Lucio Anneo Seneca: pensiero e analisi di De Brevitate Vitae

Lucio Anneo Seneca: pensiero e analisi di De Brevitate Vitae A cura di Chiara Colangelo.

Lucio Anneo Seneca: biografia, pensiero e opere principali del filosofo latino, con approfondimento sul De Brevitate Vitae

1La vita di Lucio Anneo Seneca

Scultura raffigurante la testa del filosofo Seneca; opera conservata nella Galleria del Prado a Madrid
Scultura raffigurante la testa del filosofo Seneca; opera conservata nella Galleria del Prado a Madrid — Fonte: ansa

Lucio Anneo Seneca nasce a Cordŏba in Spagna, attorno al 4 a.C.. Il padre, Seneca il Vecchio (o Retore), apparteneva a una ricca famiglia provinciale di rango equestre. Si trasferisce a Roma in giovanissima età ed è lì che svolge la sua formazione retorica e filosofica presso la scuola di Papirio Fabiano, retore e filosofo che lo avvia alla filosofia stoica.

Nonostante la sua indole e gli insegnamenti dei suoi maestri lo facciano propendere per la vita contemplativa di studioso, nel 31, dopo esser stato introdotto presso l'ambiente dell'imperatore Caligola, intraprende la carriera politica ottenendo la questura.
Oratore di successo, ammirato e acclamato, suscita l'invidia del principe stesso a seguito di un discorso pronunciato nel 39 d.C. in sua presenza. Caligola, invidioso, progetta persino di farlo uccidere e viene convinto a desistere dal suo scopo solo grazie all'intercessione di una donna patrizia molto potente a corte.
Seneca si guadagna anche le antipatie dell'imperatore successivo, Claudio, ma questa volta per una questione di donne: nel 41 viene accusato di adulterio dalla moglie del principe, gelosa di una sua rivale. Seneca viene condannato all'esilio in Corsica, dove rimane fino al 49, quando viene richiamato a Roma grazie all'intervento della nuova moglie di Claudio, Agrippina, madre di Nerone, il futuro imperatore.

La donna lo vuole come precettore per suo figlio, che sta preparando al ruolo di principe. Seneca ha allora più di cinquant'anni e, dopo l'esperienza lunga e difficile dell'esilio, probabilmente non intende riprendere la carriera politica. Si ritrova tuttavia per contigenze esterne a ritornare al palazzo imperiale, di nuovo a contatto con il potere.
Nel 54, alla morte di Claudio, succede Nerone e Seneca riveste il ruolo di consigliere politico di un sovrano non ancora diciottenne. Le fonti concordano nel sostenere che Seneca, insieme ad Agrippina e al prefetto Afranio Burro, fu il vero reggente dell'impero in quegli anni.
La sua speranza di fare del giovane un sovrano esemplare e illuminato era destinata a naufragare miseramente. La collaborazione con un potere assoluto di tale portata gli richiede inoltre l'accettazione di compromessi anche molto gravi. Nel 59 Nerone elimina la madre Agrippina, colpevole di eccessive intromissioni. Anche se non è chiaro quale ruolo abbia Seneca in questo delitto, è probabile che sia almeno  a conoscenza dei piani del principe. Sappiamo con certezza che resta al fianco dell'imperatore anche dopo l'omicidio, compromettendo così la propria immagine.

Il volubile Nerone è sempre più sospettoso e insofferente a ogni tutela. Nel 62 il prefetto Burro muore in circostanze misteriose e viene sostituito; Seneca a questo punto, motivando la scelta con ragioni di età e di salute, chiede espressamente a Nerone il permesso di abbandonare ogni attività pubblica e ritirarsi a vita privata, dedicandosi esclusivamente ai suoi studi.

Mezzobusto dell'imperatore Nerone
Mezzobusto dell'imperatore Nerone — Fonte: ansa

L'isolamento ostentato dal filosofo e nuovi intrighi di corte rendono Nerone, sempre più dispotico e bizzoso, di nuovo sospettoso nei suoi confronti. A seguito di una fallita congiura organizzata dal senatore Pisone nel 65, Seneca viene accusato di tradimento. Anche se probabilmente estraneo alla vicenda, Seneca non attende l'esecuzione della condanna a morte e decide di togliersi la vita, fedele ai dettami dello stoicismo. Seneca affronta la morte con coraggio e nobiltà d'animo. La scena, raccontata da Tacito, è eroica, atroce e teatrale. Dopo aver riunito i discepoli per un ultimo saluto e dopo averli invitati a non piangerlo, si taglia le vene dei polsi insieme alla moglie Paolina. A causa dell'età e della debolezza, il sangue non sgorga con la velocità necessaria. Decide così di tagliarsi anche le vene delle gambe e delle ginocchia. Non sopravvenendo la morte immediata, ingerisce un veleno dato dal suo medico che però non fa effetto a causa dell'emorragia. Si immerge in una vasca di acqua bollente e perisce dopo una sofferenza lunga e straziante per soffocamento a causa dei vapori.

2Le opere filosofiche e il pensiero

2.1Dialoghi

Seneca parla in prima persona e si rivolge a un unico interlocutore, solitamente il destinatario.

Tre hanno la forma della “consolazione” (Consolatio ad Marciam, Consolatio da Helviam matrem, Consolatio ad Polybium). Nella prima, scritta nel 37 e rivolta a una ricca donna patrizia in lutto per il figlio, svolge temi tipici del genere come la fugacità della vita, la necessità naturale della morte e l'ineluttabilità del dolore. A sua madre Elvia, sofferente per la lontananza del figlio, scrive dall'esilio in Corsica nel 41, e la rassicura sulla sua condizione di esule e sulla convenienza di quella situazione per le sue meditazioni. Polibio era un potente consigliere dell'imperatore Claudio ed aveva perso un figlio. Nella consolazione, ai soliti temi, si aggiungono adulazioni e lodi col fine di ottenere il richiamo dall'esilio.

Nel 41 scrive il De ira, in cui tratta delle passioni umane, dell'ira in particolare, e della necessità di dominarle. Il De vita beata, scritto tra il 54 e il 62, affronta il problema della felicità, realizzabile solo attraverso la ricerca della virtù.

Tre dialoghi sono di incerta datazione: il De constantia sapientis, tratta con argomentazioni stoiche della necessaria imperturbabilità del saggio di fronte ad ogni capriccio della sorte; il De tranquillitate animi parla di come conciliare l'attività politica e pubblica con la riflessione filosofica. Il saggio stoico, secondo il filosofo, deve mettere la sua conoscenza al servizio della società. Nel De otio, scritto probabilmente dopo il ritiro dalla vita pubblica, avviene un cambio di prospettiva rispetto al passato: interrogandosi sul dilemma tra impegno e disimpegno, tra vita attiva e vita contemplativa, Seneca dichiara la superiorità della scelta dell'otium, e del fatto che un saggio non deve impegnarsi a meno che le circostanze non glielo impongano.

2.2Le lettere a Lucilio

Seneca morente, opera di Pieter Paul Rubens
Seneca morente, opera di Pieter Paul Rubens — Fonte: ansa

Le Epistulae morales ad Lucilium, sono state scritte dal 62 al 65, l'anno della morte. Si tratta di 124 lettere il cui destinatario è Lucilio, procuratore in Sicilia amico di Seneca che condivideva i suoi interessi filosofici e letterari. Nonostante la forma epistolare, si tratta di veri e propri trattati di filosofia morale e sono considerati il capolavoro dell'autore. In esse Seneca affronta moltissimi temi come il tempo, la morte, la paura, il dolore e la libertà individuale traendo spunto da fatti quotidiani e occasionali. Il suo scopo è descrivere integralmente la vita del saggio e i precetti etici che gli occorrono per raggiungere la perfezione morale. Il percorso ideale deve partire dalla conoscenza di sé come premessa necessaria alla conoscenza della natura, il suo fine ultimo.

Il vecchio autore, che parla a un suo giovane discepolo, ha compiuto troppo tardi la scelta della vita contemplativa: nella sapientia risiedono la vera gioia e i veri valori che si possono realizzare. La vita deve essere una continua lotta contro le passioni, cioè gli impulsi e i desideri irrazionali che aggrediscono e minacciano l'uomo, privandolo della pace dell'anima. Seneca raccomanda a Lucilio di astenersi da occupazioni frivole e moralmente inutili come i viaggi (indizio di inquietudine e distrazione), limitare il contatto con la folla, riservandosi per pochi amici e ricercare esclusivamente la virtù. 

La dottrina a cui Seneca aderisce in tutte le sue opere fino a quest'ultima è quella stoica. Non esita tuttavia a criticare aspetti dello stoicismo rivendicando più volte l'autonomia del suo pensiero. Avvicinandosi alla fine della vita, Seneca si prepara a morire convinto che liberarsi della paura sia il compito ultimo del filosofo: chi ha realizzato la perfetta libertà da ogni condizionamento esteriore ha conquistato l'autárkeia (autosufficienza), propria del saggio. 

3Il De Brevitate Vitae e la concezione del tempo in Seneca

Il dialogo La brevità della vita è il decimo dei dialoghi. Risale probabilmente al 49, l'anno in cui Seneca ritorna dall'esilio in Corsica, ed è dedicato all'amico Pompeo Paolino, padre della seconda moglie di Seneca e prefetto dell'annona, il funzionario che si occupava dei rifornimenti alimentari.
Seneca vi affronta il problema della fugacità del tempo, contestando il luogo comune della brevità dell'esistenza umana e contrappone la massa, vittima del tempo poiché ne fa spreco, al saggio, che invece riesce a dominarlo.
«Non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo» è il punto di partenza della sua riflessione.
Una valutazione quantitativa del tempo è tipica di chi ha una visione errata dell'esistenza mentre il saggio ne ha una qualitativa: non conta quanto ma come si vive. 

Per imparare a vivere ci vuole tutta la vita e ci vuole tutta la vita per imparare a morire.

Lucio Anneo Seneca, De brevitate vitae, VII, 3, 10

3.1I caratteri generali e i temi del De Brevitate Vitae

Che la vita umana, confrontata con quella di molte specie animali, fosse breve, era un luogo comune presente nella trattatistica del tempo. Seneca contesta vivacemente questa credenza spostando l'attenzione dal piano cronologico (la durata della vita in termini di anni) a quello morale (ossia il buon uso di essa) e giunge alla conclusione che la vita è abbastanza lunga per chi sa vivere intensamente ogni istante.
Lo stolto si lamenta perchè invece di dominare le cose che lo circondano, ne è dominato e vive in una condizione di perenne alienazione: come è schiavo delle passioni e impegnato nell'inseguire beni che non gli appartengono, così non è padrone del suo tempo e paradossalmente può giungere alla fine della vita senza aver mai davvero vissuto.

Veduta della tomba di Seneca, nella via Appia Antica a Roma
Veduta della tomba di Seneca, nella via Appia Antica a Roma — Fonte: ansa

Gli affaccendati sono definiti in tal modo con disprezzo dal filosofo. Seneca si rivolge a Paolino che è un politico, quindi un occupato, e gli offre una serie di ritratti delle persone e delle figure tipiche della società romana che giudica dedite ad occupazioni futili. C'è il faccendiere, il mercante, il collezionista, il fanatico dello sport e delle canzonette, l'appassionato di feste e occasioni mondane, il fanatico della bellezza che perde tempo a farsi riordinare la chioma e persino l'erudito di storia, troppo concentrato ad accumulare nozioni non indispensabili. Cita inoltre esempi illustri per avvalorare la propria tesi. Si tratta dell'imperatore Augusto e il retore Cicerone. Entrambi, nonostante abbiano avuto vite celebri e invidiate, erano oppressi dagli impegni ufficiali, erano stati assediati da nemici e derubati ogni giorno del tempo vitale, finendo per desiderare l'otium più di ogni altra cosa. 

Il tempo dell'esistenza è tradizionalmente diviso in presente, passato e futuro. Quale deve essere il rapporto dell'individuo con ognuna di queste scansioni? Il presente è l'unico di cui abbiamo il controllo ed è l'unico che, seppur precario, può aiutarci a non farci schiacciare e non dipendere totalmente dal futuro, per sua natura ambiguo e non prevedibile. Il saggio non rimanda a domani e non si preoccupa troppo del futuro. Il passato ha il vantaggio di essere acquisito, definitivo e immutabile. Il giusto rapporto con esso è possibile solo al saggio che rievoca volentieri le proprie azioni virtuose. Gli occupati, ossia gli uomini stolti, sempre presi da occupazioni insensate, non hanno tempo né voglia di rievocare il passato: se si fermassero a riflettere, infatti, si renderebbero conto di essersi affannati tanto per non concludere nulla. Gli occupati inoltre si illudono di rimandare l'otium e la cura dello spirito al futuro, alla vecchiaia, cosa impossibile se si è passata una vita nella loro condizione.

Prima pagina dell'opera omnia di Seneca edita da Justo Lipsius e pubblicata nel 1652
Prima pagina dell'opera omnia di Seneca edita da Justo Lipsius e pubblicata nel 1652 — Fonte: ansa

Seneca divide quindi gli uomini tra affaccendati, occupati, impegnati in questioni futili e pratiche, che non si rendono conto del reale valore del tempo, e invece i saggi che sanno come il tempo sia la nostra moneta più preziosa l'unica cosa per cui valga davvero la pena essere avari. L'otium rappresenta l'ideale di vita contemplativa di Seneca, e aderisce perfettamente all'immagine del filosofo propria dello stoicismo. È a questo ideale che bisogna sempre tendere, pur “immergendosi” e vivendo nel proprio tempo come ha fatto.

L'unico modo per usare in maniera proficua il proprio tempo consiste dunque nel ritirarsi a vita privata e dedicarsi alla filosofia, la sola attività che consente a chi vi si applica di conoscere il pensiero degli uomini più saggi dell'antichità, con cui possiamo dialogare come se fossero nostri contemporanei, rendendoci di fatto simili a un dio. Seneca invita l'amico a prendere tempo per sé e per la cura del proprio spirito. «La vita, se la sai usare, è lunga» è il monito rivolto a Paolino, che non si intende come cogliere l'attimo, ma come esortazione all'autoanalisi e alla consapevolezza.

3.2Lo stile

Seneca fa uso di tutte le strategie linguistiche tipiche dell'arte retorica. Frequentissimo è infatti l'utilizzo di esempi, domande retoriche e una preferenza per i periodi semplici, più immediati. Caratteristico di tutte le opere di Seneca è il gusto per la sentenza e la frase ammonitrice al lettore affinché non sprechi i giorni della sua vita.

3.3La concezione del tempo nelle Epistole

Seneca affronta il tema del tempo anche in alcune delle Lettere a Lucilio, scritte in tarda età. Rispetto al De brevitate vitae, Seneca ha modo di riflettere sulla sua personale esperienza di consigliere e maestro di Nerone. La prospettiva che emerge è forse più serena e disincantata, riflette sulla morte, sulla sua vita e in alcuni passi il filosofo suggerisce che, al contrario di tutte le cose, il tempo è ancora nelle nostre mani e si può esserne padroni.