Tema sulla fortuna per Machiavelli

Di Redazione Studenti.

La fortuna per Machiavelli: tema argomentativo svolto sul concetto di fortuna secondo l'autore de Il Principe

MACHIAVELLI: LA FORTUNA

Niccolò Machiavelli
Niccolò Machiavelli — Fonte: getty-images

E assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi che, quando s’allagano e’ piani, ruinano gli alberi e gli edifizii, lievono da questa parte di terreno, pongono da quell’altra: ciascuno fugge loro dinnanzi, ognuno cede allo impeto loro, senza potervi in alcuna parte obstare. E benchè sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessimo fare provvedimenti, e con riupari e argini, in modo che, crescendo poi, o egli andrebbano per uno canale, o l’impeto l’oro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso.

Possiamo notare in questo breve spezzone l’idea che Niccolò Machiavelli aveva sia della virtù che, in special modo, della fortuna. Infatti, qui paragona quest’ultima ad un fiume in piena che, straripando, travolge e distrugge ogni cosa. Ma l’uomo virtuoso può evitare che ciò accada quando il fiume è calmo. Può infatti costruire delle dighe, porre dei ripari ed evitare che un cambiamento del fiume, quindi della fortuna, rovini tutto ciò che in precedenza questa gli ha concesso.

Niccolò Machiavelli fu un uomo che si preoccupò moltissimo, per la durata della sua intera vita, del rapporto tra virtù e fortuna. Giunse presto alla conclusione che la virtù non può ottenere nulla senza la fortuna e viceversa. Infatti, un uomo fortunato se non è virtuoso non sarà mai in grado di far fruttare tutto quel che la sorte gli ha donato e finirà per perderlo.

Al contrario, un uomo virtuoso non avrà mai la possibilità di utilizzare le proprie virtù senza che la fortuna gliene dia occasione. Possiamo quindi dire che entrambe sono alla base della vita di ognuno di noi ma per capire ciò a pieno dobbiamo ben definirle.

La virtù intesa da Machiavelli è un insieme di qualità eroiche che si esplicitano nel sapere, nelle attività umane e soprattutto nella politica. Questa è molto differente dalla virtù intesa come insieme di qualità morali citata e richiesta dalla chiesa perché un uomo virtuoso non necessariamente deve essere buono con gli altri, altruista, pronto a rinunciare a qualunque cosa se mai questa dovesse danneggiare o sfavorire l’altro.

FORTUNA IN MACHIAVELLI

L’uomo virtuoso quindi, per la chiesa dev’essere grande d’animo e non solo di fama, per Machiavelli deve essere grande nelle proprie capacità e quindi più di fama che d’animo: può anche essere perfido, crudele, avaro ma l’importante è che sia vincente. La fortuna è invece un destino cieco e casuale quindi un quid imponderabile. Per capirla a pieno è abbastanza utile ricordare un paragone dello stesso Machiavelli.

Questo infatti, forse in maniera un po’ maschilista, diceva che la fortuna è donna e se la si vuole sottomettere la si deve percuotere e contrastare. Gli uomini quindi, se virtuosi, devono essere in grado di modellarsi secondo la fortuna e devono quindi essere impetuosi e irruenti o cauti e calmi in base alle situazioni che il caso gli offre. Al giorno d’oggi, non tutti hanno ben chiara questa distinzione e spesso cadono in errore sottovalutandola e fraintendendo quel che sono in realtà queste due entità.

Spesso la virtù non è realmente conosciuta e l’aggettivo “virtuoso” diventa una parola come un’altra con cui un uomo definisce un altro quando questo è migliore di lui, ma ciò non implica che quello sia necessariamente un grande uomo perché potrebbe anche essere un uomo che ha più qualità di un uomo che probabilmente non ne ha.

In ogni caso, l’errore più grande che si fa è quello nel definire la fortuna. Spesso la si chiama così, spesso caso o destino. A mio parere non è per nulla appropriato chiamarla fato perché il fato non ci lascia alcuna scelta, ci imprigiona in quel che per noi è stato precedentemente stabilito. Invece, la fortuna è maggiormente designabile come destino perché il destino può cambiare, noi possiamo cambiarlo a seconda delle nostre azioni, delle nostre capacità e delle nostre virtù.

Il fatto che oggi non tutti conoscono questa distinzione mi spinge a pensare che nella società esistono inconsapevolmente due grandi gruppi: quelli che conoscendola a pieno chiamerebbero la fortuna “fato” perché si ritrovano in un mondo che cambia ogni secondo, un mondo spesso ingiusto e incomprensibile.

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Questi uomini non essendo particolarmente virtuosi non riescono a risalire dopo essere sprofondati nelle difficoltà e a dominare quel che il caso gli offre. Si fanno quindi sfuggire centinaia di possibilità o non ricevendone alcuna non si sforzano di far cambiare le cose ma continuano a lamentarsi delle troppe che non vanno come gradirebbero ma che non cambieranno mai. Poi, c’è un altro tipo di uomo, l’uomo che conosce questa distinzione, l’uomo che vede la fortuna come destino che può correggere e modellare a suo piacimento: una realtà che seppur mutabile, crudele, ingiusta, può governare. A mio parere, il primo gruppo rappresenta gli uomini privi di virtù, coloro che sono abituati a soccombere e non conoscono altro se non la tristezza causata da quel che loro chiamano sfortuna ma che in verità è solo quella fortuna che non sono in grado di dominare. I secondi invece, rappresentano gli uomini potenti, gli uomini in grado di farsi strada qualunque sia la loro situazione, gli uomini che non conoscono la sfortuna perché non sono schiavi della fortuna ma padroni indiscussi di questa.

FORTUNA, FATO, DESTINO

Nel pensiero Machiavelliano che io condivido a pieno, possiamo quindi notare che lui crede più nella fortuna come destino piuttosto che come fato. Crede che la fortuna ci dia determinate cose materiali o possibilità, ma che la permanenza di queste debba esserci data dalla forza che impieghiamo per tenercele strette e dai nostri comportamenti che dobbiamo modellare a seconda delle situazioni in cui ci troviamo.

Il più grande esempio per capire ciò è quello riportato in precedenza: un uomo può possedere grazie alla fortuna un terreno, può quindi per ipotesi averlo ereditato, ma sta a lui mantenerlo con la propria forza e la propria astuzia. Se l’uomo non fosse virtuoso, rovinerebbe tutto e perderebbe la propria eredità, ma se questo possedesse grandi qualità costruirebbe delle dighe per evitare che l’acqua del fiume (rappresentante l’incostanza della fortuna) straripando distrugga il raccolto. Ciò significa che se l’uomo non ha cura della propria fortuna finirà per perderla e iniziare a credere di essere schiavo di questa padrona indiscutibile che si muterà così in quella permanente disgrazia che poi finirà per chiamare sfortuna.

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