Società di massa: storia, significato e caratteristiche

Società di massa: storia, significato e caratteristiche A cura di Federico Goddi.

Storia, caratteristiche e significato del termine società di massa, nato dall'industrializzazione e dall'urbanizzazione. Conseguenza è anche la cultura di massa

1Cos'è la società di massa

Auto incompiute sulla catena di montaggio della Ford a Mahwah, durante uno sciopero il 15 settembre 1976
Auto incompiute sulla catena di montaggio della Ford a Mahwah, durante uno sciopero il 15 settembre 1976 — Fonte: getty-images

La massa intesa come folla indifferenziata al suo interno o insieme uniforme in cui le singolarità tendono a scomparire fu oggetto d’indagine degli scienziati sociali sin dall’inizio dell’Ottocento. A seguito dell’evento spartiacque della Rivoluzione francese, le classi subalterne avevano fatto comparsa da protagoniste sulla scena politica.

È solo però tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del nuovo secolo, col diffondersi dei fenomeni di industrializzazione e urbanizzazione nei Paesi ad economia avanzata (Europa occidentale e Nord America), che si delinearono i contorni di quella che oggi definiamo “società di massa”. 

Sono molte le contraddizioni interne al nuovo contesto fatto di luci e ombre: i grandi agglomerati urbani facevano da squallido sfondo ad un sistema atomizzato che spesso rendeva anonime e disgregate le vite degli individui. L’elemento umano diveniva parte di un’economia di mercato regolata da leggi molto lontane dalle piccole comunità tradizionali che avevano avuto un peso rilevante in Europa, sino alla seconda rivoluzione industriale.  

La società di massa è quindi un oggetto di studio molto complesso, anche perché sarebbe divenuta terreno fertile per le strumentalizzazioni novecentesche del concetto di volontà generale.

Al crepuscolo del secolo, i cambiamenti erano scanditi da un sottile intreccio di processi economici, trasformazioni politiche e mutamenti culturali. All’interno di uno spettro così ampio, coesistevano inevitabilmente aspetti positivi e negativi. 

Da una parte, potremmo considerare il maggiore benessere generale e soprattutto il processo di democratizzazione quali numi tutelari del nuovo corso, dall’altra la massificazione e la spersonalizzazione appaiono ancor oggi come delle conseguenze nefaste, specie se esemplificate attraverso un’immagine letteraria che per molti è la fotografia di un’epoca: ‹‹Gregor Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo›› (Franz Kafka, La metamorfosi, 1915).   

Seggio elettorale, nel 1873 circa
Seggio elettorale, nel 1873 circa — Fonte: getty-images

Per quel che concerne la positiva tendenza alla democratizzazione, il processo si tradusse in un ampliamento delle basi sociali degli Stati che accrebbe in gran misura l’importanza delle masse popolari e in particolare dei nuovi ceti medi.  

Le stesse classi dirigenti, che avevano fino a quel momento osteggiato la democrazia rintracciandovi un ostacolo alla stabilità dei regimi affermati nel corso dell’Ottocento, la considerarono – utilitaristicamente - un processo necessario.  

I vecchi esercizi di potere palesavano infatti un’inadeguatezza all’amministrazione di una società in via di massificazione. La dimensione di questi nuovi fenomeni era tuttavia in stretta connessione col mutamento radicale dei processi di razionalizzazione dell’economia, non di rado alienanti e quasi sempre dagli altissimi costi sociali. 

2Nuovo sistema produttivo e la crisi del positivismo

L’ingresso delle masse nella grande storia non coincise semplicemente con la loro nuova presenza nelle istituzioni e nell’agone elettorale, ma anche con quella in un mercato il cui allargamento aveva causato un radicale mutamento del settore produttivo. 

Nel ventennio che precedette la prima guerra mondiale, l’economia europea conobbe una crescita intensa, con la sola parentesi con segno negativo del 1907-1908. Gli anni che vanno dall’ultimo lustro dell’Ottocento al 1913 furono segnati da un incessante sviluppo della produzione che coinvolse anche l’Italia

In quel periodo gli indici della produzione industriale e del commercio mondiale segnarono un raddoppio. Crebbero anche i salari medi e il valore pro-capite con un cospicuo aumento della popolazione.

10 dicembre 1939: i clienti fanno shopping pre-natalizio nei grandi magazzini Holdrons
10 dicembre 1939: i clienti fanno shopping pre-natalizio nei grandi magazzini Holdrons — Fonte: getty-images

L’allargamento del mercato si legò ad una crescente domanda che ebbe appunto dimensioni di massa, mentre vennero avviate produzioni di beni in serie che trovavano spazio nelle vetrine di negozi, grandi magazzini e canali di vendita che contemplavano anche la rateizzazione come forma di pagamento. I cartelloni pubblicitari irrompevano nella vita quotidiana di un mondo sempre più attento ai prodotti e non ai loro creatori.  

Proprio nel 1913, negli stabilimenti Ford di Detroit fu introdotta la prima catena di montaggio. Il lavoro subiva una parcellizzazione con tempi di lavoro drasticamente ridotti ed in cui i lavoratori divenivano parte di un ingranaggio scientificamente razionalizzato. La rivoluzione ideata dall’ingegnere Frederick W. Taylor fu in seguito adottata da grandi imprese americane e europee.

9 giugno 1978: catena di montaggio della Ford di Dagenham
9 giugno 1978: catena di montaggio della Ford di Dagenham — Fonte: getty-images

La teoria taylorista non si basava semplicemente sulla standardizzazione di tutti i passaggi necessari alla produzione, bensì sul convincimento che una maggiore gerarchizzazione della vita di fabbrica, insieme all’offerta dei premi di produzione collegati alla produttività, avrebbero portato a una maggiore efficienza, anestetizzando le tensioni sindacali. 

La nuova produzione venne avviata prevalentemente nelle industrie dei beni di consumo durevoli e comportò la massiccia sostituzione di manodopera qualificata con lavoratori a basso costo, privi di specializzazioni.

Manifesto pubblicitario del 1954
Manifesto pubblicitario del 1954 — Fonte: getty-images

Paradossalmente, nel momento di espansione massima del razionalismo economico, entrò in crisi la costruzione delle certezze elaborata dal positivismo che aveva disegnato un profilo di mondo legato al progresso necessario e costante, come ha ricordato lo storico Hobsbawm: ‹‹Accade a volte che il modo in cui l’uomo percepisce e struttura l’universo si trasformi completamente in un breve periodo di tempo. I decenni che precedettero la prima guerra mondiale sono uno di questi periodi›› (Eric J. Hobsbawm, L’Età degli imperi 1875-1914, ed. 1987).  

Sul piano filosofico nacquero nuove correnti vitalistiche diverse tra loro, ma tutte con un minimo comun denominatore: l’osservazione privilegiata del tempo specifico della sfera psicologica, diverso da quello delle scienze esatte. All’ottimismo delle filosofie borghesi faceva quindi posto un approccio critico alle scienze esatte che contemplava l’esistenza di correnti di pensiero irrazionaliste. Queste ultime, maturate in contesti politici diversi, avrebbero accentuato il pessimismo nei confronti degli istituiti democratici. 

Indipendentemente dal pensiero di autori molto distanti tra loro (ad esempio Friedrich Nietzsche, Henri Bergson e Sigmund Freud) esse contribuirono a determinare quel clima di sfiducia che si diffuse verso la democrazia e le sue istituzioni e che fu covato negli ambienti intellettuali europei nel periodo in cui la partecipazione alla vita politica si allargava per la nascita della società di massa. Ed è proprio in quel frangente che la consistenza del ceto medio urbano andò distinguendosi dagli strati superiori della borghesia

3Società di massa e ascesa dei ceti medi

Lustrascarpe
Lustrascarpe — Fonte: getty-images

La grande espansione economica aveva visto come maggior consumatore il ceto medio, che era stato altresì protagonista dell’ampliamento del settore dei servizi, conseguenza diretta della crescita degli apparati burocratici.

Ad ingrossare le file di questo nuovo ceto contribuivano sia i lavoratori dipendenti sia degli autonomi, settore nel quale si moltiplicavano gli esercizi commerciali, mentre per quel che concerne il settore pubblico, con l’ampliarsi delle competenze dello Stato, proliferavano le amministrazioni locali sanitarie, istruzione, trasporti e servizi. 

Ancor più rapidamente si ramificava il settore degli addetti al settore privato che non svolgevano mansioni manuali. Erano i cosiddetti “colletti bianchi”: tecnici che con gli impiegati statali andarono a comporre una massa abbastanza omogenea.    

Un artigiano che forgia la lama di una falce, 1880 circa
Un artigiano che forgia la lama di una falce, 1880 circa — Fonte: getty-images

Il processo di modernizzazione produttiva dettava d’altra parte le regole per quel concerne i salari, e nella scala dei redditi quella massa omogenea occupava una posizione molto distante dall’alta borghesia e fin troppo vicina – con rammarico degli appartenenti al ceto medio - agli strati degli operai specializzati. 

Dal punto di vista dei comportamenti sociali, le differenze erano naturalmente enormi. I ceti medi rifiutavano l’identificazione con la massa dei lavoratori ed erano refrattari alla sindacalizzazione puntando al merito individuale per lanciare la scalata sociale. Il senso della gerarchia e la sensibilità al verbo nazionalista erano contrapposti alla coscienza di classe operaia; allo stesso modo, veniva osteggiato il cosmopolitismo dell’alta borghesia industriale e bancaria che aveva dei comportamenti direttamente riconducibili alle vecchie classi aristocratiche

Nonostante non avesse un’identità culturale definita, il nuovo ceto medio giocò un ruolo sempre più importante nel campo economico nel duplice ruolo di produttore e consumatore ed ebbe un ruolo di ago della bilancia politico tra forze progressiste e conservatrici, sposandone le cause a seconda degli interessi momentanei. 

Molto più spesso, l’appoggio che queste componenti moderate garantirono ai governi borghesi acuì le divisioni interne del movimento operaio. Le dimensioni di massa di questi processi di mobilitazione mutarono radicalmente con le forme della nuova politica. Ai legami clientelari, tessuti da fantasmi della vecchia politica, subentrarono strutture complesse, costruite su base partitica, dotate di organi di stampa e di strumenti propagandistici, uniti da concezioni del mondo totalizzanti. 

Alla vigilia del primo conflitto mondiale, la società di massa diveniva uno dei campi di battaglia privilegiati per le forze politiche che si contendevano le folle ormai divenute ‹‹fenomeni sociali: [che] mutano nel tempo come accade per ogni fenomeno sociale›› (Emil Lederer, Masse e leadership, 1940).