Lo spleen di Baudelaire: testo, analisi e significato

Lo spleen di Baudelaire: testo, analisi e significato A cura di Antonello Ruberto.

Spleen: scopri il significato che questo termine ha in Baudelaire, termine che descrive uno stato d'animo, reso famoso dal poeta che ne parla nelle sue poesie.

1Lo Spleen, I fiori del male e l'innovazione simbolista

I fiori del male di Charles Baudelaire: dipinto di Charles Maurin, 1891
I fiori del male di Charles Baudelaire: dipinto di Charles Maurin, 1891 — Fonte: ansa

I fiori del male, pubblicato per la prima volta nel 1857, è senza dubbio l'opera più importante e famosa di Charles Baudelaire, frutto di un lavoro di scrittura profondo e consapevole, di una costruzione meticolosa, un'opera di assemblaggio finalizzata a dare all'intera raccolta un respiro organico.  

I suoi 126 componimenti si dividono in 6 parti:  

  • Spleen e ideale, in cui si affronta il tema della noia e della speranza;
  • le 17 liriche che compongono la sezione dei Quadri parigini dove si dipinge la capitale francese come una città abbrutita e degradata;
  • la sezione Il vino che descrive gli stati di ebrezza e gli effetti delle droghe di cui Baudelaire faceva uso;
  • la quinta parte, Rivolta, dove troviamo liriche a tema religioso, spesso dal tono blasfemo e che sono costate al poeta una condanna;
  • l'ultima, intitolata La morte, affronta la fine della vita descrivendola come un viaggio, un nuovo inizio dopo la vita;
  • particolarmente interessante è la quarta parte, I fiori del male, dove Baudelaire descrive la propria idea di poesia, che presenta una profondissima rottura con gli stili poetici precedenti.

D'altronde egli vive in un periodo di profondi fermenti che, sviluppatisi in maniera particolare nella Francia di Napoleone III, sono destinati ad avere ripercussioni fortissime su tutta la cultura europea del secolo successivo.

Era, la sua, l'epoca di scrittori del calibro di Balzac e Hugo, che stavano dando una forma nuova e definitivamente moderna al romanzo, letterati che Baudelaire conosceva e frequentava proprio negli anni in cui stava formulando quella sua idea poetica che poi andrà a influenzare autori come Verlaine, Mallarmé e Rimbaud.

Baudelaire riunisce nella sua poesia alcune caratteristiche del parnassianesimo e altre del tardo romanticismo, arrivando però ad una sintesi assolutamente innovativa.

Ritratto di Charles Baudelaire di Gustave Courbet
Ritratto di Charles Baudelaire di Gustave Courbet — Fonte: ansa

Secondo la stessa opinione del poeta I fiori del male sono la cronaca del viaggio attraverso quell'inferno che, per lui, è la vita, un viaggio in cui l'amore, la religione e la morte vengono viste attraverso una lente cupa, tetra, profondamente pessimista e mai consolatoria, mentre un senso di orrore e satanismo vena tutta la raccolta poetica.

Enorme importanza acquista la figura del poeta stesso, che viene dipinto come uno spirito elevato, capace di una profonda percezione e comprensione della realtà, una capacità che lo pone ad un livello superiore, elevato rispetto alla massa delle persone, al contempo però egli è incapace di relazionarsi e muoversi nella quotidianità, un'immagine che il poeta rappresenta attraverso la figura dell'Albatros, cui nel volume dedica una poesia così intitolata, cioè un uccello maestoso e potente quando librato in aria ma che le sue stesse dimensioni rendono goffo una volta a terra.

Baudelaire, inoltre, si fa fautore di un tipo di poetica che agisce in maniera descrittiva e per associazioni: le caratteristiche degli oggetti, delle situazioni, così come i profumi e la luce per il poeta sono simboli, segni di un collegamento a significati ulteriori.

La poesia simbolista, che vede proprio in Baudelaire uno dei suoi iniziatori più importanti, è alla base di un processo di riforma e innovazione profondissimo del fare poesia e che sarà alla base del successivo decadentismo.

2Spleen: analisi della poesia

Nella raccolta I fiori del male, esistono ben quattro poesie dal titolo Spleen, ma con questo nome ci si riferisce comunemente solo alla quarta di queste.

Il nome deriva dalla parola inglese 'spleen', che significa letteralmente ‘milza’, e indica cioè quell'organo del corpo umano che tradizionalmente veniva indicato come quello che produce un liquido nero, la bile, che è causa del malumore, della tristezza e della noia, tutti sentimenti che vengono espressi nel componimento.

2.1Spleen, la metrica

Da un punto di vista strettamente compositivo questa lirica contiene cinque strofe da quattro versi ciascuna; i versi sono tutti dodecasillabi, cioè composti di dodici sillabe, e dal punto di vista metrico si segue lo schema ABAB

Per quanto concerne le figure retoriche in generale è difficile individuarle con precisione, ci si trova infatti davanti a un uso continuo di parallelismi e di metafore che puntano essenzialmente alla creazione di immagini che hanno una funzione allusiva costante; ma la ricerca e la creazione costante di una dimensione simbolica aprono ad un uso dell’allegoria che, praticamente, coinvolge ogni fase del componimento. 

Le prime tre strofe si distinguono, sul piano compositivo, dalle restanti due e sono accomunate dal condividere il fatto che il primo periodo è sempre introdotto dalla congiunzione ‘quando’, la cui reiterazione punta a creare una tensione narrativa, un’aspettativa. È comune a tutte le cinque strofe, invece, un’identica struttura compositiva formata da due periodi divisi tra i due distici che compongono la strofa.

La prima strofa propone un paragone tra lo stato d’animo del poeta e il cielo in un parallelismo che si sviluppa a versi alternati

Fin dai primi versi il lettore è proiettato in un’atmosfera cupa, lugubre, l’orizzonte del cielo è coperto di nubi livide e basse che creano una sorta di coperchio (v. 1) e da cui si riversa una luce fioca che rende il giorno nero come la notte (v. 4). 

Il coperchio del v. 1 dà, materialmente, il senso d’oppressione emotiva che il cielo coperto è in grado di scatenare, e le cui conseguenze vengono espresse in maniera esplicita nei gemiti e nelle lunghe fitte del verso successivo e nella tristezza del giorno nero del v. 4. 

La pioggia che nella prima strofa s’intuiva soltanto diventa più presente nelle due successive. Al v. 5 il mondo, la terra, si trasforma in una prigione umida, con una metafora che non solo alimenta il senso di claustrofobica oppressione già presente con il coperchio del v. 1, ma accentua la connessione tra la cupezza dello stato d’animo e quella del cielo.

Al v. 6 c’è una prima personificazione: la Speranza, cioè uno stato emotivo, viene ora paragonata a un pipistrello intrappolato tra le mura della cella e non riesce ad uscirne, sbattendo la testa sulle pareti, venendo così ritratta mentre compie un gesto di estrema disperazione, di estrema impotenza.

La terza strofa è l’ultima a chiudersi con l’uso anaforico della congiunzione quando. Anche in questa si ritrova la proposizione di immagini tetre, claustrofobiche che rimandano a stati emotivi di angoscia e oppressione.

Ritratto di Charles Baudelaire di Emile Deroy
Ritratto di Charles Baudelaire di Emile Deroy — Fonte: ansa

La pioggia, soltanto supposta nelle strofe precedenti, si concretizza finalmente al v. 9 dando vita a un’immagine potente che richiama direttamente a quella della prigione (v. 5) della seconda strofa: lo strisciare (v. 9) delle gocce di pioggia sul vetro crea l’impressione delle sbarre di una cella (v. 10) proseguendo così nella descrizione di un ambiente che richiama al chiuso, all’umido e al marcio (v. 8).

I vv. 11-12 chiudono definitivamente la descrizione iniziale dell’oppressione emotiva con un nuovo riferimento animalesco, il popolo di infimi e muti ragni (v. 11), insetti repellenti, come lo era d’altronde il pipistrello del v. 6, che tessono le loro ragnatele nel fondo del cervello (v. 10) avvolgendolo e imprigionandolo; l’aggettivo muti del v. 11 può riferirsi sia direttamente ai ragni che, in maniera allusiva, all’incapacità del poeta di dar voce ai suoi stati d’ansia, una lettura che si inquadra perfettamente nell’ambientazione opprimente fatta finora e costruita simbolicamente attraverso le immagini del coperchio (v. 1), della prigione (vv. 5 e 10).

La serie di anafore s’interrompe bruscamente all’inizio della quarta strofa. I vv. 13-14 segnano l’ingresso sulla scena narrativa dell’esterno, la rottura dell’ambiente claustrofobico che ha dominato finora la narrazione avviene con una certa violenza, sottolineata dall’uso del verbo battere accompagnato dall’avverbio improvviso e dall’aggettivo furiose (tutti al v. 13), e la violenza di quest’immagine prosegue al verso successivo in cui il rintocco delle campane vien descritto come un grido terribile lanciato verso il cielo da spiriti erranti che gemono senza posa (v. 16).

La quarta strofa, con le sue irruzioni dall’esterno, interrompe il flusso di riflessioni interiori del poeta, che però ricomincia con la quinta e ultima strofa la quale, come le prime tre, inizia con una congiunzione, che sembra stia proprio a indicare la ripresa di quel discorso interiore dopo l’interruzione portata dal battere delle campane (v. 13). 

Le immagini conclusive del componimento, come in una sorta di climax, aprono ad una visione estremamente cupa e solenne, dominata dalle personificazioni della Speranza e dell’Angoscia. All’inizio s’invocano lunghi cortei funebri (v. 17) che sfilano silenziosamente nella mente del poeta, laddove l’assenza di musica e tamburi sottolinea ulteriormente la cupezza del momento.

3Spleen, il testo

Quando il cielo è basso e pesante come un coperchio
Sullo spirito che geme vittima di lunghe fitte,
E dall'orizzonte di cui abbraccia per intero il cerchio
Ci versa addosso un giorno nero più triste della notte;

Quando la terra si trasforma in una prigione umida,
Dove la Speranza, come un pipistrello,
Va sbattendo sui muri le sue ali timide
E sbatte la testa al marcio soffitto;

Quando la pioggia allunga le sue immense strisce
imita le sbarre di una enorme prigione,
E quando un popolo di infimi e muti ragni
tesse le sue reti al fondo del nostro cervello,

Delle campane all'improvviso battono furiose
E lanciano al cielo un grido terribile,
Come fossero spiriti erranti e senza patria
Che iniziano a gemere senza posa.

- E dei lunghi cortei funebri, senza tamburi né musica,
Sfilano lentamente nell'anima mia; la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia atroce,
sul mio capo chino pianta la sua bandiera nera.

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