Il settore secondario: ricerca di geografia

Di Redazione Studenti.

Come si compone il settore secondario: esempi di lavori nel settore secondario in Italia e ruolo dell'industria nell'economia

SETTORE SECONDARIO

Settore secondario: il ruolo dell'industria moderna nell'economia
Settore secondario: il ruolo dell'industria moderna nell'economia — Fonte: getty-images

In generale ogni rivoluzione è preceduta da innovazioni tecnologiche e da fonti di energia nuove. Il settore secondario, cioè quello industriale, con la nascita dell'industria moderna è diventato un settore fondamentale per l'Italia e il resto del mondo.  

Ma come si classificano i settori industriali, e quali sono le differenze? I settori dell’industria si possono classificare in diversi modi:

  • L’industria di base è l’insieme delle industrie che lavorano le materie prime trasformandole in altre materie destinate a essere lavorate da altre industrie.
  • L’industria di trasformazione è l’insieme di industrie che ottengono le merci finite.
  • L’industria pesante comprende le industrie meccaniche, metallurgiche e siderurgiche. Produce materiali di base per altre fabbriche, ma anche grandi macchine utensili, treni e navi.
  • L’industria leggera comprende fabbriche che producono beni di piccola mole e largo consumo.

L’industria è importante nei paesi in via di sviluppo ed è un settore consolidato che ha attraversato una grande crisi e oggi, nei paesi sviluppati, l’industria è “meno” importante rispetto al settore terziario.

CONSEGUENZE DELLA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

La prima rivoluzione industriale si è sviluppata nel nord Europa, nel sud del Regno Unito, nella zona dell’Alsazia, della Lorena e del Belgio, ma più precisamente è nata in Inghilterra, luoghi in cui ci sono molte materie prime e fonti di energia. Si può situare da metà ’700 a metà dell’800. I fattori sono:

  • Risorse: fonti di energia o materie prime;
  • Presenza di manodopera salariata e occupati: i contadini espulsi dalle campagne a causa della rivoluzione agricola vanno a lavorare nelle grandi industrie;
  • Innovazioni tecnologiche: la macchina a vapore e le macchine legate al tessile (ad esempio il filatoio meccanico); sviluppo del trasporto navale e ferroviario;
  • Ceto borghese (imprenditori);
  • Vasto impero coloniale: la madrepatria importa le materie prime dalle colonie, ad esempio il carbone e il cotone, lavora le materie prime e mettono i prodotti finiti sul mercato coloniale e le colonie hanno il ruolo di mercato di sbocco per prodotti finiti e approvvigionamento di materie prime;
  • Più infrastrutture che permettono di collocare merci, le grandi industrie coincidono con le risorse minerario, questo comporta uno sfruttamento della manodopera e un grave inquinamento ambientale.
    Ma l’industrializzazione è condizionata da un limite: il vincolo ecologico, cioè la forza lavoro (i capannoni) è vicina alle materie prime e necessariamente lo sono perché era difficile trasportarle. L’elettricità ha concorso a portare alla lontananza dai luoghi minerari le fabbriche e oggi c’è una netta separazione tra luoghi in cui si trovano le materie prime e il luogo di produzione.

Nel 1776 Adam Smith ha concepito la divisione del lavoro.

CONSEGUENZE DELLA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Nel periodo storico che va dal 1880 al 1945 e dal 1945 al 1960 si colloca la Seconda rivoluzione industriale. Questo lungo periodo viene diviso in due parti perché è molto lungo e sono date convenzionali. I luoghi dello sviluppo sono gli stessi, ma si aggiunge anche l’Europa mediterranea, tra cui l’Italia (che a fine secolo nasce la Fiat), e nello stesso periodo storico il fenomeno si diffuse anche negli Stati Uniti d’America.

C’è un cambiamento nel settore: non più il tessile, ma si diffonde l’industria pesante (siderurgica) che diviene il settore prioritario. In questo periodo nasce anche la società per azioni, cioè cambia la figura dell’imprenditore e molti di questi mettono insieme il proprio capitale perché hanno bisogno di grandi investimenti per grandi fabbriche, per nuovi macchinari e per le innovazioni tecnologiche. Si sviluppa anche il Taylorismo: studio processo produttivo, lo studio dei tempi lavorativi e nell’applicazione concreta consiste nella catena di montaggio, cioè autotrasporto e automazione, ogni persona ha una mansione diversa e il tempo che impiega un lavoratore ha fare una certa mansione; l’obbiettivo è quello di ridurre gli scarti di materie prime e di produrre di più in meno tempo. Il Fordismo, fino agli anni ’70, ha portato al consumismo di massa, si tende a standardizzare il prodotto a costi minori.

CONSEGUENZE DELLA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Nella Terza rivoluzione industriale molte fabbriche utilizzano ancora la catena di montaggio, ma Ohno ha introdotto l’idea del Toyotismo: ha capito che è importante lavorare in un altro modo applicando il lavoro a isole o a squadre. Questo permette di intervenire sulla produzione e sulla manutenzione, quindi l’operaio diventa specializzato e favorisce gli incentivi. Si varia da un settore all’altro in base alla produzione.

Si parte dal presupposto di eliminare i costi, passando a una produzione leggera (just in time), cioè si eliminano i costi del magazzino e si produce quando si ha l’ordine. Tutto questo prende il nome di Toyotismo perché è stato il primo concessionario ad utilizzare questo metodo. La terza rivoluzione utilizza le stesse fonti di energia della seconda rivoluzione industriale (il petrolio, usato dal 1930 e il gas naturale) ma ci sono modalità di lavoro nuove, una forte automazione e nuove tecnologie, come l’informatica (internet), la telematica e la robotica intelligente ed è importante il ruolo delle multinazionali che iniziano a delocalizzare.

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SETTORE SECONDARIO ED EST EUROPA

Tutto l’est d’Europa ha un ritardo per quanto riguarda l’industrializzazione: si passa da un regime zarista all’economia pianificata dell’URSS che punta sul settore dell’industria pesante (siderurgica, petrolchimica, meccanica pesante) perché ha risorse; sul settore degli armamenti in funzione anti-USA (nel periodo del bipolarismo) e viene finanziata l’industria leggera.

Gli impianti industriali delle grandi aziende di stato erano separate da molti kilometri dalle materie prime, ma erano collegate da efficienti infrastrutture ferroviarie. Il settore incentrato per il bipolarismo è la corsa nello spazio, cioè il settore ad alta tecnologia per avere un primato a livello mondo sugli USA. Oggi si è passato da un’economia pianificata a un’economia capitalista e c’è un problema riguardante l’occupazione: nella Russia e nelle altre zone dell’ex URSS c’è una parte della popolazione molto ricca e l’altra parte molto povera.

Chi soffre di più sono donne, bambini e le minoranze etniche.

SETTORE SECONDARIO IN ITALIA

In Italia prevalgono le piccole-medie aziende che nascono negli anni ’70. Prima era molto importante il triangolo industriale del nord (Torino, Milano e Genova) mentre il sud era arretrato. Queste aziende hanno fatto la fortuna dell’Italia fino agli anni ’90, momento in cui alcune imprese entrano in crisi, tra cui il distretto agroalimentare, il tessile, l’abbigliamento e le calzature. Queste aziende sono la cosiddetta terza Italia e forniscono prodotti made in Italy (soprattutto cuoio e calzature). Le tipologie delle piccole-medie aziende sono:

  • Indotto. Tessuto di imprese complementari che lavorano per la grande azienda. Il polo di sviluppo industriale, “la cattedrale nel deserto”, sono i grandi stabilimenti nel tentativo di far nascere l’indotto.
  • Le piccole-medie imprese di alta tecnologia, tutti quei tessuti vicino alla ricerca di centri innovativi poli tecnologici che producono prodotti tecnologici.
  • Distretti. Le piccole-medie aziende sono ben individuabili nel territorio, sono situate in zone limitate, circoscritte entro il territorio di alcuni comuni vicini, soprattutto collocate nel centro nord-est Italia. Sono importanti perché sono ben individuabili nel territorio, lo connotano, e c’è una capacità di lavoro che nel tempo si rafforza, è fortemente legato con i soggetti del territorio, sono tutte imprese con produzione molto simile.
  • Inizia a svilupparsi l’esperienza del lavoro nei vari settori e nasce la cultura del lavoro, la cultura del saper fare. Dagli anni ’70 queste aziende hanno un ruolo importante fino agli anni ’90, poiché inizia lo sviluppo della globalizzazione che le mette tutte in crisi. Inizialmente sono nate a carattere familiare, o condotte da poche persone, si crea una collaborazione forte tra i dipendenti. All’inizio sono nate basate sul lavoro nero e a domicilio, si tendeva a decentrare la produzione nelle case: in questo modo l’azienda tagliava i costi.
    La cultura del distretto vede rapporti di collaborazione tra le varie aziende, molte di queste lavoravano anche per le grandi marche. Queste aziende entrano in crisi negli anni ’90, momento in cui inizia lo sviluppo della globalizzazione, hanno iniziato a non reggere più la concorrenza e nelle zone del centro ci sono alcune aziende che hanno chiuso o hanno venduto spesso a compratori cinesi, mentre molte aziende del triveneto hanno delocalizzato per salvarsi. Resiste solo chi ha cercato innovazioni sul prodotto. Alcuni esempi di distretti sono, per esempio, la seta di Como, la maglieria tra Modena e Reggio Emilia; la rubinetteria di Brescia.

Oggi c’è ancora una realtà difficile nel sud Italia, c’è il grande problema di investire in un luogo in cui c’è una realtà difficile con materie illegali: la mafia. Accanto alla riforma agraria lo stato ha portato avanti la politica del polisviluppo industriale per cercare di incentivare le grandi imprese per farle delocalizzare nel sud. Questo comporta una costruzione di impianti molto grandi (per esempio la Fiat, le aziende della petrolchimica e della siderurgica) che avrebbero creato attorno a se indotti col tentativo di favorire la costruzione di grandi impianti con aiuti dal governo, perché quando si crea un grande stabilimento nasce un indotto. Questa politica è in parte fallita per vari motivi:

  • Presenza di fenomeni mafiosi;
  • Lontananza dai mercati europei (bisognerebbe potenziare il sud con allargamenti verso est);
  • Fabbriche molto automatizzate, quindi il lavoro è in misura limitata, molti tecnici si trasferiscono dal nord al sud e i semilavorati provengono dal nord.

Milano è importante perché è la capitale economica dell’Italia, c’è la borsa associata a quella di Londra, tutta la realtà milanese ruota attorno alla diversificazione produttiva, cioè la realtà industriale in cui si producono beni differenti.

Nella zona del Piemonte tutto ruota attorno a Torino e alla Fiat, la ricerca di Fiat e gli indotti creati da Fiat, inoltre nel nord della regione ci sono aree agricole. Genova, importante per il porto commerciale e centro siderurgico, è importante per il triangolo industriale; qui è presente la cantieristica (industrie navali), presenti anche a Livorno, Viareggio, Messina e Palermo; a Napoli c’è il porto transoceanico, mentre Ancona è importante per la pesca.

In Friuli-Venezia Giulia e in Veneto, in Monta Falcone e in Marghera, è presente il polo chimico che ha avuto un forte impatto ambientale legato al fatto di sostanze inquinanti e nocive: molti lavoratori sono morti ha causa di aver respirato sostanze dannose alla salute. Soprattutto nella zone di Prato sono presenti laboratori clandestini in cui i cinesi sfruttano i connazionali. Nella capitale ci sono molteplici attività: Cinecittà, complesso industriale per la lavorazione di film; l’attività quaternaria di comando di sedi di grandi multinazionali: il governo, le sedi sindacali e i tessuti industriali di alta tecnologia. Soprattutto nel centro Italia dagli anni ’60 si è diffusa la raffinazione del petrolio per conto dell’Europa; questo processo è continuato fino agli anni ’70, periodo in cui è stato scoperto il petrolio in Gran Bretagna.

L’agricoltura in Italia è debole e la bilancia commerciale agricola è passiva, ma l’agroindustria è efficiente. L’agroindustria consiste nella trasformazione dei prodotti agricoli dell’agro agricoltura alla tavola dei consumatori. Notevole importanza hanno assunto anche i prodotti contrassegnati dai marchi DOP e IGP, creati dall’Unione Europea per proteggere i prodotti agroalimentari da imitazioni; bisogna stare attenti alle contraffazioni alimentari perché c’è l’obbligo di scrivere dove il prodotto è confezionato ma non dove è prodotto.

  • La Denominazione di Origine Protetta (DOP) identifica un prodotto per il quale tutte le fasi della produzione hanno luogo in un’area geografica determinata, caratterizzata da tecniche tradizionali riconosciute. La produzione avviene secondo regole precise, legate agli usi tradizionali del territorio; le qualità del prodotto dipendono in buona parte dalle caratteristiche dell’ambiente di produzione. Molti prodotti italiani non hanno il marchio DOP perché non possono permettersi di pagare il servizio.
  • Un prodotto a Indicazione Geografica Protetta (IGP) ha un legame con un determinato territorio in almeno uno degli stadi della produzione o della trasformazione.

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