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Capitolo 9 Promessi sposi: tema svolto

Di Redazione Studenti.

Tema sul capitolo 9 de I promessi sposi: sintesi dei fatti, analisi dei personaggi, tematiche affrontate da Manzoni e punto di vista del narratore

Tema sul 9 capito de I promessi sposi

Tema sul capitolo 9 dei Promessi Sposi
Tema sul capitolo 9 dei Promessi Sposi — Fonte: getty-images

Nel capitolo IX dei Promessi sposi di Manzoni si avvicendano fatti e luoghi molto diversi. Il primo che incontriamo, anche se solo per poco, è il lago di Como nella notte del 10 novembre 1628, quando Renzo, Lucia e Agnese approdano nei pressi di Monza. Il lago, durante il viaggio, si presenta liscio e immobile, se non per le increspature prodotte dai remi e il tremolio della luna riflessa. Questo luogo porta Lucia ai pensieri a cui viene dato il nome di Addio ai monti, nel capitolo precedente.

Non appena scesi dalla barca che li aveva trasportati fino al paese, il cui nome non viene ma rivelato dall’Anonimo ma che l’autore ci spiega essere Monza grazie a deduzioni di carattere geografico, si arriva ad un nuovo luogo: l’osteria di Monza. Questa si presenta, agli occhi dei fuggitivi, diversa da quella in cui, qualche giorno prima, Renzo aveva chiesto informazioni riguardo ai bravi all’interno del locale. Nella nuova locanda, i tre viaggiatori vengono accolti con ogni comodità e una camera viene subito preparata per loro.

Un altro luogo che incontriamo per breve tempo è il convento dei Cappuccini a cui Lucia e Agnese erano state indirizzate da Fra Cristoforo. Le donne ne vedono solamente l’ingresso perché il Padre guardiano le indirizza subito al monastero delle monache.
All’ingresso del borgo in cui sorgeva il monastero, si trovavano un’antica torre e una parte di un castello diroccato.

Il percorso che Lucia e Agnese percorrono all’interno del luogo sacro è costituito dal passaggio attraverso due cortili, le camere della fattoressa e una camera terrena per poi giungere nel parlatorio.
Quest’ultimo luogo è caratterizzato da una finestra d’una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l’una dall’altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta in un angolo della stanza.

Nel lungo flashback che segue, ritroviamo il monastero tra il 1609 e il 1617 durante l’educazione di Gertrude. Esso non viene però descritto in altro modo. Si colloca in questa micro sequenza narrativa, dedicata alla vita di Gertrude, un periodo trascorso nella casa paterna, circa nel 1617. In questo capitolo, essa viene solo sommariamente descritta, si parla del coretto che, dalla casa, guardava in una chiesa contigua…, si accenna appena all’ultimo piano della casa dove vive la servitù e dove la giovane e costretta a trascorrere le serate e alla stanzetta in cui la rinchiudono per punizione, in un angolo della quale si trova un tavolino. La casa paterna sarà descritta meglio nel capitolo successivo.

I personaggi del capitolo 9 de I promessi sposi

Renzo

Renzo appare solo all’inizio del capitolo. Egli ripete due volte il gesto di offrire dei soldi ai due aiutanti durante il viaggio, prima il barcaiolo, poi il barocciaio, che si vede sempre respingere. Nell’osteria desidera poter stare con le donne ancora per un po’ e vederle alloggiate, render loro i primi servizi. Al momento della separazione, trattiene, a stento, le lacrime per non mostrarsi debole e parte triste.

Lucia

Lucia è, invece, una delle protagoniste di questa fase narrativa. Anche qui, Lucia mostra la sua timidezza e il suo pudore in due occasioni. La prima, quando il padre guardiano accenna alla sua bellezza durante il tragitto verso il monastero, e la seconda, quando la Signora le chiede di raccontare i fatti che l’hanno spinta alla fuga. Infatti, Lucia prova vergogna al solo sentir nominare tutta la faccenda di Don Rodrigo, come il Manzoni ci lascia intendere con la frase "ma rispondere era tutta un’altra faccenda. Una domanda su quella materia, quand’anche le fosse stata fatta da una persona sua pari, l’avrebbe imbrogliata non poco: proferita da quella signora, e con una cert’aria di dubbio maligno, le levò ogni coraggio a rispondere". Quando finalmente riesce a raccontare i fatti, arrossisce di nuovo, come a sottolineare la sua purezza in confronto a quella del suo aguzzino: "e qui diventò rossa rossa", in cui il termine “rossa” è ripetuto due volte con un raddoppiamento per dargli maggior valore.

Agnese

Anche Agnese svolge un ruolo importante, accompagnando la figlia al monastero e facendole da portavoce nei momenti in cui questa si trova in difficoltà davanti alle domande imbarazzanti della monaca. Proprio per questo motivo, viene ripresa dalla Signora, "Siete ben pronta a parlare senz’essere interrogata […]. State zitta voi: già lo so che i parenti hanno sempre una risposta da dare in nome de’ loro figliuoli!", e si sente mortificata dalla risposta.

Il barcaiolo e il barocciaio

Il barcaiolo e il barocciaio ricoprono ruoli secondari nella vicenda, mostrandosi caritatevoli aiutando i viaggiatori nella loro fuga. Un altro aspetto che appare in entrambi, e l’onestà, essi infatti rifiutano il denaro offerto da Renzo in attesa di una ricompensa ben maggiore da parte di Dio.

La monaca di Monza

La Monaca di Monza, detta anche la Signora, è la protagonista indiscussa di questa micro sequenza. La donna appare, per la prima volta, all’arrivo di Agnese e Lucia al monastero. Si presenta come una figura contraddittoria rispetto a quella delle altre monache. La Signora vorrebbe essere libera, poiché è stata rinchiusa in monastero contro la su volontà, e lo dimostra con alcuni atteggiamenti che sono in contrasto con l’idea di monaca obbediente. Per esempio, all’arrivo delle donne, "Era essa, in quel momento, […] ritta vicino alla grata, con una mano appoggiata languidamente a quella e le bianchissime dita intrecciate ne voti": le dita della signora s’infilano negli spazi vuoti, i “voti”, di quella grata che la divide dall’esterno, come in un’estrema ricerca di una libertà impossibile; attraverso le dita, la suora sembra assaporare languidamente un po’ di quel mondo esterno che le è negato.

La descrizione dell’aspetto di Gertrude, che è uno dei più dettagliati ritratti del romanzo, è caratterizzata da una serie di opposizioni: bellezza/sbattuta, velo nero/bianchissima benda, sopracciglia nere, occhi neri/gote pallidissime, affetto/odio; questo rivela i suoi contrasti interni e la sua natura tormentata.

Gli occhi della monaca rivelano tutto ciò che ella non può dire e dicono, forse, più di quanto ella non sappia: "due occhi, neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto di coglierci la rivelazione istantanea di un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginato una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti". La giovane mostra ancora la sua diversità nel modo di vestire "con una certa cura secolaresca" l’abito da monaca che le è stato imposto, in cui “secolaresca” significa propria delle dame che vivevano al di fuori del convento.

Inoltre, non nasconde la sua curiosità nei confronti dei dettagli “piccanti” della storia di Lucia e le chiede che le si dica tutto "un po’ più particolarmente", dimostrando una sensualità che le dovrebbe essere estranea; quando, invece, il padre guardiano le nega la risposta, dicendo che non sono adatte alle "orecchie purissime della reverenda madre", un rossore le tinge le guance che, come ci spiega il Manzoni stesso, non è verecondia come quella di Lucia, ma stizza e dispetto per non aver potuto conoscere i dettagli che tanto desiderava sentire.

Nonostante questi suoi comportamenti particolari, la sincerità e l’innocenza di Lucia mitigano anche il suo animo, iracondo e altezzoso, portandola a parlarle "con voce raddolcita".

Nel lungo flashback che segue, Gertrude ha comportamenti contraddittori, partendo da quelli di esaltazione per il fatto di poter diventare madre badessa fino ad arrivare a un odio profondo per il chiostro quando le compagne le raccontano dei loro sogni nel mondo. Quando la giovane finalmente decide di negare al padre il consenso per entrare in convento, si ritrova costretta a rimangiarsi quel "no fatale" e a ripeter molte volte un sì controvoglia. Più volte pensa di poter dire di no al passo successivo, rimandando sempre il momento, fino ad arrivare al sì definitivo che le viene strappato e la costringerà a una vita da eterna reclusa tra le quattro mura del monastero in cui era cresciuta.

In questa ragazza si manifesta la tragedia della volontà e della parola, in quanto ella non è in grado di manifestare le proprie intenzioni davanti al padre.

Il principe padre

Il Principe Padre è un uomo subdolo, che assomiglia ai governatori assoluti. Egli, infatti, costringe implicitamente la figlia a prendere i voti, come aveva fatto in precedenza con tutto il resto della prole, per "lasciare intatta la sostanza al primogenito, che solo de’ maschi veniva allevato in casa"; il Principe reputa "le sue sostanze appena sufficienti a causa dell’alta opinione che aveva del suo titolo, nonostante egli fosse un gentiluomo milanese che poteva contarsi tra i più doviziosi della città".

L’uomo mostrerà altre importanti caratteristiche nel prossimo capitolo.

Linee tematiche

In questo capitolo, prevale la tematica della comunicazione interrotta. Infatti, come dicevo prima, Gertrude è vittima della tragedia della volontà e della parola e ciò le impedisce di far valere le proprie aspettative per il futuro, i propri sogni e le proprie opinioni perfino sulla su stessa vita. Infatti, l’aspetto più evidente della sua tragedia è quello della costrizione e del sacrificio imposti dalle convenzioni e dall’autoritarismo paterno. La volontà individuale, la libertà, cristianamente intesa come facoltà di seguire il bene, vengono calpestate da falsi valori quali la ricchezza e l’onore. Tra le due generazioni si crea uno sbarramento, che dall’ambito familiare si estende a quello domestico, coinvolgendo ospiti e servitori della casa del padre.

Il narratore

Il narratore di questo capitolo è onnisciente. Manzoni, infatti, dimostra di conoscere a fondo la vicenda della povera Gertrude e usa aggettivi che stabiliscono i suoi sentimenti nei confronti della monaca e di suo padre.

L’autore si distacca solo una volta dalla narrazione dell’Anonimo, nei primi versi del capitolo, quando deve dirci il nome del paese in cui Lucia e Agnese devono giungere. Egli dice che , anche se l’Anonimo non lo aveva esplicitamente espresso, era giunto a capirlo tramite vari accenni di carattere geografico, come la presenza del fiume Lambro, per poi spiegarlo a noi.

Stile

Il 9 capitolo dei Promessi Sposi si può dividere in due parti:

  • La prima è costituita da una breve descrizione dell’arrivo a Monza dei fuggitivi e dalle scene tra Lucia, Agnese, la monaca e il padre guardiano; questa parte ha un ritmo veloce che ci mostra le scene in diretta.
  • La seconda, invece, ha un ritmo più lento poiché vi trova luogo una lunghissima descrizione, che proseguirà nel capitolo successivo, dell’infanzia e dell’adolescenza di Gertrude fino al suo ingresso in monastero (capitolo 10); la sua lentezza si può motivare con la presenza di spiegazioni dettagliate riguardanti gli stati d’animo della donna e delle sue eterne indecisioni.

Capitolo 9 I promessi sposi: riassunto breve

I tre fuggitivi approdano sulla sponda del lago di Como opposta a Pescarenico, dopo un tranquillo viaggio notturno, e si accommiatano dal barcaiolo che li aveva trasportati. Guidati da un barocciaio, i tre giungono fino a Monza su di un carro. Qui si riposano e si rifocillano in una locanda.

Dopo un breve pasto, Renzo dà l’addio alle due donne che s’incamminano, sotto la guida del barocciaio, verso il convento. Lì incontrano il padre guardiano che, dopo aver, sentito la storia di Lucia, decide di porle sotto la protezione della monaca di Monza, ovvero la figlia di un principe locale. Allora, le guida al monastero di monache dove sperano di trovare ospitalità.

Inizia, poi, un dettagliatissimo ritratto della monaca, pieno di contrasti (che ho già descritto in precedenza). La Signora interroga Agnese, Lucia e il Padre Guardiano a proposito delle vicende della seconda, per cui erano dovute fuggire. Al termine del colloquio, concede loro ospitalità nella stanza della figlia della fattoressa che si è appena sposata. Qui si fa accenno alla crisi e si dice che in realtà no volevano mettere nessuno al posto della ragazza di cui ho appena detto ma che una parola della Signora poteva mettere tutto a posto e che quindi la protezione era già assicurata. Si vede, appunto, che la monaca è molto potente all’interno del monastero, tanto da poter rassicurare le donne.

Inizia, quindi, il flashback sulla biografia di Gertrude, ovvero la Signora, che occuperà gran parte anche del capitolo successivo. Vengono descritte la famiglia della giovane e la regola in essa vigente, secondo la quale tutti i figli, escluso il primogenito, dovevano entrare in convento per lasciare una cospicua eredità a questo.

Si parla, poi, della prima infanzia di Gertrude e degli espedienti adottati dalla famiglia per convincerla implicitamente a prendere i voti e a consacrarsi alla religione. L’infanzia e l’adolescenza della ragazza sono caratterizzate dalla sua educazione in monastero. I rapporti con le compagne sono dapprima gelidi, perché Gertrude si sente superiore in quanto futura madre badessa, poi di grande invidia nascosta da parte della principessa, poiché le altre avranno una vita mondana mentre lei sarà costretta a trascorrere la sua chiusa tra quelle quattro mura. Ci sono, allora, i primi cenni di rifiuto alla vita religiosa.

Prima di prendere definitivamente i voti, Gertrude viene ricondotta, per legge, nella casa paterna dove trascorrerà un mese. Qui, dato che la giovane si era opposta al desiderio della famiglia, ella viene trattata con indifferenza e isolata perfino dalla servitù al fine di metterla a disagio e farle desiderare la vita del convento. Scoperto, però, il suo amor per un paggio, Gertrude viene rinchiusa in una stanza: per uscire da quella segregazione, la giovane si dichiara disposta a scegliere la vita consacrata.

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