Simbolismo: significato e caratteristiche

Di Redazione Studenti.

Significato, caratteristiche ed esponenti del simbolismo, movimento del XIX secolo che si manifestò nella letteratura e nell’arte.

SIMBOLISMO, DECADENTISMO

Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli — Fonte: getty-images

Per dare una corretta definizione di Simbolismo si deve prima introdurre il concetto di Decadentismo. Con questo termine si designano più fenomeni: una corrente culturale che si sviluppa nell’Europa del secondo Ottocento; nel contempo una serie di atteggiamenti estetici, letterari diffusi nell’età di fine secolo. Questa corrente è in stretto rapporto con altri contemporanei, quali l’estetismo, il parnassianesimo e il simbolismo. L’estetismo è un movimento artistico e letterario della seconda metà dell’Ottocento. Una sua caratteristica è il culto estremo della bellezza e dell’arte, e come suo motto può valere la formula “l’arte per l’arte”, cioè l’esaltazione dell’arte per se stessa separata da ogni contesto e condizionamento morale e sociale. Il suo sviluppo organico e integrale si ritrova proprio dal parnassianesimo in avanti. Quest’ultimo può designare tutte le espressioni di moderno classicismo e culto estetizzante della bellezza, che rivelano un fondo di vagheggiamento mitico e nostalgico: quindi nascondono una sensibilità decadente. Ogni classicismo, in epoca moderna, racchiude a ben vedere una faccia opposta d'inquietudine che genericamente possiamo dire decadente. Dal movimento tumultuoso e disordinato dei décadents nasce il simbolismo: nel 1886 viene pubblicato un articolo, Le Symbolisme, di Jean Moréas. Attorno a questi due movimenti, decadentismo e simbolismo, convergono linee culturali più ampie che testimoniano di un gusto e di una cultura diffusi nell’intera Europa e che contestualizzano i due movimenti dentro un ambito più vasto.

SIMBOLISMO EUROPEO: CARATTERISTICHE ED ESPONENTI

Il simbolismo nasce in Francia nel 1886 con Jean Moréas, René Ghil e Stéphane Mallarmé e le lezioni di questi simbolisti superano rapidamente i confini nazionali. In Gran Bretagna si sviluppa l’originalissima lirica di Gerard Manley Hopkins, sacerdote e predicatore gesuita che sa fondere la sua profonda religiosità cristiana con un ardito sperimentalismo linguistico e stilistico. L’influsso simbolista è avvertibile anche in larga parte della poesia contemporanea; non ne va esente, per fare solo un nome, la lirica di Thomas Stearns Eliot, uno dei massimi poeti inglesi la cui lezione influisce largamente su Eugenio Montale. In Russia, all’epoca particolarmente aperta alla cultura occidentale, il movimento simbolista si sviluppa attorno ad alcune personalità di particolare rilievo: Ivanov, discepolo del filosofo Friedrich Nietzsche. Ivanov è uno dei principali protagonisti della vita culturale di San Pietroburgo a cavallo fra Ottocento e Novecento, atteggiandosi a vero e proprio “vate” del simbolismo, da lui inteso come linguaggio privilegiato capace di mettere in relazione l’umano con il piano divino dell’esistenza. Personalità più complessa è Aleksandr Blok, il poeta della crisi dell’insoddisfazione e del tormento interiore, che giunge a rinnegare il simbolismo dopo esserne stato uno tra i massimi esponenti lirici e teorici (un suo importante saggio critico è La situazione attuale del simbolismo russo, 1910). Neppure il mondo di lingua tedesca rimane estraneo alla rivoluzione simbolista. Ricordiamo nomi come Stefan George che frequenta a Parigi il gruppo di Mallarmé e si batte con il positivismo e il naturalismo in nome di una poetica in cui al piano contingente della materia è nettamente contrapposto un mondo eterno di perfezione immateriale, di cui il poeta è, prima ancora che il cantore, il sacerdote. Una citazione merita anche Benn, personalità contraddittoria di romanziere e poeta che scava negli abissi dell’inconscio alla ricerca della vera identità dell’uomo e di un più autentico rapporto con la natura. Nel mondo della lingua spagnola l’eco della lezione simbolista si avverte fortissimo in Rubén Darìo che frequenta a Parigi i maestri del simbolismo. Essi esercitano un profondo influsso sulla sua lirica giovanile, caratterizzata da un descrittivismo raffinato e sensuale di gusto estetizzante. Ricordiamo anche Antonio Machado che è in grado di armonizzare i dettami dell’estetica decadente con un’attenzione partecipata e commossa ai ritmi e ai temi del folklore della sua terra. 

SIMBOLISMO DI PASCOLI

Il rifugio nel “nido” degli affetti domestici. Tra i simboli della poesia pascoliana, il più importante è quello del “nido”. Pascoli raffigura il nido come una cellula calda, irta di spine all’esterno, ma accogliente all’interno:

che rozzo è fuori, radiche e stecchi,
ma dentro è tutto lana e lichene”. (Dai Canti di Castelvecchio).

Il padre ha il compito di procurare il cibo, la madre quello di custodire trepidamente il luogo sacro. Dall’immagine del nido nasce quella della culla. Quest'immagine positiva sembra scattare da un contesto negativo: il nido è infatti principalmente un rifugio, protetto dalla complicità reciproca, contro il male del mondo, i lutti e le violenze. La storia appare cattiva al poeta: il padre è stato ucciso da una cieca violenza. L’immagine del nido è regolarmente accompagnata da pericoli incombenti, come a confermare che solo nel nido si può vivere; fuori ci sono solitudine e incomprensione. Certamente si può parlare, a proposito di Pascoli, di un atteggiamento infantile, di rifiuto della vita adulta e in ultima analisi della realtà. In questa cornice, ogni partenza dal nido è un tradimento: Pascoli lo dichiara in “Per sempre”, parlando del fidanzamento della sorella Ida.

Il motivo della morte. Legato alla catena simbolica del nido c’è la presenza dei morti familiari. I cari morti sono tenacemente legati al nido e continuano a ritornarvi. In “La voce” e nei “Canti di Castelvecchio” la voce della madre viene ad esortare il poeta, allora in carcere, a non suicidarsi, perché deve mantenere le sorelle e perché deve vendicare la morte del padre. Tutta la simbologia pascoliana nasce da un tentativo di fuggire la morte, di esorcizzarla; il nemico più spaventoso del nido non sono gli altri uomini né il male della storia ma è la morte.

Contro questa ossessiva presenza Pascoli mette in campo i suoi molti simboli - il nido, il ritorno alla culla, le campane, le voci degli uccelli, il colloquio con i morti, i fiori della campagna - come un argine alla morte. Ma quest’ultima pervade paesaggi, situazioni, destini ed è reperibile ovunque. Se Leopardi invitava alla conoscenza, costi quel che costi, Pascoli perviene al risultato opposto: è meglio non sapere, non capire; meglio perciò non agire.

SIMBOLISMO DI D’ANNUNZIO

L’identificazione tra vita e opere. Quando Gabriele D’Annunzio, giovanissimo, entra nelle scene letterarie, vige la cultura dell’estetismo, alla quale egli si conforma in tutto: nelle opere, preziose da ogni punto di vista (stile, linguaggio e contenuti) e nella vita privata: l’abbigliamento elegantissimo, i celebri amori con donne belle, note, e spesso stravaganti, le case lussuose, gli sport mondani e audaci: dai cavalli, alle corse dei cani, all’automobile e all’aereo, seguendo il progresso tecnologico con grande tempestività.
Altro dato da sottolineare è la grande prontezza di D’Annunzio nell’assimilare le novità culturali e letterarie e nel trasportarle in Italia, perlopiù dalla Francia. La sua cultura procede secondo le più aggiornate esperienze europee, fino a impossessarsi negli anni novanta del mito del superuomo di Nietzsche. Nella prefazione al romanzo breve “Giovanni Episcopo” (1981) D’Annunzio scrive: “O rinnovarsi o morire!”. Queste parole possono valere come il manifesto della sua intera carriera, distinta da un continuo rinnovamento di forme, temi, modi. Dentro il “rinnovamento” va precisato che D’Annunzio è lo scrittore italiano più sensibile alla cultura simbolista e decadente europea che, in varie forme e sempre appoggiandosi inizialmente a modelli stranieri, trapianta in Italia e fa vivere nelle sue opere. Da ciò gli derivano sia la costante attenzione, via via sempre più marcata, al simbolismo, nascosto sotto il reale; sia il potere altissimo attribuito alla parola e alla scrittura.

IL PIACERE

Il Piacere è il primo romanzo di D’Annunzio e viene scritto a Francavilla, in Abruzzo, nella casa “Il Convento” nel 1889. Il Piacere è di impianto simbolista e imbevuto di cultura decadente. La vicenda comprende un eroe contemporaneo, un esteta aristocratico e colto, Andrea Sperelli; in una Roma splendidamente evocata, egli è diviso tra la passione per l’inafferrabile amante di un tempo, Elena Muti, ricomparsa in città ormai sposata dopo averlo abbandonato d’improvviso due anni prima, e il fascino di una donna di tutt’altro tipo, la pura e fedele Maria Ferres, incontrata di recente nelle residenza di campagna della cugina di lui, quando Andrea è convalescente per una ferita in un duello. La conclusione è tragica e colpisce la più innocente del terzetto, Maria: il marito di lei è scoperto mentre bara e Maria costretta a lasciare Roma, dopo un ultimo e drammatico incontro amoroso con Andrea, che si lascia sfuggire il nome della rivale. 

Un romanzo simbolista. Se è vero che la realtà vi è analizzata con cura del dettaglio, l’attitudine dell’autore è tuttavia di coglierne gli aspetti più nascosti; egli suggerisce che l’universo e ogni faccia del reale nascondono un loro segreto, che si rivela a chi lo ricerca con animo inquieto e sensibile. Troviamo qui un eco della teoria del simbolo e delle “Corrispondenze” di Baudelaire. La consonanza del paesaggio con i vari sentimenti degli uomini, è un elemento simbolista fortemente insistito nel “Piacere”. Anche il triangolo amoroso Andrea-Elena-Maria è presentato dall’autore in modi simbolici. Nel “Piacere” gioca sul “raddoppio” delle sequenze che vedono in scena le due donne, creando simmetrie continue: entrambe le donne nei convegni con Andrea preparano il tè, entrambe interrotte dai baci di Andrea; il primo incontro di Andrea con Elena è favorito dalla cugina di lui, e così il primo incontro con Maria; in entrambe le occasioni Andrea arriva ansioso e infervorato, quasi presagendo l’importanza dell’incontro; e ancora, Elena e Maria sono diversissime, ma accomunate da un particolare: la voce molto simile, che Andrea utilizza in Maria per risentire Elena, così come cerca di farsi fare dalla nuova amante carezze che gli ricordino la precedente.

SIMBOLISMO NELL’ARTE

L'apparizione (1874) di Gustave Moreau
L'apparizione (1874) di Gustave Moreau — Fonte: getty-images

Il simbolismo è una corrente che esalta attraverso un sistema di analogie e di simboli la comunicazione con un mistero celato sotto le apparenze del reale. Il massimo di Charles Baudelaire e del simbolismo e post-simbolismo francese, che penetra in Pascoli e D’Annunzio, è la tecnica delle corrispondenze simboliche con cui è spiegato il reale. Tra gli artisti eminenti troviamo Gustave Moreau e Odilon Redon.

Moreau e Redon sono pittori del simbolismo francese amati da Des Esseintes, protagonista del romanzo Controcorrente di Joris-Karl Huysmans, per il loro raffinato estetismo e simbolismo. Nel romanzo è descritto il dipinto “L’Apparizionedi Gustave Moreau, nel quale troviamo sintetizzati i temi e le scelte estetiche dei pittori simbolisti. L’apparizione rappresentata costituisce una libera elaborazione della storia biblica del re Erode e di Giovanni Battista. Il vero protagonista del racconto diventa la figura femminile della principessa Salomè che seduce il re con la sua danza, costringendolo poi a giustiziare Giovanni. Moreau sembra rinunciare, sin dal titolo, a una precisa restituzione narrativa. Non assistiamo infatti allo svolgersi della danza di Salomè né alla presentazione della testa del martire da parte del boia. Il gesto delle donna è come pietrificato e il suo braccio sinistro non indica imperiosamente, come in altre versioni, il monarca o il carnefice sullo sfondo, bensì si indirizza alla macabra apparizione - che dà il titolo al quadro - del capo mozzato di Giovanni. La testa levita magicamente al centro dello spazio, elevandosi sopra la principessa e irradiando di una luce mistica e irreale tutta la scena. La santità vittima della lussuria rappresenta simbolicamente la figura intellettuale del genio e dell’artista, prigioniero e martire dei vizi della società borghese in cui non riesce ad integrarsi.

Moreau sembra dare forma ad un nuovo archetipo femminile: la sua Salomè non rimane relegata a oggetto del desiderio maschile o a strumento di una vendetta politica, ma esercita il proprio fascino come strumento di una potenza occulta e primordiale che ci permette di leggere la sua danza e il sacrificio del Battista come una precisa liturgia. I gioielli e la corona della principessa, il fiore di loto che regge nella destra, la monumentalità e il ricco apparato ornamentale dell’ambiente architettonico: tutto rinvia a un’evocazione di civiltà lontane, orientali, testimoniando lo studio puntuale di ogni particolare decorativo da parte dell’autore.