di Tito Livio — Fonte: getty-images

Della monumentale opera liviana a noi è arrivata solo la parte che riguarda la parte più antica della storia di Roma, anche se Livio riservò lo spazio maggiore agli anni più recenti: lui stesso osserva con stupore, al libro XXXI, che per raccontare soli 63 anni di storia, dalla fine della Prima Guerra Punica alla fine della Seconda, gli sono stati necessari ben 15 libri.

L’opera comprendeva in tutto 142 libri (a noi ne sono arrivati solo 35) scritti annalisticamente, cioè anno per anno o divisi per gruppi di 5 o 10 anni, una divisione corrispondente sia alle date di pubblicazione dei vari libri, sia all’unità tematica che Livio voleva trattare.

Questi gruppi, detti pentadi e decadi, avevano infatti come caratteristica tematica la trattazione di una guerra. Purtroppo, proprio l’uso romano di pubblicare le opere voluminose in sezioni distaccate e frazionate nel tempo, ha favorito lo smarrimento di gran parte dell’opera liviana.

Per questo, particolare importanza hanno le epitomae (estratti) e le periochae, (compendi) che ci hanno permesso di ricostruire gli argomenti trattati da Livio nei libri per noi perduti, tranne per i libri CXXXVI e CXXXVII.

Di seguito, la suddivisione dei 35 libri arrivati fino a noi:  

  • Prima decade, Libri I-X: dalle origini di Roma alla fine delle guerre sannitiche nel 293 a.C. Protagonista è la città di Roma e l’inizio della sua crescita.
  • Seconda decade: Libri XI-XX: andata perduta, trattava le guerre contro Pirro e la prima guerra punica.
  • Terza decade, Libri XXI-XXX: costituisce una unità a sé, con tanto di proemio, e tratta esclusivamente della seconda guerra punica e del suo grande protagonista, Annibale. Pur nell’unicità del tema trattato, la decade è divisa in due parti: la prima è dedicata alle sconfitte dei Romani, mentre la seconda alla ripresa dei Romani fino al trionfo finale di Scipione.
  • Quarta decade, Libri XXXI–XL: insieme alla pentade successiva, tratta della seconda guerra macedonica contro Filippo V (primi 5 libri), della guerra contro Antioco di Siria (seguenti 5 libri), della terza guerra macedonica contro Perseo (ultimi 5 libri).

Del resto dell’opera ci sono arrivati solo frammenti, tra i quali la morte di Cicerone nel libro CXX

4Tito Livio: lo stile e l’utilizzo delle fonti

Tanto Sallustio era incisivo nella sua ricerca della brevitas, tanto Livio è fluido e abbondante, di stile decisamente ciceroniano, sicuramente più attento al bello stile che non all’esattezza storica dei fatti, anche perché in genere non usava fonti storiche o documenti autentici, ma fonti letterarie, senza alcun tipo di verifica. 

Tra queste fonti troviamo soprattutto gli annalisti romani, gli scritti di Celio Antipatro per la seconda guerra punica, Polibio e Catone. Non dobbiamo però pensare ad un uso del tutto acritico delle notizie, quanto piuttosto ad una scelta accurata, basata anche sul buon senso e comunque finalizzata all’impostazione didattica, morale e patriottica che voleva dare alla sua opera. 

Visto che per Livio, secondo un’affermazione già di Cicerone, la storia è opus oratorium maxime va di conseguenza che egli utilizzi uno stile oratorio, e quindi ciceroniano, con l’obiettivo della famosa lactea ubertas, costruito su simmetrie, analogie e ritmi ben cadenzati per mettere in risalto i vari aspetti e i vari momenti della narrazione. 

Numerosissimi gli aneddoti narrati, utili per avere informazioni antropologiche sulle popolazioni e le abitudini del tempo.

Il metodo usato da Livio nella composizione del testo è piuttosto semplice: egli segue quasi sempre un’unica fonte, che rielabora obbedendo a criteri di funzionalità narrativa e prende fonti già letterarie non documenti d’archivio. Su questa basa lui, attraverso continui innesti, crea l’ossatura della sua opera.

E proprio il carattere narrativo dell’Ab urbe condita è parte del fascino dell’opera stessa e frutto di una visione della storiografia come opus oratorium maxime, cioè come forma perlopiù di eloquenza, secondo la definizione di Cicerone (Leg., 1, 5, 21).

La scelta della fonte non risponde, invece, ad un medesimo criterio: può essere, di volta in volta, la più antica o la più dettagliata – è quindi acritico nel loro utilizzo – o quella che meglio si presta ad una visione moralistica.   

Livio consulta gli annalisti latini arcaici (Valerio Anziate, più raramente Fabio Pittore), le “Origines” di Catone e per gli anni successivi Celio Antipatro ed il greco Polibio e Posidonio d’Apamea.   

Ma ci sono anche le fonti prettamente letterarie, quali le opere poetiche (poemi epici e "fabulae praetextae") di Nevio, di Ennio e di altri poeti, e gli scritti eruditi di Varrone Reatino.   

Non possiamo poi dimenticare le fonti orali alle quali appartengono le tradizioni sia popolari sia colte, oltre alle indagini antiquarie svolte da lui stesso.   

Nel trattare la materia storica, Livio non si preoccupa di analizza le strutture economiche e sociali, o di offrire descrizioni geografiche e informazioni cronologiche particolarmente precise; egli si limita, se così si può dire, a rappresentare gli eventi drammaticamente, così che le persone e le cose diventino protagonisti di un racconto di vicende ricche di pathos: un modo, spiega lo storico Luciano Canfora, per mantenere viva la memoria ed «impedire che si raffreddino i fatti» rievocati.

5Il pensiero politico di Livio

Tito Livio
Tito Livio — Fonte: istock

La finalità di questa immensa opera è spiegata da Livio nella prefazione, di cui vale la pena leggere qualche estratto e qualche spunto di analisi. 

[1] Facturusne operae pretium sim si a primordio urbis res populi Romani perscripserim nec satis scio nec, si sciam, dicere ausim, [2] quippe qui cum veterem tum volgatam esse rem videam, dum novi semper scriptores aut in rebus certius aliquid allaturos se aut scribendi arte rudem vetustatem superaturos credunt. [3] Utcumque erit, iuvabit tamen rerum gestarum memoriae principis terrarum populi pro virili parte et ipsum consuluisse; et si in tanta scriptorum turba mea fama in obscuro sit, nobilitate ac magnitudine eorum me qui nomini officient meo consoler. (…) [8] Sed haec et his similia utcumque animadversa aut existimata erunt haud in magno equidem ponam discrimine: [9] ad illa mihi pro se quisque acriter intendat animum, quae vita, qui mores fuerint, per quos viros quibusque artibus domi militiaeque et partum et auctum imperium sit; labente deinde paulatim disciplina velut desidentes primo mores sequatur animo, deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire coeperint praecipites, donec ad haec tempora quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus perventum est. [10] Hoc illud est praecipue in cognitione rerum salubre ac frugiferum: omnis te exempli documenta in inlustri posita monumento intueri; inde tibi tuaeque rei publicae quod imitere capias, inde foedum inceptu foedum exitu quod vites. 

[1] Se comporrò un’opera di valore, avendo raccontato per intero dall’inizio le vicende della città del popolo romano, né lo so per certo né, se lo sapessi, oserei dirlo, [2] perché mi rendo conto che l’argomento è tanto passato di moda quanto arcinoto, mentre gli storici moderni pensano sempre o di riportare qualcosa di più certo sui fatti o di superare nell’arte dello scrivere lo stile rozzo degli antichi. [3] Comunque sia, sarà tuttavia utile essermi preso cura secondo le mie possibilità e in prima persona del ricordo delle imprese del popolo più importante del mondo; e se in una così gran folla di storici la mia fama fosse oscurata, mi consolerei con la nobiltà e la grandezza di quelli che metteranno in ombra il mio nome. (…) [8] Ma di certo io non terrò in grande considerazione queste cose e quelle simili a queste, in qualunque modo possano essere considerate e valutate: [9] ciascuno di per sé, per favore, rivolga puntualmente l’attenzione a ciò, quale sia stato il tenore di vita, quali i costumi, grazie a quali uomini e capacità in pace e in guerra il dominio [di Roma] sia sorto e si sia sviluppato; ponga poi ancora attenzione a come, man mano che il rigore morale veniva meno, i costumi dapprima si siano infiacchiti, poi come siano sempre più degenerati, infine come abbiamo iniziato a precipitare, finché si è giunti a questi tempi in cui non possiamo tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi. (…) [10] È soprattutto questo che vi è di salutare e utile nella conoscenza della storia, che si possa avere sotto gli occhi modelli di ogni genere ricordati in un’opera illustre; da qui seleziona per te e per il tuo stato ciò che va imitato, da qui ciò che di vergognoso va evitato sia all’inizio che alla fine.  

L’incipit della Praefatio è solenne, ed evoca ritmicamente – epicamente – l’esametro latino come fa notare Gian Biagio Conte perché le tre parole Facturusne operae pretium costituiscono il primo emistichio di un esametro (la prima parte), secondo un espediente adottato prima da Sallustio e in seguito anche da Tacito.   

La prosa con cui si apre l’Ab urbe condita è molto ricca e complessa con un periodare ampio e dominato dall’ipotassi con l’effetto di una grande fluidità narrativa che contrasta con lo stile sallustiano, incline alla brevitas e all’inconcinnitas. Livio porta i nostri occhi a guardare alla gloria antica e ai valori della Roma delle origini.   

Il tono è amareggiato, e Livio sottolinea che non ci si trovi in una nuova età dell’oro e Augusto non è un uomo della provvidenza, un novello Saturno. Il meglio era già nel passato e qualcosa a un certo punto ha incrinato il meccanismo della formidabile civiltà romana. Il pessimismo acuto e quasi fatalistico, diverso da quello di Sallustio. Livio ritiene che Roma deve la rovina alla sua stessa grandezza e nulla potrà sanare questa situazione. L’unica consolazione possibile è guardare all’antico e trarne gli esempi più fulgidi della perduta virtus. Del resto, è stato solo grazie alle straordinarie doti morali dei suoi antenati, che Roma ha potuto diventare così potente e Augusto ha sicuramente il merito di voler restaurare i valori etici del mos maiorum.  

Secondo Livio, la storia può insegnare secondo l’antico adagio Historia magistra vitae. Possiamo così apprendere ciò che è giusto per la patria e possiamo prendere esempi comportamentali sia dai personaggi reali sia da quelli leggendari o mitologici poiché, tratteggiati in modo da acquistare un valore esemplare, rappresentano di volta in volta, i boni mores come la fides la gravitas, la pietas o, al contrario, i vizi da evitare.

Livio mostra di essere un grande scrittore e un fine conoscitore dell’animo umano: il carattere dei personaggi emerge con chiarezza e la narrazione degli eventi procede con grande vivacità, anche grazie alla ricchezza delle fonti da cui attinge le notizie e da cui trae i dettagli che rendono la lettura più appassionante e umana.

Statua di Erodoto
Statua di Erodoto — Fonte: getty-images

Lo storico Alessandro Barbero in molti dei suoi interventi ricorda che la storiografia si suddivide in due grandi branche, secondo il modello di Erodoto e quello di Tucidide, i primi due grandi storiografi greci. Erodoto era attento ai fatti degni di memoria ed esemplari, agli aneddoti gustosi e ai grandi personaggi; Tucidide ci ha invece raccontato tutti i processi storici della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta.  

Livio, come Erodoto, è appassionato più dai grandi eventi e dai grandi personaggi che non dai processi storici veri e propri. Infatti è molto meno attento ad analizzare le questioni economiche o sociali, quasi estranee alle vicende romane. Anche l’obiettività nei confronti del popolo romano (sconfitte memorabili, comportamenti irriguardosi etc.) viene spesso meno. È difficile mostrare i propri scheletri nell’armadio…  

Tuttavia dobbiamo rendere a Livio un grande merito: l’opera, tesa a glorificare la virtus romana e l’ideale della pax augusta, attraverso il punto di vista di un nostalgico degl’ideali repubblicani, oltrepassa i dettami dell’opera storica in senso stretto, e diventa una sorta di poema epico in prosa con un chiaro intento morale non poi così lontano dall’epopea narrata da Virgilio

Anche Livio è appassionato dagli eroi, dagli interventi divini, dalla missione di Roma nel mondo: questo è il suo modo di interpretare la storia, in modo Romano-centrico, e questo lo rende in definitiva uno storico onesto con i suoi principi culturali e intellettuali. 

    Domande & Risposte
  • Chi è stato Tito Livio?

    E’ stato uno storico romano autore della Ab Urbe condita libri (storia di Roma dalla sua fondazione alla morte di Druso).

  • Cosa ha scritto Tito Livio?

    Gli Ab Urbe condita libri, la più ampia storia di Roma dal 753 a.C., anno della sua fondazione, al 9 a.C. anno della morte del generale Druso.

  • Quali sono i temi trattati nel Ab Urbe Condita?

    Il tema della guerra e delle origini di Roma.