Socrate | Video

Socrate fu il filosofo greco che conferì alla filosofia occidentale il suo carattere peculiare grazie all'influenza che ebbe sul pensiero di Platone

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Pur non appartenendo ad una famiglia aristocratica, Socrate ricevette l’educazione tipica dei ceti agiati ateniesi. Approfondì le discipline della retorica e della dialettica, che i sofisti insegnavano ai giovani aristocratici, si interessò alla speculazione naturalistica e di medicina, insomma recepì le idee fondamentali che vennero diffondendosi nell’ambiente culturale ateniese durante l’epoca di Pericle.

Socrate non trascrisse le sue dottrine, né fondò scuole filosofiche; agì spesso, come lui stesso affermava, spinto dal suo daímon -il suo “demone” inteso nel significato di “spirito”-, una voce interiore che esprimeva contemporaneamente fedeltà alle sue convinzioni etiche e alla sua vocazione filosofica. Convinto del valore pedagogico e “maieutico” del dibattito orale, attraverso il quale poteva scaturire la verità sulla virtù e la conoscenza, trascorse buona parte della sua vita nei luoghi pubblici di Atene o nelle dimore degli amici, dialogando con chiunque, ricco o povero, volesse ascoltarlo o interrogarlo. Egli era convinto così di far scaturire da ogni interlocutore una maggiore consapevolezza di sé: “curando le anime” intendeva farle pervenire alla verità, intesa più come fondamento etico che non come conoscenza filosofica.

Oltre alle notizie pervenuteci attraverso i dialoghi del più celebre tra i suoi discepoli, Platone, tra le fonti sulla vita e la figura di Socrate vi sono le Vite dei filosofi del biografo Diogene Laerzio; la satira del commediografo ateniese Aristofane, i dialoghi platonici, nell’opera di Aristotele e in quella dello storico Senofonte.
Il contributo socratico in filosofia fu soprattutto di carattere etico: egli invitava i suoi interlocutori, mediante tecniche retoriche in parte simili a quelle sofistiche, a trovare una formulazione oggettiva dei concetti di giustizia, amore e virtù e a coltivare la conoscenza di sé; provocava l’interlocutore affermando di non sapere e chiedendo il soccorso del suo “sapere”; l’altro vedeva invece poste in dubbio fino alle fondamenta le proprie certezze.

Questo metodo d'indagine era volto a far scaturire e a fissare una definizione individuale della virtù che potesse nel contempo valere universalmente, in opposizione all’orientamento relativista dei sofisti. Tuttavia Socrate non espresse mai dottrine positive o formulazioni definitive, né si possono accogliere i dialoghi platonici come una formulazione rigorosamente oggettiva del suo insegnamento. Si può solo indirettamente arguire che avesse sostenuto che la “virtù” è una forma di sapere e che, di conseguenza, l’azione malvagia o il vizio è il risultato dell’ignoranza: dunque, agisce correttamente chi conosce rettamente. È passata alla storia anche la sua ironia, la fascinosa forma di dissimulazione retorica che tanto affascinò pensatori come Kierkegaard.

Il processo a Socrate
Nel 399 a.c. Socrate venne accusato da alcuni personaggi vicini al regime democratico di corrompere i giovani e non riconoscere gli dei di Atene (forse in riferimento al daímon di cui parlava).

Dietro queste gravi accuse si possono individuare il timore e il rifiuto che nei rappresentanti del governo cittadino destava l’insegnamento socratico, accomunato, nei suoi meccanismi dialettici, alla critica sovversiva e seminatrice di dubbi dei sofisti. L’Apologia di Platone espone l’appassionata autodifesa di Socrate, che rifiutò di farsi difendere al processo. Pur potendo salvarsi dalla condanna a morte dichiarandosi colpevole, rimase coerente fino alla fine con le proprie istanze etiche e non rinunciò alla sua idea del bene per abbracciare la volontà strumentale di una fazione politica. Fu dunque condannato a morte.
Benché gli amici di Socrate intendessero organizzare una fuga dalla prigione, egli preferì obbedire alla legge e morire senza commettere a sua volta una illegalità. Trascorse l’ultimo giorno di vita nel carcere con amici e ammiratori, come racconta Platone nel Fedone, e la sera si diede serenamente la morte bevendo la cicuta, veleno con il quale nell'antica Atene venivano eseguite le condanne.

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