Il Settecento in letteratura: caratteristiche, opere, autori

Il Settecento in letteratura: caratteristiche, opere, autori A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

La letteratura nel Settecento: stile, temi, opere e autori della letteratura e straniera italiana ai tempi dell'Illuminismo

1Caratteristiche della letteratura del Settecento

Alessandro Verri (1741-1816)
Alessandro Verri (1741-1816) — Fonte: getty-images

Di cosa si occupa la letteratura del ‘700? Sono tante le tematiche che la riguardano, eppure, sia che si parli di natura, di educazione, di nobiltà o diritti civili, In una sola espressione potremmo dire che una buona parte della letteratura del Settecento vuole fare opinione. In questo aspetto la letteratura avverte la sua nuova missione di essere utile e al servizio del sapere

A questo proposito è sintomatico è il fatto che tutti i letterati, chi più, chi meno, includano la saggistica nella loro produzione, scrivendo di ogni argomento e giocando il ruolo di veri e propri poligrafi. Scrivono di ogni tema e invitano a soluzioni più razionali rispetto al passato in diversi campi del sapere e della politica. Tutto deve essere razionalmente utile a qualcosa e quindi educativo. 

Allora in questo periodo si sviluppa il giornalismo e cambiano gli ambienti in cui la cultura può circolare. Nascono gruppi di lavoro e di discussione, vengono fondate accademie, vengono fondate riviste, i caffè si riempiono di nuovi intellettuali, che non amano certo essere chiamati “letterati” perché questa parola sa di vecchio: sono piuttosto philosophes o idéologues.  

Mettono in campo idee e si occupano della società: non ancora in prima persona perché esistono ancora i governi assolutistici, ma c’è aria di rivoluzione. In questo clima di cambiamento fare opinione vuol dire, quindi, suscitare pensieri e riflessioni e lasciare che ognuno costruisca il proprio pensiero critico così da uscire da quello che Kant definisce «stato di minorità». 

Sappiamo bene che il XVIII secolo è quello dei lumi, del razionalismo, del buonsenso borghese, dell’urbanità che risponde alla follia del Barocco, ma è meglio rileggere quel che scrisse Immanuel Kant in proposito: 

«L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea (naturaliter maiorennes), rimangono ciò nondimeno volentieri per l’intera vita minorenni, per cui riesce facile agli altri erigersi a loro tutori. Ed è così comodo essere minorenni! Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che ha coscienza per me, se ho un medico che decide per me sul regime che mi conviene ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione» (I. Kant, Risposta alla domanda “Che cos’è l’illuminismo?”, 1784). 

Immanuel Kant
Immanuel Kant — Fonte: getty-images

L’uomo deve essere in grado di pensare da solo: non più gerarchie, egemonie culturali e quant’altro; deve nascere il libero pensiero e il libero pensiero ha bisogno di spazi liberi in cui muoversi e dispiegarsi. Questo cambiamento potrebbe sembrare banale, ma il libero pensiero – e Kant vi allude con chiarezza – implica anche una partecipazione politica decisamente più attiva.  

La borghesia, sentendosi a tutti gli effetti la forza motrice della società vuole scalzare la nobiltà dalla sua secolare egemonia. La letteratura si pone al servizio di questo clima di cambiamento radicale. Che si tratti di romanzi, di poesie, di teatro o di pamphlet, la letteratura illuminista guarda a un pubblico nuovo, più ampio, borghese.  

2Temi della letteratura del Settecento

I temi della letteratura illuminista sono assai vari. In primo luogo compaiono città e cittadini e quindi le leggi che devono regolare il vivere civile: pensiamo ai fratelli Verri che si occupano di numerose questioni e anche della lingua italiana, e poi al famoso nonno di Manzoni, Cesare Beccaria, che scrive Dei delitti e delle pene.

Ritratto di Jean-Jacques Rousseau
Ritratto di Jean-Jacques Rousseau — Fonte: ansa

Poi c’è la natura, quella grandiosa macchina che porta avanti l’universo e anche una sorta di magazzino di risorse che l’uomo può sfruttare. Ma la natura è anche esempio per l’uomo che può imitarne le leggi, al punto che vivere secondo natura diventa un precetto morale: la natura ha in sé un’idea di bene e spesso viene collegata allo stato d’animo con il sentimento. E' il caso di Goethe, di Foscolo, di Rousseau e tanti altri. L’idea della macchina, infatti, permette di dividere tutto razionalmente, in particolare il tempo, destinato a essere razionalizzato.   

Questo, inoltre, cambia anche l’educazione sentimentale: la passione, il desiderio, le pulsioni sessuali sono oggetto di nuovo interesse (si pensi al Marchese De Sade, per esempio, da cui deriva la parola sadismo). Ma c’è anche un idillio della natura e un modo del tutto sentimentale di viverla e pensarla. Sono questi gli aspetti che creeranno la sensibilità pre-romantica.  

Occupandoci in particolare degli intellettuali italiani vediamo che il problema dell’utilità della letteratura è sentito anche da Giuseppe Parini, il quale nella sua opera Il giorno dedica i suoi sforzi alla rieducazione della nobiltà, classe sociale ormai in declino, decaduta nei costumi e nella morale. Il tema dell’educazione è centrale nell’Illuminismo

Con Parini abbiamo la poesia civile (di argomenti cittadini, cioè di tutti, concreti) che anche Foscolo riprenderà per il carme Dei sepolcri, una sorta di trattato poetico in cui il poeta vuole spiegare l’utilità civile delle tombe e permette di cogliere persino nelle illusioni e nella poesia l’arma umana più sensata (sembrerebbe strano dire ‘razionale’) contro l’oblio. 

Nel teatro abbiamo due giganti: da una parte il commediografo Carlo Goldoni e dall’altra il tragediografo Vittorio Alfieri.  

Goldoni, rinnovando la commedia dell’arte, aderisce dapprima a una visione positiva del mercante e del borghese, per poi rendersi conto della ferocia di questa figura e delle sue ipocrisie e del suo egoismo.  

Ne emerge una visione preoccupante della realtà così com’è anche preoccupante la visione tragica del mondo offerta da Vittorio Alfieri in tragedie come Saul o Mirra, dove tra le righe emerge la meditazione sul potere e dell’assolutismo. Il tiranno è una figura cosmica che incarna il potere assoluto. Questa tematica ben risponde al clima di rivoluzione che si vuole attuare contro gli antichi regimi.  

3Crisi dell’illuminismo

Per parlare della crisi dell’Illuminismo, mi piacerebbe partire dalle correnti artistiche. I due principali movimenti artistici dell’Illuminismo sono il Neoclassicismo e il Preromanticismo. Da un certo punto di vista, potremmo dire che proprio l’arte funge da ponte modulante tra Illuminismo e Romanticismo, divenendo testimone della crisi di questo grande movimento culturale. 

Giovanni Vincenzo Gravina: fondatore dell'Accademia dell'Arcadica di Roma nel 1690
Giovanni Vincenzo Gravina: fondatore dell'Accademia dell'Arcadica di Roma nel 1690 — Fonte: getty-images

Proprio il dominio totale della ragione aveva in qualche modo favorito l’indagine sul sentimento umano, sulla sua passione, sul suo sentire. Da una parte il desiderio dell’ordine, la bellezza scaturita dall’equilibrio e dalla misura classica, come dice Winckelmann a proposito dell’Apollo del Belvedere, dall’altra con lo Sturm und Drang – tempesta e impeto – movimento nato in Germania abbiamo invece il disordine delle passioni, lo scontro con il sublime nato dallo squilibrio e dall’incommensurabile (si pensi ai quadri di Friedrich o di Delacroix). Questo scontro tra i due ideali di bellezza è ben visibile in Goethe e in Foscolo. 

Si comincia a dubitare dell’onnipotenza della ragione e della sua capacità di risolvere tutti i problemi dell’umanità. Il sentire diventa presto il nuovo modo di accostarsi al mondo. Arriviamo così alla vera crisi dell’Illuminismo situata alla radice dei suoi stessi ideali. 

Il punto culminante al livello culturale e politico è indubbiamente la Rivoluzione francese, che però si trasforma in un’epoca di terrore, come abbiamo detto. Doveva proporre una sorta di nuovo umanesimo in nome della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, ma si era trasformata in una dittatura borghese, ancora più spietata dell’antico regime. 

Questo clima inquisitorio istituito da un cieco razionalismo stava rinnegando proprio quegli ideali, che poi erano ispirati dall’Illuminismo. Così, in questo clima di fallimento e di paura, emerge la figura di Napoleone: da questo titano venuto su dal nulla (un self-made-man) l’Europa sarà traghettata in un secolo denso di rivolgimenti e moti insurrezionali. 

4La letteratura del Settecento e la questione della lingua italiana

Il Settecento è il secolo in cui si acuisce la «crisi linguistica» in Italia e questo perché si avverte con urgenza che la lingua deve svecchiarsi e perdere quella patina arcaica che conservava per tradizione e aprirsi al nuovo: dunque si accentua il conflitto fra tradizione e rivoluzione

Bisogna infatti considerare che nel primo Settecento operò l’Arcadia, accademia che mirava a una restaurazione non solo stilistica, ma anche e soprattutto linguistica della poesia italiana depurandola dalle eccentricità del Barocco: l’obiettivo era ristabilire la misura classica della lingua italiana. Gli intellettuali italiani si diverso in posizioni che oscillavano tra il rifiuto o la necessità del rinnovamento; oppure in una situazione intermedia. 

Della Ragion Poetica di Giovanni Vincenzo Gravina (1664-1718)
Della Ragion Poetica di Giovanni Vincenzo Gravina (1664-1718) — Fonte: getty-images

Teniamo presente che c’era l’Accademia della Crusca a vigilare sulla questione e per questa accademia i modelli linguistici erano ancora Petrarca e Boccaccio. Per esempio fu equilibrato il tradizionalismo di Gravina (Della ragion poetica,1708), mentre più vicino alla Crusca è Becelli (Se oggidì scrivendo si debba usare la lingua italiana del buon secolo, 1737). Difensori del toscano furono anche i fratelli Gozzi, mentre Galeani Napione era più moderato e auspicava che la tradizione si integrasse all’europeismo. 

Proprio questo punto è importante, perché lo ritroviamo ancora oggi: è lecito accogliere prestiti linguistici o usare neologismi? Nel parlato è ovvio che se ne faccia ampio uso, ma lo scritto tende a non ammettere cambi rispetto al passato. Appare chiaro che nel Settecento la lingua si stava già rinnovando da sé. L’Illuminismo voleva porre attenzione sulle cose e non sulle parole e quindi la lingua deve adeguarsi alla necessità di essere prima di tutto compresa. Ne consegue che ogni anacronismo, ogni parola desueta o forma appartenente solo allo scritto di secoli addietro deve essere cambiata in forme più comprensibili. Consideriamo, poi, che la nazione egemone culturalmente era la Francia e quindi cominciarono ad essere accolti numerosi prestiti linguistici dal francese. 

Frontespizio della rivista Il Caffè, 1765
Frontespizio della rivista Il Caffè, 1765 — Fonte: getty-images

Come è facile intuire, al centro di questa rivoluzione è più la prosa che la poesia. La prosa vuol dire giornalismo, teatro comico, saggistica scientifica e filosofica, romanzi, orazioni, lettere. All’ipotassi tipica del dettato boccacciano fa spazio la paratassi di tipo francese: anche questo significa diventare più europei. 

Alessandro Verri nel «Caffè» si fa portavoce della rinuncia solenne al Vocabolario della Crusca. L’Accademia dei Pugni spinge in questa direzione. In una situazione intermedia rispetto ai difensori del purismo ci sono Algarotti, Bettinelli, Baretti e soprattutto Melchiorre Cesarotti: sono tutti sostenitore di una modernità extra-fiorentina ed extra-toscana, ma non anti-fiorentina. 

Questa posizione ricorda alcune riflessioni di Dante nel De vulgari eloquentia: bisogna creare una lingua che pur avendo come una base un particolare volgare, sappia accogliere le parole di altri volgari e di altre lingue. 

Baretti sostiene che «le lingue che si devono adoperare nello scrivere i libri delle nazioni non devono essere dialetti particolari di questa o quella città, ma devono essere veramente lingue universali». 

Melchiorre Cesarotti sceglie come soluzione una «saggia libertà» equidistante dagli opposti eccessi del «rigorismo» e del «libertinaggio». Quando finisce questa lunga diatriba? L’annosa questione resta perlopiù intatta fino ad Alessandro Manzoni che la risolve definitivamente con la pubblicazione de I promessi sposi. Qui è offerto per la prima volta un modello linguistico coerente che viene accolto da tutti come lingua italiana