Storia della pena di morte

Storia della pena di morte A cura di Luca Mastrocola.

La pena capitale in Italia e nel mondo, lo strumento giuridico ancora in vigore in 60 paesi. Storia e riflessioni.

1La pena di morte

Un plotone di esecuzione giustizia un prigioniero, 1890
Un plotone di esecuzione giustizia un prigioniero, 1890 — Fonte: getty-images

La pena di morte, conosciuta anche come pena capitale, è la massima forma di pena a cui può essere condannata una persona e la sua esecuzione consiste nell’uccisione di un individuo ordinata da un tribunale in seguito ad un giudizio di colpevolezza

Essa era presente già nella storia antica, si hanno prove della sua applicazione in alcune civiltà come quella egizia, greca e romana e anche nella Bibbia sono descritte situazioni in cui si stabilisce la pena capitale come punizione per determinate colpe. 

La pena capitale continua ad essere uno strumento giuridico in mano ai giudici di oltre sessanta Paesi tra i quali: 

2Pena di morte: le diverse posizioni

Un condannato a morte sulla sedia elettrica nel carcere di Sing Sing (New York, USA), 1900
Un condannato a morte sulla sedia elettrica nel carcere di Sing Sing (New York, USA), 1900 — Fonte: getty-images

Coloro che si dichiarano favorevoli alla pena di morte sostengono la loro posizione con un’esigenza di giustizia. Per questi individui essa costituirebbe l’unico vero deterrente alla criminalità e consentirebbe agli Stati di difendere ogni singolo cittadino e, in misura maggiore, quelli che rispettano le leggi. 

La teoria fondamentale è che per alcuni reati nessuna pena tranne quella capitale rappresenterebbe la giusta punizione. La pena di morte, inoltre, placherebbe il rancore dei parenti delle vittime e attenuerebbe così la tentazione di vendette private.

Un’altra giustificazione alla pena capitale è di natura economica a causa dei costi sicuramente maggiori di una lunga detenzione rispetto all’immediata eliminazione del condannato.

Tuttavia la durata della detenzione prima dell’esecuzione e l’incertezza della sua attuazione contribuiscono alla persecuzione psicologica dei detenuti. Spesso l’annuncio dell’esecuzione viene comunicato con pochi giorni di preavviso come ad esempio negli Stati Uniti o anche pochi minuti prima dell’evento come succede in Giappone.

Nei Paesi in cui è applicata inoltre il numero di reati non è più basso, ma anzi in alcuni casi si è dimostrato addirittura più alto.

Diversi studi accertano poi come l’uso sproporzionato della pena di morte contro poveri ed emarginati sia sinonimo di discriminazione e repressione. In alcuni casi essa può essere anche un mezzo per colpire minoranze etniche o religiose e nelle mani di regimi autoritari, risulta uno strumento di minaccia e repressione che riduce al silenzio gli oppositori politici. Un altro rischio importante è che vengano messi a morte degli innocenti.

3Cesare Beccaria

Già nel 1764 il giurista Cesare Beccaria nel saggio “Dei delitti e delle pene” giudicò la pena di morte inaccettabile sostenendo che gli uomini non hanno il diritto di uccidere i propri simili. La pena di morte non sarebbe un diritto appunto, ma una guerra della nazione contro un cittadino: 

  • né utile
  • né necessaria

Secondo il giurista lombardo essa non è utile a prevenire i crimini e non è necessaria se non nei casi che implichino la salvaguardia dello Stato. Essa è dunque iniqua e va messa al bando.

Solo la certezza e l’estensione della pena possono fungere da deterrenti nei confronti del crimine e questa funzione può essere svolta:

  • dall’ergastolo;
  • dai lavori forzati.

Secondo Beccaria la pena deve offrire al reo la possibilità di redimersi e la società deve sentirsi al sicuro.

L’illustre giurista si chiede anche come possa la Chiesa condannare e vietare il suicidio ed applicare contemporaneamente la pena di morte.

Egli sostiene che la pena applicata possa diventare un cattivo esempio in quanto Stato e Chiesa dovrebbero essere soggetti che condanno gli omicidi non che li infliggono.

4La pena di morte nella storia

Impiccagione pubblica di prigionieri turchi a Trieste, durante la guerra italo-turca, intorno al 1911
Impiccagione pubblica di prigionieri turchi a Trieste, durante la guerra italo-turca, intorno al 1911 — Fonte: getty-images

Beccaria è considerato tra i massimi esponenti dell’illuminismo italiano ed è proprio l’illuminismo che contribuisce a rinnovare il diritto e a mettere in discussione lo strumento della pena capitale, prima previsto anche per delitti solo sospettati e per individui che non potevano permettersi una difesa legale.

La tortura aveva valore di prova e le esecuzioni avvenivano in pubblico con la spettacolarizzazione del dolore.

Pur non avendo testimonianze scritte delle prime esecuzioni nella storia dell’umanità, si immagina che la pena di morte fosse inflitta nelle comunità preistoriche dai capi tribù che l’applicavano per azioni delittuose come l’omicidio o per atti sacrileghi.

Morte di due frati francescani, eseguita dal re moresco Zayd Abu Zayd nel convento di San Francesco d'Assisi a Valencia, XIII secolo
Morte di due frati francescani, eseguita dal re moresco Zayd Abu Zayd nel convento di San Francesco d'Assisi a Valencia, XIII secolo — Fonte: getty-images

La prima testimonianza scritta in merito alle esecuzioni capitali, la rintracciamo nel Codice di Hammurabi dei Babilonesi. Le pene pur essendo per la prima volta codificate non erano però eque perché la loro applicazione avveniva tenendo conto della classe sociale del colpevole e a parità di reato era sempre il più debole a subire le condanne più dure.

Gli Egizi invece l’applicavano a coloro che contravvenivano alle regole della Maat (antico concetto egizio di giustizia). Le condanne riguardavano chi si macchiava di offese al faraone o omicidi, ma esse erano uguali per tutti.

Nelle civiltà precolombiane a essere puniti con la morte erano coloro che non potevano risarcire i parenti delle vittime dopo aver commesso un delitto o essersi macchiati di un’altra grave colpa.

Nella Grecia antica alcuni consideravano la pena capitale una risposta all’idea di giustizia, altri come ad esempio Platone (428-348 a. C.) accettavano di applicarla solo per i reati più gravi. In ogni caso la maggioranza dei filosofi antichi giustifica la pena di morte, anche se spesso contestando l'uso spregiudicato che se ne faceva nel mondo greco-romano e orientale.

I Romani applicavano la legge del taglione e l’espressione latina per indicare la condanna a morte era “damnare capitis”. Nel V secolo a. C. furono emanate le leggi delle XII tavole nelle quali veniva codificata l’applicazione della legge del taglione. Molti crimini venivano puniti con la pena di morte tra i quali il tradimento contro lo Stato, gli omicidi, il furto, l’inganno.

I metodi applicati erano molto cruenti:

  • si poteva essere lanciati dalla rupe Tarpea;
  • essere sepolti vivi se colpevoli di infedeltà;
  • crocifissione;
  • morte negli anfiteatri ad opera di belve feroci o in lotte tra schiavi.

Nell’Europa medievale il potere religioso si fece complice del potere politico nel comminare la pena capitale attraverso:

  • la decapitazione;
  • l’annegamento;
  • l’impiccagione;
  • l’impalamento;
  • il rogo;
  • la morte per fame e sete.

5La pena di morte nell’età moderna

Esecuzione di Anna Bolena. Inghilterra, 1536
Esecuzione di Anna Bolena. Inghilterra, 1536 — Fonte: getty-images

Nel corso del XVI e del XVII secolo ci fu un aumento della violenza in nome dellaragion di statoe in Inghilterra fu applicato il “Codice Sanguinario” (Bloody Code) che prevedeva di punire con la morte ben 220 reati tra i quali figurava anche il taglio illecito di legname. Tale situazione si attenuò solo nel 1829 grazie ad una riforma che depenalizzò dalla pena di morte ben 110 reati.

Anche in Francia tra il 1793 e il 1794 furono uccise moltissime persone soprattutto per mezzo della ghigliottina per idee contrarie all’ordine costituito. Nel corso del 1700 però il dispotismo illuminato aveva reso meno frequente il ricorso a questa pratica perché lo Stato è in grado di controllare meglio i territori e i suoi cittadini.

6La pena di morte in Italia

La Repubblica di San Marino fu il primo Stato ad abolire nel 1468 la pena di morte, seguita dal Granducato di Toscana nel 1786 tramite il codice penale toscano promulgato dal granduca Pietro Leopoldo. La Repubblica Romana la abolisce nel 1849. Con l’Unità d’Italia essa viene cancellata nel 1889 con il codice penale di Giuseppe Zanardelli, rimane però per:

  • il regicidio;
  • i delitti commessi in tempo di guerra;
  • l’alto tradimento.
Caricatura di Giuseppe Zanardelli mentre mostra il nuovo codice penale
Caricatura di Giuseppe Zanardelli mentre mostra il nuovo codice penale — Fonte: getty-images

Sarà poi reintrodotta dal regime fascista nel 1930 attraverso il Codice Rocco. Con l’avvento della Repubblica è stata espressamente vietata ad eccezione dei casi previsti dalle leggi di guerra.

L’articolo 27 della nostra costituzione afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

L’ultima esecuzione in Italia va in scena il 4 marzo 1947 a Torino, ma è solo il 25 ottobre del 1994 che l’Italia abolisce completamente la pena di morte anche dal codice penale militare di guerra e nel 2007 è stata definitivamente cancellata dalla Costituzione anche con riferimento alle leggi militari di guerra.

7Ascolta il podcast su Cesare Beccaria

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