Le sette meraviglie del mondo antico

Le sette meraviglie del mondo antico A cura di Sonia Cappellini.

Quali sono le sette meraviglie del mondo antico? Scopri nomi e caratteristiche di ciascuna di queste strutture, opere architettoniche artistiche e storiche

1Le sette meraviglie del mondo antico: come scegliere fra tanta bellezza?

Il mondo antico è un concentrato di tesori. Tutte le civiltà che nascono e si sviluppano intorno al bacino del Mediterraneo lasciano testimonianze materiali di altissima qualità: opere scultoree, architettoniche, impianti urbanistici in cui si profonde ogni sforzo tecnico, ogni energia e che rendono visibili aspirazioni, valori, senso estetico e voglia di eterno dei popoli e dei loro re.
Come orientarsi in questo labirinto di ricchezza? Come non cedere alla tentazione di fare una selezione? Di stilare una classifica? Soprattutto: come non sognare di compiere un viaggio, di percorrere un itinerario che, in una volta sola, abbracci con lo sguardo i vertici della bellezza?

Molto antiche sono infatti le testimonianze poetiche e letterarie che si lanciano in questa difficile impresa.
La più antica ci giunge da un poeta di Sidone, Antipatro, che nel II secolo a. C., in un epigramma dell’Antologia Palatina, ci restituisce quasi intatto lo stupore, l’incredulità, il senso di meraviglia che come in un crescendo passa dalla Mesopotamia al Peloponneso, dal Mar Egeo all’Egitto, fino alle coste dell’Asia Minore.
Cercando di recuperare la purezza di quel primo sguardo proviamo ripercorrere, con la sua guida, quel viaggio nel mondo delle sette meraviglie del mondo antico.

2Le mura di Babilonia

I resti delle mura di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico
I resti delle mura di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico — Fonte: istock

La civiltà babilonese si sviluppa sulle sponde dell’Eufrate e si contende con quella assira il dominio della Mesopotamia. Nell’ottavo secolo a. C. l’Impero Assiro prevale e mantiene il dominio sul regno babilonese per ameno un secolo. Nel 626 a. C. è la riscossa, guidata dal re Nabopolassarre restituisce ai babilonesi l’indipendenza e segna l’inizio dell’espansione e del massimo splendore del regno.
Potenza, ricchezza, dominio su tutta la mezzaluna fertile si manifestano nelle imprese edilizie del grande Nabucodonosor II che regna tra il 605 e il 562 a. C.  

Per prima cosa il re si dedica alla ricostruzione delle mura di Babilonia, la capitale, che vengono ampliate e fortificate, dotate di nuove torri e di otto splendide porte decorate. Queste sono considerate, oggi, una delle sette meraviglie del mondo antico.
Il tracciato sopravvive ancora nel sito archeologico che si trova a circa 80 km da Bagdad. Tra le porte, l’unica ad essere giunta fino a noi è quella di Ishtar, dedicata all’omonima dea. Posta nel settore nord della città ne costituiva l’ingresso monumentale. Recuperata all’inizio del ‘900, nel corso di una campagna archeologica tedesca è oggi in parte ricomposta e conservata nel Pergamonmuseum di Berlino.
La porta originaria era costituita da due strutture parallele, una minore orientata all’esterno e una più grande orientata verso l’interno della città. Sebbene quella berlinese sia la più piccola delle due, stupisce per le imponenti dimensioni: un’altezza di 14,73 m per una larghezza di 15,70.
A colpire lo spettatore è poi l’elemento colore. L’intera struttura è infatti rivestita di maioliche smaltate in lapislazzulo. Sul fondo blu, intenso e brillante, si stagliano poi, realizzate sempre mediante l’accostamento di piccole tessere in maiolica, centinaia di figure animali (tori, leoni, draghi), nelle tonalità dell’oro.
La cinta muraria con le sue porte è quindi non solo struttura difensiva, ma anche affermazione di potere sulle altre civiltà mesopotamiche, simbolo del prestigio del re, omaggio alle divinità.  

3La statua di Zeus a Olimpia

Ricostruzione del Tempio di Zeus a Olimpia, dove era presumibilmente collocata la statua oggi considerata una delle sette meraviglie del mondo antico
Ricostruzione del Tempio di Zeus a Olimpia, dove era presumibilmente collocata la statua oggi considerata una delle sette meraviglie del mondo antico — Fonte: istock

Nulla rimane putroppo, se non nelle fonti, delle statue criso-elefantine realizzate da Fidia, il più grande scultore greco dell’età classica.
Intorno al 430 a. C. porta a termine l’impresa di ricostruzione dell’Acropoli di Atene dove, oltre a ricoprire il ruolo di episkopos, Fidia realizza la decorazione scultorea del Partenone e la statua colossale della dea Atena posta all’interno dello stesso tempio. Quindi si reca a Olimpia dove, per il tempio di Zeus, la cui edificazione era stata conclusa almeno venti anni prima, realizza la gigantesca statua del dio seduto in trono, considerata oggi una delle sette meraviglie del mondo antico. Non abbiamo certezze sulle dimensioni ma l’altezza doveva aggirarsi attorno ai dodici metri.  

L’aspetto ci è noto attraverso alcune monete ma soprattutto dal racconto di Pausania: «Il dio, in oro e avorio, siede in trono; ha in testa una corona in forma di ramoscelli d’olivo. Con la destra regge una vittoria, anche questa d’avorio e d’oro, che ha una benda sul capo e una corona; nella mano sinistra è uno scettro intarsiato d’ogni sorta di metalli: l’uccello che posa sullo scettro è l’aquila. D’oro sono anche i calzari del dio e altrettanto il mantello; sul mantello sono rappresentati animali e fiori di giglio. Il trono è variamente ornato d’oro e di pietre, d’ebano e d’avorio; su di esso sono sia figure dipinte che statue scolpite. Quattro vittorie in atteggiamento di danzatrici sono rappresentate su ciascun piede del trono e altre due si trovano sul collo di ogni piede. Sopra entrambi i piedi anteriori sono dei fanciulli tebani rapiti da sfingi e sotto le sfingi Apollo e Artemide colpiscono con i dardi i piedi di Niobe. […] Pur sapendo che sono state prese le misure in altezza e in larghezza dello Zeus di Olimpia, non mi metterò a lodare coloro che l’hanno misurato, dal momento che anche le misure da essi date sono molto inferiori all’impressione che suscita la statua in chi la guardi, tanto che si dice che lo stesso dio rese testimonianza all’arte di Fidia . Infatti, quando la statua era già stata portata a termine, Fidia implorò il dio che gli inviasse un segno di conferma se l’opera fosse di suo gradimento: immediatamente, dicono, cadde un fulmine in quel punto del pavimento sopra il quale ancora ai miei giorni era posta un’idrìa di bronzo». (V, 11.1-10)  

Pausania, insolitamente, trascura la descrizione del volto, nulla dice sull’espressione del dio, che pure doveva essere benevola, trovandosi nella sua casa e nel suo santuario, ma l’ecfrasi restituisce in pieno il senso di potenza che da essa doveva emanare.
Trasportata a Costantinopoli al tempo di Teodosio II, la statua, dopo otto secoli di vita, finisce distrutta nel grande incendio del 475 d.C.  

4Il colosso di Rodi

Anche questa meraviglia, una gigantesca statua di bronzo, ci è nota solo attraverso le fonti.
Per conoscerla ci affidiamo a Plinio il Vecchio: «Il più ammirato di tutti fu il colosso del Sole a Rodi, opera di Chares di Lindo, discepolo del suddetto Lisippo. Questo simulacro era alto settanta cubiti, dopo sessantasei anni cadde per un terremoto, ma anche a terra esso è un miracolo. Pochi riescono ad abbracciare il suo pollice e le sue dita sono più grandi di molte statue intere. Enormi cavità si aprono nelle sue membra spezzate; al suo interno sono visibili pietre di grande mole, il cui peso gli dava stabilità durante la costruzione. Fu costruito in dodici anni e costò trecento talenti, ricavati da quanto era stato abbandonato dal re Demetrio che, stanco, tolse l’assedio da Rodi».   

Ritratto di Plinio il Vecchio
Ritratto di Plinio il Vecchio — Fonte: getty-images

Il terremoto di cui parla Plinio risale al 228 a.C., stando alle sue indicazioni cronologiche la statua è stata quindi realizzata tra il 304 e il 293 a.C. per celebrare la vittoria sul re macedone Demetrio Poliorcete, o meglio l’abbandono del campo da parte di quest’ultimo, dopo che l’impiego di diverse macchine belliche si era rivelato inefficace.
L’autore latino è preciso nelle misure (32 m) ma non fa cenno alla posizione della statua, non chiarisce cioè se essa si trovi in origine all’interno della città fortificata, come sembra più probabile o, come vuole una antica ma non documentata tradizione, all’imbocco del porto.
Plinio, sfortunatamente vede il colosso già a terra e ridotto in pezzi, ma un epigramma greco più antico fornisce un altro utile elemento di ricostruzione: «A te, o Sole, le genti di Rodi, innalzano questa statua bronzea che raggiunge l’Olimpo, dopo aver calmato le onde della guerra e incoronato la città con le spoglie del nemico, non solo sui mari, ma anche in terra essi accendono la torcia della libertà».   

La statua impugnava quindi una torcia, simbolo della luce solare e della ritrovata libertà dopo la fine dell’assedio.
Di recente una scultura conservata nel Museo Archeologico di Civitavecchia è stata ritenuta copia tratta dal Colosso di Rodi. Si tratta di un giovane uomo nudo le cui fattezze, nel volto, nei capelli, nel modellato morbido del corpo, appaiono di chiara ispirazione lisippea. La statua è mutila ma quanto resta non lascia dubbi circa la posizione sollevata del braccio destro.
Nel 653 d. C. i pirati arabi fanno irruzione sull’isola, i frammenti del Colosso vengono fatti a pezzi, portati via e venduti.   

5I giardini pensili di Babilonia

Come sarebbero dovuti essere i giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico
Come sarebbero dovuti essere i giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico — Fonte: istock

Tra tutte le sette meraviglie del mondo antico si tratta di quella più problematica. Gli scavi condotti a Babilonia non hanno fornito finora una collocazione certa e le fonti letterarie non sono dirette, gli autori che li descrivono cioè non li vedono personalmente ma si rifanno a tradizioni e fonti più antiche non pervenute.
È lecito supporre che anche i giardini dovessero rientrare nella grande opera di riassetto urbanistico promossa da Nabucodonosor II e che quindi, come le mura e la porta di Ishtar essi risalgano al VI secolo.
Giuseppe Flavio, che si basa su una fonte del tempo di Alessandro Magno così racconta l’origine dei giardini: «Al suo palazzo egli fece ammassare pietre su pietre, fino ad ottenere l'aspetto di vere montagne, e vi piantò ogni genere di alberi, allestendo il cosiddetto "paradiso pensile" perché sua moglie, originaria della Media, ne aveva grande desiderio, essendo tale l'usanza della sua patria».

Componendo le informazioni a disposizione, Debora Barbagli tenta un’ipotesi ricostruttiva dei giardini, secondo cui essi sarebbero disposti su cinque o sei livelli e costituiti da terrazze disposte l’una sull’altra ad andamento piramidale. Ogni terrazza doveva essere sostenuta da pilastri i quali, al livello inferiore, generavano un porticato. Il pavimento di ciascuna terrazza doveva essere adeguatamente isolato, con piombo o altro materiale, per poter accogliere i grandi quantitativi di terra su cui coltivare piante e fiori.
L’acqua giungeva da fiume Eufrate, trasportata in alto da un sistema di pompe.
Dunque un luogo di delizie dove si coniugano alla perfezione architettura e natura, tecnologia e poesia.

6Le piramidi di Giza

Le piramidi di Giza, tra le sette meraviglie del mondo antico
Le piramidi di Giza, tra le sette meraviglie del mondo antico — Fonte: getty-images

Le più antiche tra le sette meraviglie del mondo antico, le piramidi di Giza sono anche le uniche che ancora possiamo vedere con i nostri occhi. Esse risalgono alla IV dinastia, un periodo che si aggiro intorno al 2.550 a.C.
La prima e più grande ospita la tomba del faraone Cheope. Il quadrato di base misura 230 m e il vertice raggiungeva in altezza i 147 m (oggi 138 per l’effetto di erosione). Il monumento occupa una superficie di 4 ettari. La gigantesca costruzione, realizzata in enormi blocchi di pietra calcarea, è un segno tangibile della potenza e della natura divina del faraone nella cultura egizia. L’edificio, perfetto e semplice nella sua forma chiusa è concepito per essere osservato dall’esterno, fatto per accogliere e sigillare per sempre il corpo del dio-re.
All’interno poche semplici stanze di cui la più importante, quella che contiene il sarcofago è sormontata da nove monoliti tagliati a spioventi e collocati in compartimenti sovrapposti e separati, per proteggere il prezioso contenuto in caso di crollo.
Erodoto racconta che per costruirla furono al lavoro centomila uomini per venti anni ma si ritiene oggi che il tempo impiegato possa essere almeno il doppio.

Pressoché identica la piramide di Chefren, figlio di Cheope. Le sue dimensioni sono di poco inferiori, 215 m il lato della base, 136 m l’altezza. Decisamente più modesta la struttura del successore Micerino: 106 m alla base per 62 di altezza.
Nonostante l’inviolabilità fosse nelle intenzioni dei faraoni e dei costruttori, le piramidi di Giza sono state depredate già in epoca antica, sicché nulla dei corredi è giunto fino a noi. 

7Il mausoleo di Alicarnasso

Raffigurazione del Mausoleo di Alicarnasso, tra le sette meraviglie del mondo antico
Raffigurazione del Mausoleo di Alicarnasso, tra le sette meraviglie del mondo antico — Fonte: ansa

Con la grande tomba di Mausolo torniamo ancora nel mondo persiano. Egli è infatti il satrapo della provincia di Caria e governa questa regione dal 377 al 353 a. C. Alla sua morte la moglie Artemisia gli dedica questa immensa struttura sepolcrale, tanto ammirata e famosa che ancora oggi il termine “mausoleo” è assunto nel linguaggio comune per indicare la sepoltura di un re o di un imperatore.
L’edificio, oggi tra le sette meraviglie del mondo antico, aveva dimensioni impressionanti se si pensa che il solo basamento misurava alla base 47 per 41 m, e si elevava per 22 m.
Su questo alto parallelepipedo era la cella, circondata da una peristasi di ordine ionico con nove colonne sui lati minori e undici su quelli più lunghi), e coperta da un tetto a piramide, sulla cui cima svettava la quadriga del re, con i quattro destrieri scalpitanti, realizzata a tutto tondo. L’altezza totale sfiorava i 50 metri. In questo edificio sembrano fondersi elementi greci (l’ordine architettonico e il fregio scolpito) e orientali (il basamento e la piramide sommitale). La cella ospitava le statue di Mausolo e di sua moglie Artemisia. Altre innumerevoli statue decoravano poi gli spazi tra le colonne e il basamento. 

Il Mausoleo di Alicarnasso è anche uno dei pochi casi in cui ci sono stati tramandati i nomi degli artisti: Satyros e Pyteos per la parte architettonica, e per il fregio con l’amazzonomachia viene chiamato il grande Skopas, insieme a Bryaxis, Tomotheos e Leochares. La presenza di artisti greci e la commistione di stili sembra quasi un indizio della ricomposizione dell’atavica rivalità tra greci e persiani, un conflitto culturale ancor più che militare e territoriale, che aveva segnato profondamente la produzione artistica del secolo precedente.
Di tutto questo oggi resta parte del basamento, frammenti della quadriga e del fregio sono conservati nel British Museum di Londra. A demolire il tempio-tomba è stato un terremoto nel XII secolo, il materiale è stato in gran parte riutilizzato nel XV e XVI secolo dai cavalieri crociati di San Giovanni per l’edificazione dei propri edifici di culto. 

8Il tempio di Artemide a Efeso

L'unica colonna rimasta del tempio di Artemide a Efeso, una delle sette meraviglie del mondo antico
L'unica colonna rimasta del tempio di Artemide a Efeso, una delle sette meraviglie del mondo antico — Fonte: istock

Delle 108 totali solo una colonna, dai rocchi malamente ricomposti, resta oggi in piedi di quella meraviglia in grado, secondo Antipatro, di far impallidire tutte le altre. La tradizione vuole che il tempio di Artemide sia il primo edificato in marmo dell’architettura greca. Era ionico, octastilo e diptero, lungo 115 m e largo 55. Viene edificato tra il 570 e il 560 a.C. e distrutto per mano di un folle che appicca un incendio nel 356 a. C.
Plinio racconta che per la costruzione di questo tempio immenso il re Creso impiega una fortuna e ricorda i nomi di ben tre architetti. Teodoro, che aveva realizzato l’Heraion di Samo e i cretesi Cherdifrone e Megatene. L’opera era nel suo insieme un concentrato di materiali preziosi e di eleganti decorazioni. Le colonne della facciata, per esempio avevano tra la base e il fusto un elemento intermedio, scolpito con figure processionali, che arricchiva il fusto percorso da 48 scanalature.
Tutti gli elementi presentavano poi un’accesa cromia, tale da rendere il monumento splendente e suggestivo. È quest’ultimo, con ogni probabilità l’elemento che segna lo scarto con le altre opere, che accende d’entusiasmo la poesia di Antipatro. Noi, oggi, altro non possiamo fare se non fidarci delle sue parole.