Spesso il male di vivere ho incontrato: testo e commento alla poesia di Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento al componimento "Spesso il male di vivere ho incontrato" di Eugenio Montale, dalla raccolta Ossi di seppia. A cura di Marco Nicastro

Spesso il male di vivere ho incontrato: testo

Spesso il male di vivere ho incontrato... Il testo del componimento di Montale:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

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Spesso il male di vivere ho incontrato: commento

In quest’altra celebre poesia, che inizia con uno degli endecasillabi più famosi della nostra letteratura, Montale sfrutta appieno l’espediente cui si è già accennato del “correlativo oggettivo”: alcuni oggetti-situazioni concreti sono usati icasticamente per rappresentare altro, evitando l’esposizione diretta dell’io narrante. Nello specifico, gli elementi che svolgono qui questa funzione sono il rivo, la foglia, il cavallo, la statua, la nuvola e il falco.

Cos'è il male di vivere?

Come si potrebbe definire il male di vivere? Il poeta non lo spiega direttamente ma ce lo lascia intendere proprio attraverso quegli oggetti-situazioni della vita quotidiana. I sostantivi e gli aggettivi che li qualificano possono aiutarci a capire un po’ meglio:

  • il rivo è «strozzato», ossia non fluisce come dovrebbe;
  • la foglia è «riarsa» e avviluppata su sé stessa (torna il tema dell’aridità interiore, con l’incartocciarsi che richiama l’idea di una chiusura in se stessi);
  • il cavallo è «stramazzato», cioè cade a terra sfinito (da una corsa? dalla vita stessa?).

Sono aggettivi cherimandano a una condizione di morte, di stanchezza vitale, di impoverimento interiore, e chevengono ripresi da altre efficaci immagini nella seconda parte del componimento.

Ora, secondo l’interpretazione canonica del testo, la risposta del poeta al male di vivere sarebbe quella di una «divina Indifferenza»: «bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza», cioè a dire che l'unico rimedio conosciuto dal poeta al male del vivere è un atteggiamento divino (per questo il termine «prodigio») di distacco e di superiore impassibilità. La i maiuscola della parola “indifferenza” indicherebbe il fatto che tramite questo atteggiamento l’uomo si avvicina ad una condizione tipica di una divinità, oppure è semplicemente un rimando allo stile simbolista. Personalmente mi ha sempre attirato invece un’altra interpretazione possibile (e certo fantasiosa): quella i maiuscola sarebbe il segno che Montale si riferisce realmente a una divinità indifferente, di cui gli “oggetti” che compaiono dopo quel verso (la statua, la nuvola, il falco ecc.) diventano simbolo.
Questa interpretazione non escluderebbe totalmente Dio dall'orizzonte di Montale, almeno in questa fase della sua produzione poetica, ma ne lascia trasparire una possibilità d’esistenza; si tratta comunque di un’entità remota, lontana dalla sofferenza dell’essere umano, indifferente appunto (potremmo dire epicurea). È una condizione di definitiva solitudine nel dolore quella delineata qui da Montale, che lascia l’uomo attonito e quasi stupefatto, un po’ come quando, in condizioni di shock per un trauma subito, una persona si distacca da se stessa e dalla realtà (in termini psicologici: si dissocia) per vivere quella condizione dolorosa in modo attenuato, come da dietro uno spesso vetro. I sostantivi in sequenza nella seconda strofa – sonnolenza, statua, nuvola, falco – con l’inevitabile idea si sospensione e di fissità che veicolano sono espressione proprio di questo stato interiore di stupore, di questo rimanere senza parole, come appunto dinnanzi ad un prodigio. Inoltre, come in un’altra poesia che abbiamo visto («Ora sia il tuo passo…»), anche questa si conclude con l’immagine di una nuvola che si staglia nel cielo. Lo sguardo dell’uomo dinnanzi al dolore delle cose va in alto esterrefatto senza capire veramente cosa accade, cerca qualcosa ma pare non trovarla, rimanendo in questa aspirazione “verticale” perso in una condizione quasi ipnotica.
Nelle tre immagini della seconda strofa non si manifesta quindi un miglioramento, seppur lieve, rispetto alla condizione esistenziale descritta nella prima strofa attraverso il rivo, la foglia e il cavallo simboli del male di vivere, come sarebbe lecito supporre se il poeta riuscisse ad esercitare una «divina Indifferenza» (secondo quanto ipotizza l’interpretazione canonica del testo). Si manifesta invece quella condizione di pietrificazione interiore (statua) e di stordimento (sonnolenza) che comporta, dinnanzi al dolore del vivere, l’indifferenza di Dio, che il poeta però ancora cerca col suo sguardo rivolto al cielo, in cui trova però solo una nuvola e un falco.

La poesia del trauma dell'esistenza

Questa è quindi la poesia del trauma dell’esistenza: il dolore dell’uomo e la sua solitudine nel creato, con un Dio forse ancora possibile ma distante, sono un dramma che lascia senza fiato («stramazzato») e per il quale muore in gola ogni possibile parola o spiegazione («strozzato»). Non resta così che vivere dissociati, attoniti.
È una delle poche poesie di Montale composta interamente di endecasillabi canonici, a parte l’ultimo verso che è un doppio settenario: questa configurazione conferisce a quanto descritto un ritmo solenne (l’endecasillabo è il verso più elegante della nostra tradizione poetica) e una compattezza fuori dal comune (quasi una certezza, si potrebbe dire), rafforzandone il senso di tragicità. Inoltre, le figure retoriche di ripetizione presenti – l’anafora creata con il verbo «era» ripetuto quattro volte, il polisindeto «e la nuvola…e il falco…» all’ultimo verso – danno ulteriore forza a questa tragicità e rimandano alla stanchezza del vivere, in particolare grazie alla lettera e continuamente ripetuta, che mima in modo onomatopeico il suono dell’espirazione affannosa.
Un esempio perfetto di come gli aspetti formali svolgano in poesia una funzione semantica, amplificando e ampliando il significato esplicito delle parole.

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