Tema di attualità per la prima prova 2018: traccia sulle stragi di civili durante le guerre

Di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema espositivo-argomentativo sulle stragi di civili durante le guerre che potrebbe diventare traccia per la prima prova di maturità 2018. Scopri come affrontare e sviluppare questo argomento

Fase 1 - Stragi di civili durante le guerre: riflessione iniziale

Guerra in Siria, esplosione a Kobani
Guerra in Siria, esplosione a Kobani — Fonte: getty-images

Viviamo oggi addormentati in una pace sinistra. Se ci pensiamo, gli ultimi veri focolai di guerra dell’Europa risalgono ormai alla Seconda Guerra Mondiale. Eppure non ci sentiamo tranquilli e vediamo intorno a noi, nel mondo, la pressoché totale mancanza di pace a causa di guerre logoranti di cui fatichiamo a capire le cause.

Guerre che causano morti e sofferenza soprattutto alle parti civili, come se i veri obiettivi militari fossero ormai questi. Pur sapendo di non poter esaurire del tutto l’argomento, questa dispensa vuole almeno dare delle indicazioni e offrire spunti di riflessione per temi originali. Perché riflettere, ossia fermarsi a pensare, è il solo modo di comprendere quello che accade. Nel 2011, intanto, è uscito un libro di Matthew White, Il libro nero dell’umanità. La cronaca e i numeri delle cento peggiori atrocità della storia (Saggi, Ponte alle Grazie, ed.) in cui statistiche alla mano si ragiona sulle vittime dei conflitti.

Ne emerge un dato inquietante: "Ciascuna delle atrocità poste in classifica è inquadrata in uno specifico capitolo in cui vengono raccontati, a volte con troppo ostentata disinvoltura (forse questo è l’unico difetto del libro) i fatti con i relativi antefatti e le tante casualità, crudeltà e stupidità di cui, soprattutto le guerre, sono portatrici. E nelle guerre la maggior parte delle vittime sono civili. Lo dicono i numeri: del quasi mezzo miliardo di esseri umani uccisi nei cento massacri più rilevanti, 315 milioni dipendono dalle guerre, che assommano 49 milioni di soldati uccisi contro i 266 milioni di civili. La media dei civili morti durante le guerre è dell’85 per cento.

Ciascuna delle atrocità poste in classifica è inquadrata in uno specifico capitolo in cui vengono raccontati, a volte con troppo ostentata disinvoltura (forse questo è l’unico difetto del libro) i fatti con i relativi antefatti e le tante casualità, crudeltà e stupidità di cui, soprattutto le guerre, sono portatrici. E nelle guerre la maggior parte delle vittime sono civili. Lo dicono i numeri: del quasi mezzo miliardo di esseri umani uccisi nei cento massacri più rilevanti, 315 milioni dipendono dalle guerre, che assommano 49 milioni di soldati uccisi contro i 266 milioni di civili. La media dei civili morti durante le guerre è dell’85 per cento." (dalla recensione di Matteo Collura su corriere.it, 9 dicembre 2011).

Spunti e ricerca su internet

Palazzi distrutti nella periferia di Damasco
Palazzi distrutti nella periferia di Damasco — Fonte: getty-images

È un fatto scontato che in guerra le popolazioni siano sempre state sottoposte a distruzioni, sofferenze e lutti, così come che queste abbiano assunto spesso dimensioni di massa.  Il concetto di “guerra ai civili”, però, va al di là della constatazione che i civili in guerra soffrono, indicando una condizione nella quale scompare la distinzione fra civili e combattenti, che è propria delle guerre dell’ultimo secolo: è solo in queste, infatti, che  il peso della massa dei cittadini, il loro morale, il loro sostegno allo Stato in guerra, sono altrettanto essenziali, per il buon esito del conflitto delle capacità offensive degli eserciti.

Eric Hobsbawm, storico inglese (1917-2012)
Eric Hobsbawm, storico inglese (1917-2012) — Fonte: getty-images

Da questo punto di vista, è indubbio che il momento di svolta sia stata la prima guerra mondiale, definita dallo storico francese François Furet  “la prima guerra democratica della storia”, dato che il conflitto «in ciascuno dei paesi interessati, vale a dire nell’Europa intera, colpisce l’universalità dei cittadini […]. E’ una guerra democratica perché è fatta di numeri: dei combattenti, dei mezzi, dei caduti.

Ma per questo motivo più che una vicenda militare è una vicenda civile; più che un combattimento di soldati, è una prova subìta da milioni di persone strappate alla loro esistenza quotidiana» (Furet F., 1995, Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Arnoldo Mondadori editore). Il suo carattere di massa trasforma quindi la guerra moderna in guerra totale, sia perché i combattenti sono sempre più numerosi, sia perché «i civili e la vita civile diventano obiettivi diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perché nelle guerre democratiche, così come nella politica democratica, gli avversari sono naturalmente demonizzati alla scopo di renderli odiosi o almeno disprezzabili» (Eric Hobsbawm, Il secolo breve, 1994, Rizzoli).

"La guerra colpiva i civili con la crisi dei rifornimenti alimentari, i trasferimenti forzati citati e i 600 mila profughi dal Veneto invaso dopo Caporetto, il peggioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche, infine la priorità che le strutture sanitarie davano alla cura dei soldati. Di conseguenza si ebbe un forte aumento di malattie che parevano sotto controllo, come la malaria (6 milioni di casi) e la tubercolosi (2 milioni di casi), la pellagra, il morbillo, la difterite. Le statistiche sanitarie valutano in 546 mila i casi di morti civili in più del normale negli anni di guerra. Inoltre nell' inverno 1918-1919 la "spagnola", un' epidemia di cui ancora oggi sappiamo poco, fece milioni di morti in Europa, 600 mila in Italia. Gli studi lasciano un margine di dubbio, ma le perdite provocate dalla guerra tra i civili sono superiori a quelle dei soldati. Per la seconda guerra mondiale le cifre impazziscono, 50 milioni di morti di cui poco meno di 20 milioni di militari, si può capire che siano sempre cifre approssimative". (Giorgio Rochat, Tutti i morti del Novecento, su ricerca.repubblica.it)

Genocidi moderni: le vittime della seconda guerra mondiale

La guerra acuisce ed esaspera i sensi di appartenenza e di polarizzazione tra “noi” ed i “nemici”. Non è un caso che nel corso della guerra sia avvenuto il primo genocidio “moderno” (il prototipo dei genocidi del Novecento): la strage di armeni compiuta in Turchia nel 1915-1916. Furono uccisi circa due terzi della minoranza armena vivente nel territorio dell’Impero ottomano: da un milione a un milione e mezzo di persone.

La seconda guerra mondiale, più ancora della prima, rappresentò un salto verso la guerra “totale”, nella quale il numero dei morti civili supera quello dei morti militari (28.600.000 contro 24.500.000). Nel secondo conflitto mondiale vi era non solo la lotta fra grandi potenze, ma anche fra due concezioni diverse, alternative, della civiltà e dell'ordine internazionale; si trattava cioè di un conflitto con una forte caratterizzazione ideologica.

Tra 1939 e 1945 le popolazioni civili furono oggetto di persecuzioni soprattutto (ma non solo) a opera delle forze armate tedesche. La guerra di sterminio sul fronte orientale, con l’annientamento delle popolazioni non tedesche (considerate Untermenschen, razzialmente inferiori) si intrecciò con le politiche razziali già applicate in Germania. Lo sterminio degli ebrei d’Europa o Olocausto, perpetrato soprattutto nei campi di concentramento a partire dalla conferenza di Wansee (gennaio 1942), fu il capitolo principale ma non l’unico della guerra contro i civili da parte tedesca che colpì: ebrei di diverse nazionalità (6.000.000), slavi (tra cui 3.000.000 soldati sovietici, 1.800.000 polacchi e almeno 2.500.000 tra civili russi, ucraini, bielorussi, jugoslavi), Rom e Sinti (250.000/500.000).

Bambino a Kobane
Bambino a Kobane — Fonte: getty-images

A queste cifre vanno aggiunti i civili vittime di rappresaglia durante la guerra anti-partigiana nei paesi occupati (10.000 dei quali solo in Italia). D’altra parte, va rilevato come le popolazioni non combattenti divennero obiettivo strategico anche al di fuori della persecuzione nazista. Molti civili polacchi furono presumibilmente uccisi dai sovietici nel 1939-41, nel contesto dell’eliminazione sistematica delle classi dirigenti dei paesi occupati. L’Armata Rossa fu responsabile, inoltre, del massacro o della morte per stenti di forse 1.500.000/2.250.000 di tedeschi tra il 1944 e 1945, in una politica deliberata di de-germanizzazione della Germania orientale.

Le popolazioni civili furono anche tra i principali obiettivi dei bombardamenti strategici operati soprattutto da britannici e statunitensi sull’Europa continentale e sul Giappone. A partire dal 1943, il bombardamento delle città fece almeno 600.000 morti in Germania, 60.000 in Italia e 400.000 in Giappone, bersaglio delle bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto 1945. Dopo la seconda guerra mondiale e con il finire della guerra fredda è scomparso il mondo bipolare, cioè la soluzione ideologica dei conflitti, e sono riaffiorate le vecchie fratture.

Dopo la seconda guerra mondiale e con il finire della guerra fredda è scomparso il mondo bipolare, cioè la soluzione ideologica dei conflitti, e sono riaffiorate le vecchie fratture. Il crollo delle ideologie e dell’universalismo è stato accompagnato dall’emergere dei particolarismi così come dalla conseguente riaffermazione della storia, della cultura, della religione e dell’etnia.

Questa nuova esigenza di identità ha moltiplicato le crisi e i conflitti regionali, soprattutto laddove convivono civiltà diverse. La perdita di riferimenti politici e universalistici è dunque gravida di potenzialità violente e di guerre nuove. Il risultato immediato è il ritorno a forme arcaiche di violenza privata o alla violazione totalitaria delle leggi di guerra, con tutte le conseguenze negative che questo comporta per i civili. Di seguito ti riporto un documento che può far capire questa evoluzione:

I concetti per capire le nuove guerre

Scrive Antonio Brusa: "Conflitti interni o esterni? In molte occasioni è difficile distinguerli. In Africa, per esempio, quando si scontrano etnie di confine, si mettono in moto subito attori internazionali e i paesi confinanti, col risultato immediato dell’internazionalizzazione del conflitto. Una mondializzazione che spesso è moltiplicata dallo stesso intervento internazionale per ristabilire la pace. Quali sono i nuovi campi di battaglia? Questi spesso non sono più delimitati e identificabili. 

Si possono trovare nel cuore delle popolazioni civili, lontano dai luoghi dove risiedono i contendenti, nelle zone turistiche o in mezzo alle città. I contendenti, spesso, non sono degli stati, ma aspirano a divenirlo: palestinesi, minoranze dell’ex-Unione sovietica, movimenti autonomisti o indipendentisti, musulmani di Bosnia, macedoni, albanesi del Kosovo, curdi della Turchia o dell’Iran, tamil di Ceylon ecc. Altri, invece, non aspirano nemmeno a diventare stati: fra questi i movimenti terroristi, come al-Qaida o i movimenti altermondialisti. In quali regioni scoppiano questi conflitti? Sia che esplodano, sia che covino sotto la cenere, spesso questi conflitti nascono dalla decomposizione di antiche unità politiche, come l’Urss o la Jugoslavia.

Civili in fuga dai bombardamenti della guerra in Siria
Civili in fuga dai bombardamenti della guerra in Siria — Fonte: getty-images

Altri nascono in zone conflittuali “congelate” dall’equilibrio della guerra fredda e suscettibili di nuove riorganizzazioni: gli Emirati arabi e il Quwait, il corno d’Africa, le coste del Mediterraneo, la Cina e Taiwan, la maggior parte dei confini territoriali della Cina.  Altri ancora risalgono ad antichi conflitti di civilizzazione. Perché si mondializzano? Tutti questi conflitti sono abbondantemente mediatizzati. Mettono in gioco le organizzazioni internazionali e le Ong che si occupano di assistenza umanitaria. I flussi migratori, infine, contribuiscono a internazionalizzare i conflitti, trasferendoli dalle regioni di partenza dei migranti a quelle di arrivo: un esempio è la ripresa dell’antisemitismo in Francia, dovuta in buona parte all’esportazione del conflitto israelo-palestinese. (Antonio Brusa, su Historialudens.it).

Cause dei conflitti: il rifiuto dell'altro

Dal vicino Medio Oriente ai Balcani fino all’Africa, i conflitti degli anni Ottanta e Novanta hanno un elemento in comune, malgrado la diversità dei loro contesti: il rifiuto o l’esclusione dell’Altro. Nel marzo del 1988, durante la guerra Iran-Iraq, armi chimiche furono utilizzate dall'esercito iracheno, di Saddam Hussein, nella città curda di Halabja. L'attacco fu realizzato con gas al cianuro per rappresaglia contro la popolazione curda che non aveva frapposto sufficiente resistenza al nemico iraniano.

I morti furono circa 5.000. Nel corso del conflitto morirono in totale più di 100.000 Curdi.  Sempre in Medioriente, drammatica è la situazione vissuta dai civili israeliani e palestinesi a causa del conflitto tra arabi e israeliani, che si protrae ormai dalla metà del secolo scorso. Lungo la Striscia di Gaza, territorio conteso da palestinesi ed israeliani, molte sono le persone che perdono la vita in seguito agli attacchi dell’una o dell’altra parte belligerante. La guerra in Jugoslavia (scoppiata il 25 giugno 1991 con la proclamazione dell’indipendenza della Slovenia e della Croazia, e conclusasi il 21 novembre e il 14 dicembre 1995 con gli accordi di Dayton e Parigi che stabiliscono definitivamente le frontiere interne ed esterne della Bosnia) ha  provocato 250.000 vittime , due terzi delle quali civili, e 2,8 milioni di rifugiati e profughi.

Gli artefici, gli aggressori e i colpevoli di tutto questo furono i serbi. I serbi avviarono una politica di “pulizia etnica” sia in Croazia sia in Bosnia, mobilitando, secondo un piano concertato, l’esercito, la polizia, l’amministrazione, le milizie e le forze speciali, allo scopo di rendere omogeneo un certo numero di territori ben definiti. La pulizia etnica intrapresa in Bosnia  è un processo di violenza  cumulativa, che procede per fasi sino all’obiettivo ultimo: la “scomparsa” di un gruppo preciso (i musulmani) e di tutte le sue tracce storiche  in un determinato territorio.

La guerra in Ruanda

In Ruanda, nella guerra che coinvolse le etnie Hutu e Tutsi, si consumò uno dei più sanguinosi episodi della storia dell'Africa del XX secolo. Dal 7 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente almeno 500.000 persone; il numero delle vittime tuttavia è salito fino a raggiungere una cifra pari a circa 1.000.000 di persone. Le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti a circa il 20% della popolazione, ma le violenze finirono per coinvolgere anche Hutu moderati appartenenti alla maggioranza del paese (Bruneteau B., 2005, Il Secolo dei genocidi, Il Mulino). Anche l’inizio del nuovo millennio ha visto coinvolti migliaia di civili nelle molte guerre ancora sparse nel globo.

Rifugiati dal Ruanda
Rifugiati dal Ruanda — Fonte: getty-images

La guerra in Afghanistan

Il conflitto in Afghanistan contro i talebani, rientra nell’ambito della guerra al terrorismo, seguita agli attentati dell’11 settembre 2001 e vede coinvolte le forze della NATO con lo scopo di distruggere Al Qaeda. Sono ancora i civili i primi a pagarne maggiormente le conseguenze. Il 2016, secondo i dati dell’ONU, è stato l’anno con il più alto numero di morti civili in Afghanistan dal 2001. Nei primi sei mesi sono stati documentati «1.601 morti civili e 3.565 feriti, per un totale di 5.166 vittime civili». Un terzo delle vittime sono, come spesso succede, bambini.

La causa delle morti in Afghanistan, riferisce UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan), sarebbe da ricondurre a “combattimenti tra le truppe della sicurezza afghana e i gruppi armati, specialmente nelle aree popolate…in particolare gli attacchi suicidi nelle moschee; attacchi mirati contro centri abitati e mercati e l’uso di scuole e ospedali per obiettivi militari”. UNAMA è riuscita poi a raccogliere dati che permettono di capire quali parti nel conflitto hanno causato più morti tra i civili. Si scopre così che il 61% dei civili sono rimasti uccisi in attentati fatti dai talebani o dall’Isis, mentre il restante 39% è il risultato degli attacchi effettuati con i mortai da parte dell’esercito di Kabul o dai raid dell’aviazione internazionale. Ci sarebbe stato un netto incremento del 99%, rispetto al 2015, delle morti civili causate da raid aerei. Le “bombe intelligenti” rimangono dunque ancora causa di morte per i civili.

Il numero dei morti civili dall’inizio del conflitto è arrivato a toccare quota 25.000. Inoltre «nel vicino Iraq si possono contare addirittura mezzo milione di vittime civili causate dalla Prima Guerra del Golfo e dall’attacco americano del 2003».

I numeri di bambini e civili morti nella recenti guerre

In Siria, dal 2011 è in atto una guerra civile che vede contrapposti ribelli al regime di Assad, a cui si aggiunge la presenza nel territorio di guerriglieri terroristici dell’ISIS con l’intento di costituire un califfato islamico[. L'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), un'organizzazione non governativa con sede a Londra, ha documentato 301.781 morti tra marzo 2011 e settembre 2016, di cui poco meno di un terzo sono civili (86.692) e i restanti due terzi combattenti.

Includendo anche le morti non documentate, SOHR stima un totale di 430.000 morti. Secondo i dati dell'UNHCR (aggiornati al 29 agosto 2015), i rifugiati siriani espatriati sarebbero 4.088.078 (quasi quanto la popolazione dell'intera Irlanda), molti dei quali all'interno di Libano e Turchia. A questi si aggiungono inoltre circa 7,8 milioni di siriani sfollati all'interno del paese. A sconvolgere l’opinione pubblica internazionale è l’immagine, propinata dai media, di migliaia di bambini, anziani e malati  coinvolti nel conflitto, nonché la distruzione di luoghi pubblici come ospedali civili e scuole. La distruzione è totale, mirata a impedire il futuro e soggiogare completamente una nazione.

Vittime civili e diritto internazionale

Concludendo si può affermare che il problema delle vittime civili in guerra rimane cruciale. In particolare si nota la disparità nel dare un giudizio alle vittime civili occidentali, decedute a seguito di attentati terroristici, e i civili mediorientali che periscono a seguito di bombardamenti. I primi sono infatti ritenuti “inaccettabili” dalla comunità internazionale. I secondi invece sono, bene o male, considerati come inevitabile conseguenza di una “normale” guerra.

Donna con bambini nel 2002 durante la guerra in Afghanistan
Donna con bambini nel 2002 durante la guerra in Afghanistan — Fonte: getty-images

In realtà pochi ricordano che le Convenzioni di Ginevra vincolano gli Stati belligeranti. Essi infatti devono “evitare le violenze contro la vita e l’integrità corporale, specialmente l’assassinio in tutte le sue forme” sulla popolazione civile. La giustificazione morale dei bombardamenti non trova dunque fondamento nel diritto internazionale. Trova semmai le proprie radici nella Seconda Guerra Mondiale, quando cioè il bombardamento a tappeto era lo strumento per “fiaccare la resistenza del nemico”. Considerato poi che l’avversario veniva riconosciuto come espressione di un “male assoluto”, il bombardamento sui civili ha acquisito così nel tempo una giustificazione di tipo morale.

Fase 2 - La scaletta

Una struttura ci vuole. Usa le prime righe del tuo tema come introduzione, per poi esporre l’argomento ed approfondirlo criticamente, fino a tirare le tue conclusioni. Dunque:

  1. Introduzione
    Non deve essere troppo lunga, ricordalo. Puoi fare riferimento a un recente fatto di cronaca, ad esempio
  2. Esponi il tema “vittime civili nella guerra”
    Delimita bene l’argomento di cui ti andrai a occupare
  3. Approfondisci, declinandolo secondo le varie problematiche che sei in grado di cogliere
    Questa sarà la fase più lunga dell’elaborato, in cui devi riflettere, ragionare e citare articoli e spunti critici
  4. Prospettive tra storia e attualità
    Dopo averne parlato in generale, una seconda parte della tua riflessione deve riguardare il presente
  5. Proposte d’intervento e conclusioni
    Ci sarà modo di risolvere questo problema? Sì o no, emergerà dai tuoi ragionamenti. Da qui potrai procedere alla conclusione dell’elaborato

Fase 3 - La stesura del testo

Ora devi sviluppare l'argomento ed il tuo punto di vista in modo sensato e coerente. Valuta tutte le fonti che hai analizzato, i documenti che ti sono stati messi a disposizione e procedi come indicato qui di seguito:

Introduzione

A seconda del tuo gusto puoi scegliere di fare riferimento a un particolare avvenimento inerente al tema, oppure letteralmente “fondere” l’introduzione e la presentazione dell’argomento. Scegli bene anche lo stile da utilizzare: se procedi a frasi brevi, darai risalto all’aspetto più emozionale; con periodi più lunghi, invece, porrai l’attenzione sul ragionamento.

Presentazione dell’argomento

Nel presentare l’argomento, è opportuno (specie in un testo argomentativo) far capire al lettore quale sarà il taglio del tuo tema e quali sono i punti focali su cui vuoi basarti.

Elaborazione dell’argomento

Comincia a sviscerare le cause del fenomeno che stai esaminando. All’interno degli articoli che trovi nei commenti, puoi trovare tante strade per interpretare correttamente il fenomeno: ricordati di citarli. Una volta che avrai inquadrato il fenomeno da tanti punti di vista, proponi delle soluzioni che abbiamo buon senso: che siano cioè attuabili.

Fase 4 - Conclusioni

Sei adesso alle conclusioni. Rileggi bene il tuo testo. Quali soluzioni hai proposto per incidere positivamente su questo fenomeno? In gran parte le conclusioni e le soluzioni coincidono. Quindi poi chiudere indicando una strada da seguire sia per le Istituzioni, sia per i comuni cittadini.

TEMI SVOLTI PER LA PRIMA PROVA MATURITA'

Preparati alla prima prova della maturità con le nostre tracce svolte: