Tema su Polifemo

Di Redazione Studenti.

Un racconto in prima persona che immagina il punto di vista di Polifemo. L'Odissea vista dalla prospettiva ribaltata del Ciclope

TEMA SU POLIFEMO

Ulisse acceca Polifemo
Ulisse acceca Polifemo — Fonte: ansa

Il giorno che conobbi Nessuno era una bella giornata. Il sole splendeva, il mare luccicava per la luce del sole, le aquile volavano leggere sui boschi e le montagne.

Ero poco lontano dalla mia grotta, su un alto promontorio che svettava su un mare tranquillo. Ero lì, all’ombra degli allori, a far rientrare i greggi nella stalla, recintata da un alto muro di pietra. Qualche passo più in la, si erigeva la mia grotta, che sembrava incastonata tra i pini e le querce.

Mi restava di far rientrare alcune pecore nell’ovile, quando sentii dei rumori provenire dalla mia grotta. Mi voltai di scatto e vidi un’ombra che si infilava nel mio antro. Lasciai le ultime pecore fuori dell’ovile e corsi subito nella mia grotta, per vedere cosa stava accadendo. Li vidi: erano circa una dozzina, correvano nella mia grotta, veloci come formiche e facevano razzia di tutto il cibo che trovavano. Afferrarono le carni di pecora, il formaggio lasciato a stagionare. Correvano svelti nell’antro, sulle loro gambette fragili.

Uno di loro si accorse della mia presenza, e gridò ai compagni “Compagni, fuggite, presto! Un mostro, un mostro orribile!”. Gli altri si fecero prendere dal panico, e si agitarono. Allora, prima che riuscissero a sgusciare via dalla grotta, afferrai un enorme masso, e lo feci rotolare velocemente sull’entrata, e così la chiusi.

Il panico fra di loro crebbe ancora, e a quel punto chiesi loro “ Chi siete voi, per entrare in casa mia senza il mio permesso? Ditemelo!”. Allora dal gruppetto, mosse qualche passo un piccolo uomo, che con voce decisa ma con una vena di timore, mi disse “ Noi siamo Achei. Stiamo tornando dalla guerra di Troia. Abbiamo attraversato il mare solcato da venti impetuosi, diretti in patria: Zeus ha  deciso così e noi non possiamo ribellarci al suo volere. Neanche tu dovresti, perché sa diventare terribile contro chi non rispetta i viaggiatori, gli stranieri e i supplici…”.

A quelle parole mi venne da ridere, e gli risposi a tono “Ah, piccolo uomo, qui non c’è Zeus a proteggerti! Credi che ti lascerei andare solo per compiacerlo? Me ne infischio del suo “volere divino”, io ne sono di gran lunga più forte. Piuttosto, dimmi dove hai ormeggiato la tua nave…”. L’omino si fece bianco in volto e per qualche secondo stette in silenzio. Poi ribatté: “La mia nave ora giace chissà in quale punto negli abissi dell’oceano. Poseidone stesso me l’ha scaraventata contro gli scogli aguzzi, con il favore dei venti impetuosi”.

Stolto umano! Credeva che con quelle parole lusinghiere, onorando mio padre si sarebbe salvato. Allungai le mani verso la compagnia e afferrai due omini. Si divincolavano come serpenti bloccati da un bastone sul dorso. Picchiavano sulle mie dita, le mordevano, ma i loro dentini non potevano farmi nulla. Li portai alla bocca tutti e due e me li ficcai in bocca. Sentivo le loro fragili ossa frantumarsi sotto i miei denti e il loro sangue scendermi in gola. A quella vista, gli altri omini si terrorizzarono ancora di più, perché avevano capito che la loro morte sarebbe stata vicina. Avevo ancora fame.

Alla vista dei suoi compagni mangiati, l’esserino che mi parlò all’inizio mi rivolse nuovamente la parola e mi disse “Ciclope, sarai assetato dopo questo pasto. Accetta questo vino e assaggialo: l’ho portato dalla nave come offerta, se tu mi avessi lasciato partire. Ma invece, sei un mostro: uccidi gli ospiti per nutrirtene. Se continuerai in questo modo, non un uomo giungerà su quest’isola, a causa della tua inciviltà e selvatichezza. Il tuo comportamento è orribile”. Assaggiai il vino: era sublime, la sua dolcezza era eccezionale. Nessun vino che avevo mai assaggiato aveva quel sapore straordinario. E più scendeva in gola, più cresceva la mia voglia di berne ancora.

Cercai allora di essere buono con questi Achei. Visto che tenevano così tanto alle buone maniere dissi all’uomo: “Per favore, vorrei ancora del vino. È davvero squisito. Le vigne di quest’isola, anche se irrorate dalle piogge mandate da Zeus, non sono neanche lontanamente paragonabili a questo nettare che tu mi offri. Ti prometto che se mi darai dell’altro tuo vino, ti lascerò andare, te lo giuro. Ma ora, dimmi il tuo nome…”. Quel vino aveva un effetto quasi ipnotizzante su di me, ed ecco che l’omino mi porse un altro boccale traboccante di quel vino dal rosso acceso. “Vuoi sapere il mio nome, Polifemo? Te lo dirò, soltanto se ti dopo ci libererai. Io mi chiamo Nessuno…” disse l’omino. Che strano nome aveva quell’essere: è proprio vero, gli stranieri sono così diversi da me.

E mentre stringevo il boccale in mano e lo portavo alla bocca, avvertii quella sensazione celestiale, del vino che scendeva in gola. Che stolti quegli Achei, credevano davvero che li avrei liberati? Allora gli risposi: “Nessuno, eccoti il mio dono speciale. Sarai l’ultimo ad essere mangiato”. 

Improvvisamente, sentii gli occhi pesanti come macigni. Avevo un sonno terribile. Iniziai a vedere le figure sfocate. Senza volerlo, caddi in un sonno profondo e sognai. Sognai la bella Galatea, che correva in un prato fiorito, chiamandomi per nome. Io cercavo di rincorrerla, ma lei sembrava irraggiungibile. Correvo da molto tempo, ma la stanchezza non si faceva sentire. All’improvviso, un dolore lancinante bruciò i miei sogni. Tentai di riaprire l’occhio, ma era proprio da lì che proveniva quella fitta di dolore terribile. Mi portai subito le mani all’occhio, e sentii un enorme trave di legno conficcata nell’occhio. Avvertii un bruciore tremendo che accompagnava il dolore della trave.

Allora capii: quei maledetti tesserini avevano approfittato del mio sonno profondo e avevano trafitto il mio occhio con una trave arroventata. Il dolore aumentava sempre di più, riuscivo a sentire le voci di quei dannati Achei correre per tutta la grotta. Chiamai invano i miei fratelli a gran voce “Fratelli, fratelli! Accorrete, presto! Nessuno mi ha ucciso, Nessuno!”. Non capivo perché nessuno accorreva, forse perché erano molto distanti dalla mia grotta. Allora mi tolsi via la trave tremenda e corsi a spostare il macigno che bloccava l’entrata della porta, liberando il gregge, tentando di acciuffarli mentre correvano via. Mi sedetti sull’entrata della grotta, così se qualche esserino avesse tentato di fuggire, lo avrei afferrato. Ma  non fu così. Tastavo il terreno sull’uscio della grotta, cercando di avvertire qualche Acheo sotto le dita, ma quello che percepivo era solo il dorso lanuginoso delle mie pecore e montoni. Continuando a toccare il terreno, riconobbi dalle ruvide corna, il migliore ariete del gregge. Ma si comportava in modo strano: solitamente, quando usciva dall’antro, era vivace e correva a brucare l’erba e la sera, al ritorno, era il primo ad entrare nell’antro. Ora invece sembrava come spossato, avvilito, come se fosse triste per il dolore che io stavo patendo a causa di quell’omino. Oh, ma prima o poi dovrà uscire, e in quel momento, verrà la mia vendetta. Nessuno, non mi sfuggirai…