Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni: trama e analisi

Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni: trama e analisi A cura di Antonello Ruberto.

Trama e analisi della Storia della colonna infame, il saggio storico di Alessandro Manzoni pubblicato come appendice de I promessi sposi

1Il Fermo e Lucia e la Colonna Infame

La peste a Milano, 1630
La peste a Milano, 1630 — Fonte: getty-images

La genesi della Storia della Colonna Infame è strettamente collegata con quella di un'altra opera, quel Fermo e Lucia che già abbozzava i temi e i contenuti del grande romanzo manzoniano: I Promessi sposi.

I primi anni '20 dell'Ottocento sono per lo scrittore milanese anni di profonde riflessioni sulla storia, sul modo di raccontare la storia e sul suo rapporto con la letteratura, un'elaborazione teorica di cui si ha testimonianza nella celebre lettera a Victor Chauvet, e le cui conseguenze sul piano più praticamente letterario emergono timidamente nell'Adelchi (1920), ultima delle tragedie teatrali manzoniane, la cui scrittura viene momentaneamente sospesa proprio per iniziare quella del Fermo e Lucia, nell'aprile 1821.

Fondamentale per questo cambio d'interessi, che rientra in quella rivisitazione dei rapporti tra storia e letteratura, è la lettura dell'Ivanhoe di Walter Scott, che spinge Manzoni ad ideare un'opera letteraria che pone al suo centro nel ruolo di protagonisti, degli umili, cioè personaggi del popolo, e non degli eroi magari appartenenti al ceto nobiliare.

Il romanzo, completato nel 1823, narra dell'amore contrastato dei due protagonisti del titolo ed è diviso in quattro tomi, l'ultimo dei quali vede Fermo aggirarsi per una Milano piegata dalla peste del 1630 dove scampa per poco a un linciaggio dopo che la folla lo aveva additato come «untore».

Dal punto di vista letterario la Storia della Colonna Infame comincia qui: inizialmente, infatti, questa doveva essere raccontata nel quinto capitolo di quel quarto tomo in cui si narra delle disavventure di Fermo a Milano; il romanzo, però, rimane alla fase di abbozzo e non venne pubblicato. Ma la Storia della Colonna Infame continua ad affascinare lo scrittore che legge in quell’episodio significati complessi e profondi, meritevoli di maggiore attenzione; e così, dopo essere scomparsa nell'edizione «ventisettana» dei Promessi sposi, riappare in quella del 1842 come vera e propria appendice in cui Manzoni si concentra su eventi che accenna già nel capitolo XXXII.

2Storia della colonna infame: trama

Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, frontespizio di Francesco Gonin
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, frontespizio di Francesco Gonin — Fonte: getty-images

La Storia della Colonna Infame racconta un episodio realmente accaduto nella Milano del 1630, afflitta dalla peste e sotto la dominazione spagnola, e cioè il processo e la condanna a morte di diverse persone con l'accusa di essere «untori», cioè di essere responsabili della diffusione della pestilenza.

Il racconto comincia il 21 giugno del 1630, quando alcune donne vedono dalle loro finestre un uomo che, mentre cammina, tocca i muri delle case sulle quali sembra lasciare una sostanza giallastra che, secondo loro, è l'unguento responsabile della diffusione della malattia. A far spargere la voce sarebbe stata una tale Caterina Rosa mentre l'uomo, che si chiama Guglielmo Piazza, è un addetto al tribunale della Sanità, e viene arrestato con l'accusa di essere un untore.

Interrogato e messo sotto tortura, gli viene promessa l'impunità in cambio dei nomi di altri complici, e così il Piazza fa il nome di un barbiere, tale Giacomo Mora, che gli avrebbe consegnato la pozione contente il veleno pestilenziale. All'epoca dei fatti i barbieri come il Mora avevano spesso anche il ruolo di medici, e non era strano che avessero in dotazione intrugli e pozioni che si credeva avessero capacità curative o i altro tipo, motivo per cui appariva verosimile non solo che questi fosse coinvolto nelle pratiche di Piazza, ma anche che ne fosse direttamente responsabile. Il Mora viene quindi arrestato insieme alla famiglia e torturato, finendo con l'autoaccusarsi pur di porre fine al supplizio, ma poi ritratta.

I giudici decidono di mettere a confronto le versioni di Piazza e Mora, ma i due iniziano a contraddirsi. Nel frattempo il popolo di Milano si è convinto della loro colpevolezza e ne chiede la condanna. Piazza, stravolto dalle torture, ammette di essere parte di un complotto insieme ad altre persone, sotto la guida di Giovanni Padilla, figlio di un militare spagnolo d'alto livello.

Esecuzione degli untori, Milano 1630
Esecuzione degli untori, Milano 1630 — Fonte: getty-images

I due giudici che conducono il processo, Giovanni Battista Trotti e Giovani Battista Visconti decidono infine di condannare a morte Piazza e Mora, ordinando un'esecuzione pubblica che doveva avvenire tramite il supplizio della ruota; insieme ad essi vennero condannati altri cinque uomini, le esecuzioni vennero fatte pubblicamente per calmare il popolo, furente nei confronti degli untori. Dalla lista dei condannati è escluso il Padilla, che viene assolto.

Dopo le esecuzioni le autorità dispongono che la casa di Giacomo Mora venisse rasa al suolo e, al suo posto, fosse eretta una colonna con un'iscrizione che ricordava l'infamia delle azioni del barbiere, del Piazza e degli altri. La colonna rimase al suo posto fino al 1778, quando le autorità dell'Impero austriaco che nel frattempo aveva acquisito la città, ne decretarono l'abbattimento.

3Manzoni, la storia e l'etica

Nella ricostruzione di quest'avvenimento Manzoni si avvale principalmente delle cronache scritte da Giuseppe Ripamonti, fonte che gli è assai utile anche nella scrittura dei Promessi sposi, ma anche dalle informazioni che ricava dagli scritti di Ludovico Muratori e Giuseppe Parini. Questi autori, benché persone sicuramente colte, sono accomunati dal non mettere in discussione le indagini e il modo in cui i giudici le condussero, nessuna riflessione sull’assurdità delle accuse o sulla liceità di confessioni estorte con la tortura: è qualcosa di interessante da osservare perché dà l'idea di come certi modi di pensare fossero radicati nel sentire comune.

Ritratto di Alessandro Manzoni
Ritratto di Alessandro Manzoni — Fonte: ansa

Il primo ad affrontare i fatti della Colonna infame con occhio critico fu Pietro Verri, che nelle sue Osservazioni sulla tortura (1804), seguendo una logica rigorosamente illuminista, prendeva l'episodio ad esempio per attaccare la tortura come procedimento processuale. Per Manzoni, che invece vede l'episodio dall'ottica cristiana, esso offre l'opportunità di affrontare nuovamente il problema del male nella storia, e il ruolo delle scelte individuali.

Pur non mancando di condannare la tortura come strumento processuale pone l’accento sulle responsabilità dei due giudici, colpevoli di aver seviziato e messo a morte persone innocenti con un’accusa assurda: secondo Manzoni, infatti, due persone appartenenti istruite come il Visconti e il Monti non potevano credere che alla diffusione della peste come opera di un complotto, e il senso di quelle condanne va quindi ricercato nella volontà dei due giudici, membri di un’amministrazione ingiusta e corrotta, di trovare dei capri espiatori per placare l’ira della folla e nascondere le responsabilità e le mancanza delle autorità spagnole nella cattiva gestione e nel contenimento dell’epidemia.

Come nei Promessi sposi Manzoni adotta il punto di vista degli umili, delle vittime, per condannare le storture del potere e la loro calcolata crudeltà; ma se il romanzo in cui si muovono Renzo e Lucia si chiude con un lieto fine, il resoconto storico della vicenda di Mora e Piazza si chiude in un finale disperato e desolante.

3.1La critica crociana e Sciascia

Accolto freddamente fin dai suoi esordi, la Storia della Colonna Infame è stata spesso criticata per il tono eccessivamente moralistico dell’opera. Benedetto Croce la giudicò antistorica, stessa accusa che nel 1937 fa Fausto Nicolini, che articola la critica al Manzoni su diversi punti: evidenzia come i due giudici fossero cittadini di specchiata fama, di come Manzoni non abbia nemmeno preso in considerazione che le unzioni potessero essere reali; soprattutto Nicolini accusa Manzoni di antistoricismo, e di leggere comportamenti di uomini della metà del Seicento nella sua ottica, mentre all’epoca la tortura e la condanna a morte erano pratiche comuni, così come lo era la convinzione dell’esistenza degli untori.

La polemica viene ripresa da Leonardo Sciascia, che ripercorre la ricerca dello scrittore milanese smontando le critiche del Nicolini, giudicandole intrise di pedanteria e incapaci di leggere quella storia e i suoi protagonisti in un contesto più ampio. Sciascia usa per i due giudici la definizione di «burocrati del male», perché pur avendo gli strumenti culturali per rendersi conto dell’innocenza degli arrestati e dell’infondatezza delle accuse hanno preferito non usarli. Le virtù umane che Nicolini ascrive a quei giudici sono le stesse, dice Sciascia, che spesso vengono usate per descrivere i gerarchi fascisti: in un’ottica morale il fatto di essere colti, amorevoli verso i figli e la cosa pubblica, aggrava le atrocità commesse, non le giustifica.

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