La Scuola siciliana: Giacomo da Lentini e il sonetto

La Scuola siciliana: Giacomo da Lentini e il sonetto A cura di Claudia Papaleo.

Storia della scuola siciliana, corrente letteraria del XII secolo che si sviluppò alla corte di Federico II di Svevia e introdusse il sonetto

1Cos'è la Scuola siciliana

Federico II di Svevia, che fu grande mecenate per poeti e intellettuali. Alla sua corte nacque la Scuola Siciliana
Federico II di Svevia, che fu grande mecenate per poeti e intellettuali. Alla sua corte nacque la Scuola Siciliana — Fonte: istock

La poesia lirica fiorisce in Italia alla corte di Federico II di Svevia, nominato imperatore nel 1220 e morto nel 1250. La sua corte, seppur itinerante, si concentra soprattutto in Sicilia, che di conseguenza diventa, allo stesso tempo, il centro culturale e politico dell’Impero.

Fin da subito Federico, uomo di vivace intelligenza e raffinatissima formazione, incoraggia la laicità, la ricerca scientifica e la commistione tra culture diverse, mostrando, inoltre, una particolare propensione per la poesia, che lo spinge a sostenere lo sviluppo di forme liriche in volgare, ispirate alla tradizione dei trovatori provenzali. Del resto, egli stesso è poeta in volgare.  

Nasce così la Scuola siciliana, che conosce il suo periodo di massimo splendore fra il 1230 e il 1250, e che influenza anche i poeti successivi, fino agli stilnovisti, al punto che molti di loro verranno chiamati siciliani, pur se attivi in regioni del Centro o del Nord Italia. 

Rispetto al modello provenzale, a cambiare, anzitutto, è la figura del poeta, che non è più un individuo legato alle file dei cavalieri poveri e della piccola nobiltà ma, nella maggioranza dei casi, un borghese che esercita funzioni amministrative e giuridiche a corte, e che si dedica alla poesia solo per piacere.

Naturalmente, queste differenze politiche e sociali comportano anche delle varianti tematiche: la realtà della corte di Federico II è lontana da quella feudale e questo fa sì che l’amore cantato, ancora al centro delle liriche, non sia più quello fra vassallo e dama, ma un amore più astratto, che fa da parte le situazioni reali e della cronaca, per dare spazio a donne più scontornate, alla natura e a una serie di riflessioni sui perché e sugli effetti del sentimento amoroso. 

Di rimando, a essere esaltata, come mai prima, è anche l’introspezione psicologica del poeta.

1.1Le strutture metriche della poesia siciliana

Le strutture metriche che caratterizzano la produzione della Scuola siciliana sono sostanzialmente tre:  

  • La canzone, che è la forma più elevata e illustre di poesia lirica ed è composta di endecasillabi spesso alternati a settenari;
  • La canzonetta, che avendo una struttura narrativa si presta ad argomenti meno elevati e fa uso costante di versi più brevi e vivaci;
  • Il sonetto, usato per la prima volta dal padre dei Siciliani, Giacomo Da Lentini, e composto da quattordici versi sempre endecasillabi. Il sonetto tratta argomenti diversi: discorsivi, filosofici, morali, scherzosi e, naturalmente, amorosi.

2Giacomo Da Lentini e il sonetto

Dante Alighieri, che nella sua Divina Commedia cita Giacomo da Lentini appellandolo "Notaro"
Dante Alighieri, che nella sua Divina Commedia cita Giacomo da Lentini appellandolo "Notaro" — Fonte: ansa

Noto in Toscana come il notaro, tanto da figurare con questo nome anche nella Divina Commedia di Dante, Giacomo Da Lentini ha vestito i panni del funzionario imperiale fra il 1233 e il 1241, come accertato da molti documenti del tempo. A questo periodo risale anche la sua produzione poetica, di cui sono giunti fino a noi 38 componimenti tra canzoni, canzonette e sonetti. Proprio del sonetto Giacomo Da Lentini è, con tutta probabilità, l’inventore, oltre a essere considerato il caposcuola dei Siciliani

Le sue liriche, soprattutto sul piano delle immagini, si distinguono per la presenza di una serie di analogie che rimandando al mondo sociale, naturale e vegetale e che rispecchiano perfettamente l’interesse della Scuola siciliana, e della corte di Federico II, nei confronti degli aspetti scientifici e naturalistici attraverso i quali è possibile leggere la realtà. Il tema principale è quello della meditazione amorosa, di elevato contenuto spirituale, teorico e, come vedremo tra poco, religioso. 

2.1Giacomo Da Lentini: Io m’aggio posto in core a Dio servire

Io m’aggio posto in core a Dio servire è uno dei sonetti più celebri e discussi di Giacomo Da Lentini che, con un tocco di grande originalità, e anticipando gli Stilnovisti, arricchisce l’omaggio alla donna, tipico, come abbiamo visto, della poesia siciliana, di una metafora che attinge al campo religioso. Vediamo come aiutandoci con il testo, la parafrasi e l’analisi del sonetto.

Testo

Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’aggio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.

2.2Io m’aggio posto in core a Dio servire: parafrasi

Mi sono posto, in cuore, la promessa di servire Dio,
In modo che io possa andare in Paradiso.
A quel santo luogo di cui ho sentito parlare,
dove durano eternamente divertimento, gioco e riso. 

Senza la mia donna non vorrei andarci,
quella dalla testa bionda e il viso luminoso
poiché senza di lei non potrei provare gioia,
essendo diviso dalla mia donna. 

Ma non lo dico (non sto dicendo tutto questo),
con l’intenzione di commettere un peccato
bensì soltanto perché vorrei vedere la sua virtuosa condotta

e il suo bel viso e il dolce sguardo;
sarebbe per me una grande consolazione,
vedere la mia donna nella gloria del paradiso

Trovatori provenzali, illustrazione del XIII secolo
Trovatori provenzali, illustrazione del XIII secolo — Fonte: getty-images

2.3I motivi del sonetto

Nel sonetto la metafora religiosa viene utilizzata in termini schiettamente feudali: il rapporto di devozione con Dio, infatti, si sviluppa secondo le dinamiche del rapporto vassallo-signore, fondato sul servire. Attraverso il servizio, il poeta aspira a raggiungere la beatitudine paradisiaca. Questa beatitudine è concepita come ammissione a una corte feudale. Non a caso il paradiso si presenta come un luogo in cui perdurano ininterrottamente «sollazzo, gioco e riso»

In questo contesto cortese non può mancare la donna che, della cortesia, è il centro e l’origine. Per questo il poeta afferma che non potrebbe andare in paradiso senza di lei.

Dietro l’omaggio sentito all’amata, a ben vedere, si nasconde una profonda ambiguità tra amore celeste e amore terreno, se non addirittura un conflitto: se all’interno del discorso cortese è scontato affermare che non può esserci gioia senza la donna, sul piano letterale dire apertamente che questa beatitudine non può essere completa in sua assenza sfiora la bestemmia. Se la donna è sublimata al punto da diventare una sorta di divinità, il culto nei suoi confronti non può che entrare in conflitto con quello per Dio.

La pericolosità dell’accostamento porta il poeta a giustificarsi, nei primi due versi delle terzine, precisando che non vorrebbe la donna con sé per commettere peccato. Tuttavia questo non lo porta ad abbandonare la sua idea di fondo: ovvero che la bellezza dell’amata, in quanto sovrumana, non può che essere degna della gloria celeste.  

2.4Gli aspetti formali del sonetto

Il sonetto presenta lo schema ritmico ABAB, ABAB, CDC, DCD e ciò che lo distingue, dal punto di vista linguistico, sta nella forte presenza di provenzalismi, attraverso i quali il poeta comunica i motivi amorosi e la volontà di servirsi sì, del volgare, ma di un volgare illustre, purificato dal dialetto: sollazzo, blonda, claro, intendimento, portamento, consolamento

A rendere prezioso ed elaborato il componimento sono anche rime ricche (in cui l’identità di suono coinvolge almeno una consonante prima della vocale accentata): viso/diviso, vv. 6 e 8; dire/gaudere, vv.3 e 7; intendimento/portamento/consolamento, vv. 9, 11, 13. 

Si notano, poi, riprese di termini e di costrutti sintattici dalla collocazione estremamente studiata: gire, v.2 e gire, v.5, il primo alla cesura del verso, il secondo in rima; o ancora: mia donna, v.5 e la mia donna, v.8, nel verso iniziale e in quello finale della quartina.

Infine, le due formule estando la mia donna diviso, v.8, e veggendo la mia donna in ghiora stare, v.14, sono rispondenti nella struttura (gerundio più «la mia donna») e collocate simmetricamente al termine delle quartine e al termine delle terzine, ma sono in simmetria rovesciata se si guarda al significato: nel primo caso il poeta è diviso dalla donna, nel secondo la contempla nella gloria del paradiso; nel primo caso non potrebbe gaudere, nel secondo trarrebbe gran consolamento dalla contemplazione.

Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia.

Federico II di Svevia