Storia dell'Unione Sovietica: da Breznev a Gorbacev

Storia dell'Unione Sovietica: da Breznev a Gorbacev A cura di Federico Goddi.

Storia dell'Unione Sovietica dal socialismo reale al tramonto di un'epoca. La guerra fredda, la glasnost' di Gorbacev e le riforme della perestrojka

1L'evoluzione del PCUS tra istinto di conservazione e spinte riformiste

Breznev: segretario del PCUS dal 1964 al 1982
Breznev: segretario del PCUS dal 1964 al 1982 — Fonte: getty-images

Negli anni Settanta il potere di Breznev si era rafforzato grazie ad un compromesso con i gruppi dominanti, che nel decennio precedente avevano paralizzato lo sviluppo produttivo. Era un accordo basato su un conservatorismo esasperato, figlio di una disciplina di partito (il PCUS) che avrebbe condizionato tutte le esigenze dei ceti tecnico-scientifici che erano cresciuti nell’URSS tra fine anni Sessanta ed inizio Settanta. Secondo uno studio tra i più autorevoli, la crisi che minò irreversibilmente il sistema prese le mosse dalle contromisure brezneviane (Bohdan Nahaylo - Victor Swoboda, Disunione Sovietica, 1991).  

Il leader russo Breznev e il presidente degli Stati Uniti Nixon
Il leader russo Breznev e il presidente degli Stati Uniti Nixon — Fonte: getty-images

Lo sviluppo industriale segnò un momento di stallo, vista la penuria della manodopera di riserva - che aveva consentito il grande balzo economico - a cui si cercò di sopperire importando tecnologia avanzata dall’Occidente, pagandola a prezzo di un costante sfruttamento delle risorse energetiche. Tuttavia, alcune annate disastrose nel settore agricolo, complicate da limiti nello stoccaggio dei prodotti, aggravarono ulteriormente la crisi agricola.   

I problemi dell’URSS non riguardavano solo la circolazione della merci. Per quanto concerne il tema delle risorse umane, durante la presidenza di Breznev, furono accantonate le grandi capacità di una società ormai modernizzata; anzi, attraverso la logora pratica della cooptazione, le forze umane della società furono svilite col conseguente aumento delle diseguaglianze.  

Partito e società erano sempre più distanti, anche per via di un controllo poliziesco sempre più stringente che reprimeva ogni forma di dissenso e libera espressione. Paradossalmente, dalla prima metà degli anni Settanta, la dirigenza del PCUS perseguì una sostanziale distinzione con l’Occidente

Con la conferenza di Helsinki, la Guerra fredda entrava in una nuova fase in cui, al riconoscimento formale dell’avversario, si aggiungevano concessioni sostanziali:  

  • L’URSS si impegnava a non utilizzare i partiti comunisti dei paesi occidentali per minare dall’interno le fondamenta delle società capitalistiche.
  • Il blocco atlantico (Stati Uniti e alleati) si impegnava a riconoscere l’ordine sovietico in Europa orientale.

La tregua non durò a lungo, convinto che la sconfitta in Vietnam e le dimissioni di Nixon avessero colpito a morte il sistema americano, Breznev credette di poter mutare gli equilibri mondiali a favore di Mosca. L’URSS ruppe così gli equilibri tra le superpotenze scegliendo una politica aggressiva, attestata dalla dispendiosa invasione dell’Afghanistan.  

Andropov: capo della polizia segreta e segretario del PCUS dal 1982 alla sua morte
Andropov: capo della polizia segreta e segretario del PCUS dal 1982 alla sua morte — Fonte: getty-images

La scomparsa di Breznev nel 1982, sostituito da Jurij Andropov, sembrò poter favorire un cambiamento sostenuto da una classe dirigente pronta a riforme, ma alla morte del nuovo segretario del PCUS prevalse l’istinto di conservazione della nuova presidenza di Konstantin Cernenko, un vecchio volto dell’apparato sovietico. Nonostante le difficoltà, a metà degli anni Ottanta, nessuno avrebbe però potuto immaginare la fine prossima dell’Unione Sovietica.  

2Cecoslovacchia e Polonia: le spine nel fianco dell'URSS

Primavera di Praga, 1968
Primavera di Praga, 1968 — Fonte: getty-images

Dopo aver illustrato le successioni alla segreteria del PCUS, è necessario fare un passo indietro che consenta di ricostruire quali furono le maggiori difficoltà di Mosca nel mantenere la stabilità – anche con l’uso della forza militare - nei paesi alleati dell’Europa orientale.  

L’invasione sovietica della Cecoslovacchia (agosto 1968), dove con la primavera di Praga era stato avviato un periodo di liberalizzazioni politiche, aveva segnato il tramonto della speranza di cambiamento all’interno dello scacchiere delle democrazie popolari.  

L’intervento militare tarpò le ali al tentativo riformista della dirigenza comunista cecoslovacca, come testimoniano le parole di uno dei massimi esperti d’Europa orientale in quegli anni:‹‹il carattere non violento del rinnovamento cecoslovacco merita di essere approfondito. Esso si spiega senza dubbio con il temperamento nazionale, per eccellenza prudente, riflessivo e moderato, e con le tradizioni democratiche che, dopo un’eclisse di vent’anni, ritornavano improvvisamente alla superficie e si esprimevano in un modo appassionato e misurato al contempo›› (François Fejtö, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, 1971). 

Nel ’70 fatti altrettanto gravi sconvolsero il mondo del socialismo reale: la polizia polacca aprì il fuoco sugli operai dei cantieri navali di Danzica che erano scesi in piazza per manifestare contro il carovita. La ribellione portò alla caduta di Gumulka, capo del governo, sostituito da Edward Gierek che accolse, almeno in parte, le richieste operaie. Era però una soluzione di corto respiro, che costrinse il nuovo capo del governo ad aumentare i prezzi, complice uno squilibrio nella bilancia tra salari e produttività.  

Lech Walesa: sindacalista polacco. Fondò il primo sindacato libero: Solidarnosc
Lech Walesa: sindacalista polacco. Fondò il primo sindacato libero: Solidarnosc — Fonte: getty-images

A quel punto, nacque in Polonia una nuova forma di opposizione, espressione della rappresentanza sindacale, che riuniva intellettuali e operai pronti all’attività clandestina pur di ottenere dei miglioramenti tangibili. Nel 1979 le proteste si moltiplicarono, culminando con la nascita di Solidarnosc, il primo sindacato libero di un paese socialista. Le proteste, continuate anche nel successivo biennio, avrebbero messo a rischio la Polonia di un intervento sovietico, ed il generale Jaruzelski, nuova guida del paese, fece quindi arrestare tutti i dirigenti sindacali.  

La crisi rientrò, ma sotto la stessa spinta di richiesta dei diritti civili, e sempre appellandosi alle risoluzioni di Helsinki, nuovamente a Praga, nacque un movimento che lottava per riformare il sistema e slegare il paese dall’ingombrante ombra di Mosca: Carta 77, un movimento nato senza un programma ideologico che si batteva per la libertà di espressione nei luoghi pubblici. 

Anche quest’ultimo atto fu osteggiato dall’URSS che solo in Ungheria, per timore di un’aperta opposizione, optò per non reprimere il blando riformismo economico e la aperture nel campo culturale che caratterizzarono gli anni Settanta ungheresi

Concludendo, negli ultimi anni di Breznev le zone a più alto rischio ribellione erano state messe in sicurezza e la normalizzazione poteva dirsi conclusa. Tuttavia, la crisi economica e la coscienza critica della società civile in alcuni paesi che ruotavano nell’orbita di Mosca, rendevano ormai problematico il mantenimento dell’ordine con la sola forza della repressione. Una nuova spinta al mutamento e al dibattito avvenne con la nomina di Gorbacev alla segreteria del PCUS.

3Un riformismo impossibile?

Riunione del comitato centrale del PCUS: tra i membri Krusciov e Breznev
Riunione del comitato centrale del PCUS: tra i membri Krusciov e Breznev — Fonte: ansa

Gorbaciov e una parte della classe dirigente erano convinti che occorressero riforme strutturali per far uscire l’Unione Sovietica dalla crisi irreversibile in cui era caduta, ma era proprio dall’interno dei circoli dirigenti che venivano le resistenze più forti al cambiamento. Scalfire i privilegi di alcuni, per preservare le aspirazioni di gran parte della società, era un obiettivo riassumibile con due parole chiave: ristrutturazione (perestrojka) e trasparenza (glasnost’). 

Con la prima si voleva rivitalizzare l’economia, lasciando una crescente libertà ad un mercato dinamico, mentre la seconda indicava la sfida della libertà d’espressione. Fu soprattutto quest’ultima a ricevere l’accoglienza migliore tra chi sognava di cambiare un sistema sclerotizzato da anni di persistente censura. 

Mikhail Gorbachev
Mikhail Gorbachev — Fonte: getty-images

Non si trattò però di un percorso lineare: maggiori libertà si aprivano, ma più grandi erano le resistenze di una parte della burocrazia conservatrice e dei quadri del partito. I fautori della riforme si trovavano stretti tra una presidenza, quella Gorbaciov, che godeva dei favori dell’opinione pubblica internazionale, e le forti ostilità che tale politica incontrava in patria

Gorbaciov non sempre riuscì a sottrarsi da una contraddizione interna: lui stesso non considerava del tutto pronta la società a quei grandi cambiamenti. L’auspicato compromesso tra pianificazione e mercato ebbe effetti nefasti: caos e incertezze, penurie di prodotti, accaparramento di beni di prima necessità a fini di lucro, corruzione e comportamenti antisociali. A questo, si aggiungeva un’inflazione galoppante. 

C’era però un aspetto in cui Gorbaciov riuscì realmente a guadagnare consensi: la “questione nazionale. Dietro prevedibili dichiarazioni di facciata, l’URSS si era sempre retta su una politica russocentrica, diffidente nei confronti delle diverse nazionalità che formavano l’Unione. A differenza di Breznev, che aveva operato all’interno dei sistemi attraverso la cooptazione delle élite locali, la proposta di Gorbaciov nasceva da una volontà reale di garantire delle autonomie.    

Gli effetti furono tuttavia contrari alle aspettative: una recrudescenza dei nazionalismi che per molto tempo aveva covato l’antirussismo sotto la cenere (in Georgia e Ucraina, come in Moldavia o nei paesi baltici). In questi ultimi, tra 1988-1989, le elezioni diedero la maggioranza ai separatisti. Gorbaciov era sempre più isolato e tentò di risollevarsi con un tentativo maldestro: un’alleanza con i conservatori del PCUS

Boris Yeltsin durante la campagna per il Referendum a Izhevsk (Aprile, 1993)
Boris Yeltsin durante la campagna per il Referendum a Izhevsk (Aprile, 1993) — Fonte: getty-images

Le forze democratiche trovarono a quel punto un riferimento nel presidente del parlamento russo, Boris Eltsin. Ad inizio ’91 in Lituania i cittadini si pronunciavano a favore dell’indipendenza (tornata referendaria con oltre il 90% di favorevoli), mentre a Mosca si consumava lo scontro tra i due uomini forti del regime: in luglio Gorbaciov imponeva delle riforme al partito che apparivano all’alta nomelklatura come una liquidazione dello stesso

Era l’inizio della fine; un “Comitato per lo stato d’emergenza” rispose alle proteste proclamando lo stato d’emergenza, nel contempo le forze ostili a Gorbaciov - truppe golpiste, una parte della popolazione russa con i sindaci di Mosca e Leningrado - si stringevano attorno alla figura di Eltsin.

L’effetto domino fu innescato da quest’ultimo - da giugno 1991 divenuto presidente della Repubblica russa - che sospese le attività del PCUS sciogliendo il comitato centrale del partito. A dicembre di quell’anno i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia decretavano la fine dell’URSS, sostituita dalla CSI (Comunità di stati indipendenti). 

Alla fine di quell’anno Gorbaciov si dimetteva dalla carica di segretario generale del PCUS: l’Unione sovietica, la principale vincitrice del Secondo conflitto mondiale insieme agli USA, aveva cessato di esistere

Non parliamo del comunismo. Il comunismo era solo un'idea, solo confusione nel cielo. B. Yeltsin