Tema: descrivi la tua scuola ideale

Di Redazione Studenti.

Tema argomentativo sulla scuola ideale: riferimenti alla scuola di Barbiana, avviata da don Lorenzo Milani negli anni Cinquanta

DESCRIVI LA TUA SCUOLA IDEALE

Come sarebbe la tua scuola ideale?
Come sarebbe la tua scuola ideale? — Fonte: getty-images

La scuola è da sempre al centro di discussioni di ogni tipo.

Si tratta di un'istituzione molto importante per la vita di uno stato e ogni governo cerca costantemente di intervenire per plasmarla. In questo modo, nonostante decenni di malessere e accese manifestazioni di dissenso, la scuola media superiore non è poi cambiata molto nell'ultimo mezzo secolo, se si eccettuano alcune riforme, qualche lieve cambiamento dei programmi e delle nuove sperimentazioni.

Di proposte se ne sentono molte e di tutti i tipi: riformare nuovamente l'esame di maturità, inserire nuove materie e nuovi metodi didattici, ad esempio. Tutto questo non mi rende però ottimista. Se da un lato sarebbe piacevole non dover più affrontare la maturità come una sorta di giudizio universale dal risultato imprevedibile, è anche vero che le innovazioni di cui l'istruzione ha bisogno sono a mio avviso ben altre.

Nelle elementari si è fatto, con i programmi del 1985, qualcosa che secondo me è fondamentale: rendere l'alunno motivato allo studio facendo partire questo dalle reali esigenze del soggetto, anche fisiche. Alle scuole superiori vige l'idea che lo studio non debba essere reso appetibile solo perché a questa età il ragazzo dovrebbe trovarsi nel proprio istituto non per obbligo, ma per scelta.

Questo è sì vero, ma non vale per tutti. In molti, in mancanza di una reale volontà di studio, si sentono spesso spinti ad abbandonare la scuola.

Ripensando a Don Milani e a quanto si è fatto storicamente con la scuola di Barbiana, concordo con il dire che la nostra scuola superiore rappresenta un ostacolo quasi insormontabile per i ragazzi di estrazione sociale più svantaggiata, ma che rende la vita complicata anche ai più fortunati. Quello che più trovo deleterio è che allo studente della mia età sia richiesto di rimanere sei ore seduto, a volte assorbendo, come per osmosi, i vari concetti della lezione, ignorando il desiderio di sgranchirsi le gambe, di poter parlare o farsi una risata.

Nel corso della lezione si viene a creare un'atmosfera tesa che trasforma nella testa degli studenti la scuola in una prigione, dove il più bravo è chi riesce ad evitare le interrogazioni o chi imbroglia l'insegnante, come se quest'ultimo non avesse altro compito che operare una selezione naturale facendo passare i migliori e facendo estinguere i meno dotati.

Forse esagero, ma il problema di fondo esiste: basta contare il numero di bocciati soprattutto nelle prime classi, dove l'impatto con il mondo delle superiori è più forte.

Io spero in una scuola nuova che metta al centro l'alunno con le sue esigenze e non i programmi ministeriali. Una scuola dove il canto, la drammatizzazione, la poesia, la stampa, la pittura non siano solo storia della musica, letteratura, storia dell'arte, ma nascano dall'esigenza di comunicare in modo più profondo, di conoscere, di migliorarsi.

Siamo certi che sia veramente un'utopia? Forse basterebbe che il docente smettesse di pensare di dover completare il programma o mantenere in classe una ferrea disciplina. Quanti insegnanti si preoccuperebbero di chiedere ai ragazzi i loro interessi, i loro hobby, le loro aspirazioni per poter meglio adattare a loro l'insegnamento? Quello che più mi dà fastidio è che i professori arrivano in classe come se fosse un posto qualsiasi in cui sia sufficiente leggere il libro di testo pagina per pagina ed interrogare di tanto in tanto dimenticando la nostra diversità, la nostra storia, le nostre irripetibili caratteristiche.

Come è possibile che un professore entri in classe con il libro di storia nell'ora di latino improvvisando la lezione? O com'è possibile che noi studenti ci lasciamo trascinare dal sistema rinunciando perfino di pensare a delle innovazioni?

Lo scopo sembra sempre lo stesso: tirare avanti con la filosofia del massimo rendimento con il minimo sforzo. Siamo passivi, come se ci trovassimo davanti alla TV invece che davanti ad un uomo che tale rimane anche se è etichettato con l'appellativo di "Professore". Anche noi dimentichiamo le esigenze dell'insegnante e spesso diventiamo nei suoi confronti ipercritici.

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La vera scuola dovrebbe essere basata sulla stessa dignità dei ruoli di docente e discente. Sarebbe efficace una nuova disposizione dei banchi, circolare, l'eliminazione della cattedra e soprattutto del registro, spesso visto solo come una terribile arma che rende i due ruoli distanti.

Non credo che il voto a lettere o il giudizio esteso sia migliore o peggiore del voto a cifre, ma credo che sia sbagliata la logica alla base del voto: andrebbe valutato l'impegno, non il rendimento.

I temi di italiano sono un'opportunità in mano al ragazzo per far scoprire se stesso, ma come si fa a crearsi un proprio spirito critico se la richiesta è sempre quella di riportare i pensieri di altri?

C'è poi chi crede giusto che la scuola debba essere impostata sugli stessi ideali del lavoro. Io non lo ritengo giusto. Nel lavoro si è dei pezzi di una catena di montaggio con il fine di creare un prodotto. A nessuno interessa che un operaio sia introverso o amante della poesia. Nella scola invece è fondamentale perché deve essere l'istituzione al servizio dello studente per creare in lui una cultura e non lo studente, come un impiegato, subordinato alla scuola.

Avrei ancora molto da dire su di una scuola alla quale non interessa che io ami esprimermi con la musica o che si prenda la libertà di ignorare l'informatica, concentrandosi invece su temi e questioni di non immediata utilità nel mondo che ci circonda.

Non voglio però dire altro per non sembrare una persona che a scuola ci va perché obbligata. Amo la scuola perché mi permetterà di realizzare il sogno del mio avvenire, e anche perché è una continua fonte di allegria anche se a volte si passano sei ore con la mente che corre, nuota o scia mentre il corpo è seduto su di una scomoda sedia che nessuno si è occupato di vedere che sia della giusta grandezza, come se ogni ragazzo fosse nato dallo stesso stampo.