Spesso il male di vivere ho incontrato, di Montale: stile, parafrasi e figure retoriche

Spesso il male di vivere ho incontrato, di Montale: stile, parafrasi e figure retoriche A cura di Antonello Ruberto.

Spesso il male di vivere ho incontrato, di Montale: stile, parafrasi e figure retoriche alla poesia in cui sono presenti riferimenti a D'Annunzio e Ungaretti e attraverso la quale il poeta trasmette al lettore le immagini che gli evocano il male di vivere.

1Il pessimismo montaliano

Eugenio Montale
Eugenio Montale — Fonte: getty-images

La lirica non è datata, ma con molta probabilità si tratta delle più tarde tra quelle inserite nella raccolta Ossi di seppia.

Nei soli otto versi di cui si compone, Spesso il male di vivere ho incontrato si caratterizza per una complessità compositiva che rivela la maturità ormai raggiunta dal suo autore e la sua capacità di erigere un testo ricco di rimandi che spesso non sono espliciti ma, anzi, ricercati e sofisticati.

Non c’è solo il solito richiamo alla poetica dannunziana, che si ritrova nella rappresentazione di quel meriggio (v. 8) già al centro di Meriggiare pallido e assorto, e che riprende un tema forte della poetica del Poeta Vate diventando però simbolo di un pessimismo profondo e soffocante in quella di Montale, ma si avverte anche un riferimento a Ungaretti, che viene richiamato nella prima strofa con l’immagine della foglia riarsa che si accartoccia (vv. 3-4) per la secchezza, immagine presente anche nei componimenti ungarettiani.

Come per altre composizioni di Montale, anche questa si caratterizza per un fortissimo tono espressionista: le immagini descritte nella poesia, rafforzate da un efficace e sapiente uso della consonanza che ne accrescono la potenza, si fanno esse stesse veicolo e forma di sensazioni e stati emotivi, un espediente narrativo coniato dallo statunitense Thomas Eliot e poi sviluppato dallo stesso Montale e chiamato correlativo oggettivo, la cui idea è proprio quella di trasmettere al lettore determinati stati d’animo o impressioni proprie del poeta attraverso la descrizione di particolari oggetti o situazioni.

Il componimento è una sorta di manifesto del pessimismo montaliano, e d’altronde il senso della poesia è esplicito già dal suo famoso incipit, incentrato sulla formula del male di vivere (v. 1) che collega in maniera diretta la sofferenza al fatto stesso di esistere.

La visione pessimistica dell’esistenza, le riflessioni sull’impossibilità di conoscerne il senso e la descrizione della vita come un qualcosa di soffocante e cupo sono un elemento centrale della poetica di Montale, e si ritrovano in componimenti celebri come Limoni e Meriggiare pallido e assorto, ma in questo componimento quelle riflessioni vengono slegate da una qualsiasi dinamica narrativa e da azioni che, per quanto sospese e impersonali, sono comunque rivelatrici di qualcosa, per legarsi esclusivamente all’immagine descrittiva, e perciò in Spesso il male di vivere ho incontrato la scelta espressionista raggiunge uno dei suoi punti più alti.

2Analisi della poesia

Dal punto di vista metrico la poesia risulta composta di due strofe da quattro versi, i primi tre endecasillabi mentre l’ultimo è un settenario; sul piano metrico le rime seguono lo schema ABBA CDDA, perciò l’ultimo verso della poesia riprende la rima dei vv. 1 e 4 e lascia il v. 5 senza corrispondenza.

La prima quartina comincia con una dichiarazione e, a differenza di altre poesie montaliane, come Limoni o Meriggiare pallido e assorto, qui il soggetto viene espresso in maniera netta con l’uso della prima persona singolare: attraverso una formula efficace, il poeta ci dice di aver incontrato spesso il male di vivere (v. 1), cioè un malessere connaturato all’esistenza stessa, e dal secondo verso in poi elenca una serie di oggetti e situazioni che rappresentano l’incontro con questo malessere.

Se il primo verso è determinato dalla prima persona, l’elenco si caratterizza invece per l’uso reiterato del verbo era che, posto come elemento iniziale di ogni parte dell’elenco, lo traspone invece su un piano oggettivo. Si tratta di un’operazione particolare, giacché la sensazione del male di vivere è tutta personale e propria del poeta, perciò soggettiva, mentre per l’elenco si utilizza un tono oggettivo; Montale, cioè, nel suo comunicare al lettore quelle che sono le immagini che scatenano in lui la sensazione del male di vivere, le rende impersonali, universali, e per tanto capaci di trasmettere anche al lettore quelle stesse sensazioni. 

La serie d’immagini che il poeta costruisce nei vv. 2-4, il rivo strozzato (v. 2), la foglia riarsa (vv. 3-4) che si accartoccia, il cavallo stramazzato (v. 4) sono accomunate nel dipingere una natura soffocata, dolorante, quando non proprio arida e morta come nel caso della foglia e del cavallo.

Il legame logico ed emotivo tra queste istantanee della desolazione è costituito da figure retoriche come l’enjambement che collega i vv. 3 e 4 e, soprattutto, dalle sonorità dure basate sull’uso delle doppie che s’incontrano in strozzato (v. 2), incartocciarsi (v. 3), stramazzato (v. 4), e sulle consonanze costruite con l’uso frequente della r anche in coppia con s e t; si tratta di espedienti retorici che contribuiscono a rafforzare queste immagini di una notevole forza espressiva.

La seconda quartina si aggrappa concettualmente alla prima attraverso il suo incipit, Bene non seppi (v. 5), una frase laconica e dal significato esplicito come quella d’esordio del componimento, in cui il poeta dichiara di non aver mai conosciuto il bene, la felicità.

È interessante notare come per Montale l’alternativa al dolore del vivere si trovi nella conoscenza, che consiste in un rapporto più profondo con l’esistenza; in Limoni questa si poteva intuire nei fugaci momenti di pace, in Meriggiare pallido e assorto quest’opzione è ancora più difficile, quasi preclusa da una realtà soffocante, in questo componimento invece il legame tra felicità e conoscenza viene espresso in maniera schietta, e in modo altrettanto esplicito definito come irraggiungibile.

A questa prima, limpida dichiarazione segue come un contrappunto una frase che si distende sui vv. 5 e 6: il poeta non ha conosciuto il bene se non al di fuori del prodigio / che schiude la divina Indifferenza, un distico complesso e che si apre a interpretazioni differenti. Il bene, la conoscenza, sono qualcosa di episodico e benefico come un miracolo elargito da una divina Indifferenza (v. 6), una formula che può significare il fatto che l’indifferenza è la caratteristica e l’attributo di una divinità vaga e distante che schiude (v. 6), cioè dispensa, miracoli a caso e piacimento.

Di nuovo, quindi, un rapporto più profondo e consapevole dell’esistenza è legato a istanti casuali ed episodici: la vista di un monumento nell’aria soporifera del primo pomeriggio, quella di una nuvola (v. 8) e di un falco (v. 8) che vola alto nel cielo, sono immagini che trasmettono una placida vitalità e che si contrappongono, utilizzando lo stesso stratagemma poetico del correlativo oggettivo, all’elenco della prima quartina.

In maniera analoga si possono osservare e leggere l’utilizzo degli stessi espedienti retorici: l’enjambement dei vv. 7-8 (sonnolenza / del meriggio) usato per creare legame e continuità e, soprattutto, le assonanze, cioè le sonorità che in questi versi giocano sia sulle consonanti morbide che, soprattutto, sulle vocali per rafforzare quel senso di ampiezza che si oppone alla durezza soffocante delle immagini della prima strofa, e che raggiungono l’apice con l’istantanea finale del falco alto levato (v. 8) che, attraverso l’uso delle vocali e delle l, esprime in maniera quasi plastica la sensazione di leggerezza data dalla vista del rapace in volo.

3Parafrasi della poesia

Spesso ho incontrato quella sofferenza che la vita stessa causa:
era il gorgogliare di un ruscello strozzato dagli argini,
era l’accartocciarsi di una foglia
rinsecchita, era un cavallo stecchito.

Il bene non l’ho conosciuto, al di fuori di quei miracoli
che si avverano nella divina Indifferenza:
era quella statua nell’aria immobile
del pomeriggio, e quella nuvola, e il falco che vola in alto.