Solo et pensoso: testo, analisi e parafrasi del sonetto XXXV del Canzoniere di Francesco Petrarca

Solo et pensoso: testo, analisi e parafrasi del sonetto XXXV del Canzoniere di Francesco Petrarca A cura di Antonello Ruberto.

Testo, analisi e parafrasi di Solo et pensoso i più deserti campi, il sonetto XXXV del Canzoniere di Francesco Petrarca, tra i più celebri dell'opera.

1Il Canzoniere e la biografia letteraria di Petrarca

Canzoniere di Francesco Petrarca, miniatura
Canzoniere di Francesco Petrarca, miniatura — Fonte: getty-images

Precursore dell'umanesimo, filologo attento, Petrarca concentra la sua attività letteraria principalmente nella scrittura di opere in latino, e sceglie così di utilizzare una lingua che ricostruisce in modo che si avvicini alle forme del latino classico, identificandone i più alti esempi in Cicerone e Virgilio e rifiutando in maniera netta l'uso del latino medievale.  

Contrariamente a quanto fatto dalla generazione dei poeti e dei letterati suoi precursori, cioè degli stilnovisti come Guido Cavalcanti e soprattutto Dante Alighieri, Petrarca è convinto che sia il latino ad avere un ruolo nobile, e perciò si serve del volgare per scrivere quelle opere che ritiene, almeno apparentemente, meno significative.  

È per questo che il titolo originale del Canzoniere, quello datogli dal suo autore è Rerum Vulgarium Fragmenta, cioè una raccolta di cose scritte in lingua volgare e di poca importanza. Eppure quest'opera occupa un posto centrale nel progetto di autobiografia letteraria che Petrarca s'impegna a costruire lungo tutto l'arco della sua esistenza, un'importanza testimoniata dal continuo processo di scrittura, riordino ed edizione di questa raccolta. 

La redazione del Canzoniere, infatti, nella forma che leggiamo ancora oggi, avviene tra il 1367 e il 1374, anno della morte del poeta, ma le prime sistemazioni risalgono addirittura al 1338. Nel frattempo il corpus dell'opera aumenta, questa diventa complessa e si arricchisce di richiami interni ed esterni ad altre sue opere e assume un ruolo primario nella descrizione del processo di maturazione spirituale che l'autore voleva tramandare ai posteri.

La lirica che porta il titolo “Solo et pensoso” fa parte delle opere giovanili dell'autore, e la ricostruzione filologica ha stabilito che sia stata scritta non oltre il 1337: appartiene quindi alla primissima stesura dell'opera, quando ancora, nelle intenzioni del poeta, il Canzoniere davvero non era altro se non la raccolta di divertimenti letterari. In questa lirica il poeta racconta di come, sconvolto dal sentimento amoroso, cerchi rifugio nei luoghi più isolati, vergognandosi del fatto che qualunque persona avrebbe riconosciuto il suo stravolgimento; uno stato d'animo che il lettore può ben figurarsi dai forti accenti con cui Petrarca tratteggia il suo stato emotivo.

2Solo et pensoso: testo e parafrasi

Testo

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Parafrasi

I campi più deserti solitario e pensieroso
con passo lento e apatico percorro,
e mantengo i miei occhi sono rapidi per scappare
dai luoghi in cui l'orma umana lascia il segno.

Non trovo altro riparo che mi protegga
dal far accorgere alla gente [il mio stato d'animo]
perché nei miei gesti privi di gioia
mostrano al di fuori come io dentro divampi:

e così io ormai credo che monti e spiagge
e fiumi e boschi sappiano di che sentimenti
sia la mia vita, ch'è nascosta agli uomini.

Eppure sentieri troppo duri o troppo selvaggi
non riesco a trovare per far si che Amore non venga sempre
a ragionar con me, e io con lui.

3Solo et pensoso: analisi

Francesco Petrarca
Francesco Petrarca — Fonte: getty-images

Il sonetto si compone di quattro strofe, due quartine iniziali e due terzine che seguono lo schema di rime ABBA ABBA CDE CDE. Non mancano, com’è frequente nelle liriche petrarchiane, citazioni virgiliane e allusioni omeriche

E proprio su una citazione dell'Iliade che è improntato l'incipit della prima quartina, dove il poeta descrive il suo desiderio, la sua necessità di nascondersi dalla vista umana, trovando rifugio in luoghi sperduti. Il distico iniziale si caratterizza per il chiasmo delle due dittologie, il «Solo et pensoso» con cui si apre il v.1 cui risponde il «tardi e lenti» che chiude il v.2: in questo modo il sonetto s'impronta già dalla sua apertura sul tema del doppio, che viene sviluppato attraverso l'analogia tra solitudine e la desolazione del poeta e quella degli ambienti naturali in cui si rifugia. 

Al v. 2 il verbo «mesurando» dà la cifra della cupezza che connota la lirica, dando il senso del passo lento con cui il poeta attraversa i campi, quasi come se volesse misurarli.

Il tema della doppiezza irrompe nella seconda quartina, che gioca tutta su un costante rapporto tra l’interno e l’esterno, e spiega il perché egli avverta la necessità di rifugiarsi in luoghi sperduti, cioè per sentirsi al riparo dallo sguardo della gente che, senza fatica, si accorgerebbe del suo stato miserevole.

Nei due versi conclusivi si gioca quel piano descrittivo fatto di contrapposizioni che illumina il tormento emotivo di Petrarca: alla coppia «spenti/fuor» dei vv. 7-8 si contrappone la coppia «dentro/avampi» che chiude il v. 8; è proprio il suo agire privo di gioia che denuncia come il suo spirito sia tormentato come se fosse tra le fiamme.

La terzina 9-11 prosegue il tema del rapporto tra interno ed esterno e riprende l’ambientazione naturalistica della prima quartina. I suoi dolori, così gelosamente nascosti agli uomini, sono talmente evidenti che persino gli elementi naturali, inanimati, saprebbero riconoscerli. La lunga elencazione di questi elementi ai vv. 9-10 ha lo scopo di produrre, attraverso il polisindeto e l’enjambement, un rallentamento del ritmo della lirica e di rimarcare la distanza dell’autore dal consesso umano.

La terzina conclusiva introduce, finalmente, la figura di Amore, che spiega il motivo dello stato d’animo del poeta e chiude il discorso doppio, dicotomico, che impronta tutta la lirica. La terzina si apre con una nuova coppia, «aspre / selvagge» al v. 12, usata per descrivere quelle lande in cui l’autore cerca di appartarsi, ma inutilmente. Giacché ovunque lo raggiunge Amore con cui si ritrova a parlare e ragionare insieme.

La bipolarità è la cifra stilistica di questa lirica, espressa attraverso coppie di sostantivi, aggettivi, avverbi, e che si chiude con il gerundio «ragionando» al v. 14 che risponde idealmente al «mesurando» del v. 2.