Soluzioni simulazioni prima prova: tipologia B

Di Redazione Studenti.

Soluzioni simulazioni prima prova: Umberto Eco e il tema argomentativo tipologia B. Traccia svolta dal tutor e consigli per lo svolgimento

PRIMA PROVA MATURITÀ 2019: TEMA ARGOMENTATIVO

Umberto Eco è il protagonista di una delle tracce di esempio fornite dal MIUR per la prima prova, testo argomentativo
Umberto Eco è il protagonista di una delle tracce di esempio fornite dal MIUR per la prima prova, testo argomentativo — Fonte: getty-images

Di seguito troverai, svolta da un nostro tutor, la soluzione della simulazione della prima prova proposta dal MIUR per la Maturità 2019. La traccia svolta è quella del tema argomentativo, la B1, che parte dall'analisi di un testo di Umberto Eco.

SIMULAZIONE PRIMA PROVA TRACCE

Riassumi il contenuto del testo dell’autore, indicando gli snodi del suo ragionamento

Il brano di Umberto Eco verte sul problema della musica “fatta a macchina”, creata con strumenti di alta tecnologia (almeno dal suo punto di vista, dato che scriveva nel 1964). Eco sottolinea che molti, spesso con toni apocalittici, negano la liceità di questo comportamento, accusando la musica prodotta in questo modo di essere sterile e disumana. Eco riporta il problema su un ordine più generale: tutta la musica, a eccezione di quella vocale, è prodotta attraverso uno strumento artificiale. Il flauto, il violino, il pianoforte sono tutti strumenti che emettono «suoni solo se maneggiati da un “tecnico”».

Certo, essi si sono in certo modo “naturalizzati” secondo Eco, divenendo un tutt’uno con l’esecutore; ma perché, allora, credere che questo non possa accadere anche per altri tipi di strumenti di recente invenzione? L’umanizzazione dello strumento dipende in primo luogo dall’uomo, dall’artista che conosce a fondo le peculiarità del suo strumento, al punto da comportarsi con la stessa disinvoltura di un pianista o un violinista con i loro più blasonati – ma non meno artificiali – strumenti.

PRIMA PROVA MATURITÀ 2019 ESEMPI

Evidenzia la tesi dei “moralisti culturali” contestata dall’autore e le tesi che egli contrappone.

I «moralisti culturali» sostengono che sia deplorevole e segno di imbarbarimento la produzione di «musica fatta a macchina», in modo artificiale, come bene di pronto consumo. Eco confuta questa tesi dimostrando che tutti gli strumenti musicali sono artificiali, solo che siamo troppo abituati a sentirli per rendercene conto perché si sono umanizzati grazie all’artista che li usa. Perciò l’umanizzazione di uno strumento musicale è dovuta all’artista e non allo strumento in sé.

Individua gli argomenti che l’autore porta a sostegno delle proprie tesi.

L’autore sostiene che anche il flauto, il violino e il pianoforte siano strumenti artificiali. Li mette, tra l’altro, in ordine di complessità tecnica e costruttiva. Il pianoforte, principe degli strumenti dall’Ottocento in poi, è un capolavoro di meccanica che dovrebbe essere riconosciuto come disumano e artificiale per eccellenza. Ma così non è, perché il pianista è in grado di trovare una vera e propria simbiosi con lo strumento.

Riconosci la differente funzione comunicativa delle virgolette (“...”) che evidenziano alcuni termini ed espressioni.

In espressioni come “musica fatta a macchina” e “musica in scatola” l’autore segnala delle espressioni dispregiative in uso per descrivere il fenomeno della musica creata con un forte apparato tecnologico. Successivamente, invece, l’utilizzo delle virgolette in parole come “tecnico”, “pensa” e “sente”, “organico” risponde a tutt’altra esigenza. Nel primo caso serve a mettere in rilievo l’ampiezza semantica della parola “tecnico” (tèchne, ossia arte, artificio); nel secondo caso, nei verbi “pensa” e “sente”, le virgolette hanno invece una valenza metaforica, poiché lo strumento è idealmente fuso con l’esecutore, divenuto «carne della carne». Nel terzo caso, “organico”, le virgolette giustificano tale fusione tra esecutore e strumento, in base alle metafore precedenti.

TRACCIA SVOLTA PRIMA PROVA MATURITÀ 2019

Soffermati sugli incipit di paragrafo (Oggi..., Di fronte a..., Si può quindi concludere...) e sui connettivi (È Vero... / ma...; Infatti...), spiegandone la specifica funzione testuale.

Gli incipit dei paragrafi dispongono le fila del ragionamento: si parte con la situazione attuale e con l’individuazione del problema: “Oggi”. “Di fronte a…” segnala l’inizio del ragionamento e delle argomentazioni di Eco per risolvere il problema proposto. “Si può concludere”, con elegante forma impersonale, è un’espressione tipica per esprimere il punto di arrivo del ragionamento e offrire una chiusura sintetica. I connettivi “è vero”, “ma” e “infatti” segnalano i diversi punti del ragionamento che si snoda prendendo in considerazioni argomentazioni a favore sia della tesi sia dell’antitesi, facendo in modo – ovviamente – che la prima risulti vittoriosa.

Esamina lo stile dell’autore: il testo si snoda in prevalenza con una sintassi ipotattica, ricca di subordinate e di incisi. Quali effetti produce questa scelta stilistica? 

La sintassi ipotattica crea un periodo avvolgente, sinuoso, capace di prendere il lettore e di condurlo nel cuore delle argomentazioni che risultano tutte concatenate tra loro come in un processo sillogistico. I testi argomentativi, infatti, risultano di norma molto più convincenti quando l’autore si comporta in questo modo; in questo frangente lo stile di Eco appare quasi ciceroniano, se così si può dire. I numerosi incisi servono, in fondo, allo stesso scopo: essi, attraverso delle precisazioni indicative, segnano punti a favore ora della tesi ora dell’antitesi. In questo modo si ha l’impressione (fors’anche la certezza) che ogni aspetto della questione venga considerato nel debito modo e che le conclusioni risaltino per forza logica.

SIMULAZIONE PRIMA PROVA ESAME DI STATO: COMMENTO

La musica, in tutte le sue forme ed espressioni, costituisce uno dei principali centri di interesse e divertimento dei giovani. Esponi dunque le tue opinioni sulla questione affrontata dal testo e sul ragionamento critico costruito da Umberto Eco, anche alla luce delle tue personali esperienze e delle conoscenze acquisite nel tuo percorso di studio.

La musica è forse la forma d’arte più misteriosa di tutte e di certo la più eterea e sfuggente, capace di esprimere «con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo» (Schopenhauer). Essa letteralmente permea la vita di ciascuno di noi al punto che è quasi impossibile trovare un essere umano che non ami fruirne: canticchiamo, fischiettiamo, ascoltiamo i suoni della natura. Suoniamo strumenti, cantiamo: e quando ciò accade, ci sentiamo trasportati in una vita diversa e credo che ogni musicista intimamente sappia che i Greci avevano ragione a crederla un dono delle Muse. 

Se poi pensiamo che addirittura il linguaggio si dice essere nato dal canto degli uccelli, allora tutto il nostro pensiero può essersi sviluppato da un’esperienza estetica. Tutto questo fa capire come essa sia un bisogno intimo dell’uomo che ha addirittura immaginato suoni e armonie celesti nel Paradiso quale peculiarità della suprema armonia divina. Eppure, dietro una visione così alta, come in ogni cosa che riguarda l’uomo, vi è un rovescio di medaglia non indifferente. C’è un aspetto commerciale e industriale della musica, in quanto prodotta, come un qualunque altro bene di consumo (caso non estraneo anche alla letteratura), con una precisa data di scadenza.

Come possono conciliarsi questi due aspetti? Non è certo facile mettere sullo stesso piano musiche di generi diversi, con scopi diversi, con gradi di difficoltà esecutiva o compositiva del tutto dissimili e con strumentazioni assolutamente diverse. E non è neanche un semplice discorso riconducibile al solo gusto, sebbene questo sia imprescindibile. Intanto cominciamo con il dire che la musica è stata sempre strumentalizzata prima che strumentata. Accompagnava le cerimonie religiose e pubbliche, salutava momenti ufficiali, accompagnava danzatori e poeti, allietava re, regine e principi. I compositori sono spesso stati dei servi o dei comuni stipendiati (famoso il caso di Bach, che era Maestro di Cappella, cioè compositore di chiesa).

Solo recentemente è nata l’idea di una musica in qualche modo assoluta, ed è un’idea romantica. Quindi non dovrebbe stupirci se la musica è tornata a essere ancella della nostra vita, a essere riprodotta ossessivamente nei centri commerciali – tremenda durante le feste natalizie – negli aeroporti, nei locali. Forse il silenzio sarebbe troppo assordante e saremmo impreparati ad ascoltare il rumore della pura vita. Non dovrebbe stupirci, dicevo, ma non è appunto detto che sia un bene avere un’invasione della musica nei nostri silenzi, complici una fruizione compulsiva e una produzione industrializzata che certo lo sviluppo tecnologico ha favorito in modo irrevocabile.

Dobbiamo sempre chiederci che cosa vogliamo ascoltare, quando e perché. Si tratta quindi di una questione legata a tanti altri aspetti della nostra vita. I Depeche Mode cantavano a mo’ di inno la canzone Enjoy the Silence che significa “godi il silenzio”, ma anche “partecipa al silenzio”. Ecco, questo sarebbe un aspetto da non sottovalutare. Se vogliamo capire quanto è importante la musica, dovremmo prima riappropriarci del silenzio (esiste poi davvero, il silenzio?).

È davvero una questione di scelte e di curiosità; bisogna avere il coraggio e la pazienza di ascoltare e poi di scegliere: è la scelta a renderci ascoltatori attivi e non disumanizzati; se siamo umani, allora, la musica torna a essere portatrice di un’esperienza quasi mistica, rigenerante, capace di riconciliarci con «l’intima essenza del mondo».