Schopenhauer e la filosofia indiana: riassunto

Di Redazione Studenti.

Schopenhauer e la filosofia indiana, riassunto: il significato del velo di Maya e come si raggiunge il nirvana per il filosofo tedesco

SCHOPENHAUER E LA FILOSOFIA INDIANA

Schopenhauer e la filosofia indiana
Schopenhauer e la filosofia indiana — Fonte: getty-images

In India non potranno metter mai radice le nostre religioni: la sapienza originaria dell'uman genere non sarà soppiantata dagli accidenti successi in Galilea. Viceversa torna l'indiana sapienza a fluire verso l'Europa, e produrrà una fondamentale mutazione nel nostro sapere e pensare” (Il mondo come volontà e rappresentazione, Arthur Schopenhauer).

Schopenhauer è stato il primo filosofo occidentale a recuperare le filosofie orientali, verso le quali nutriva grande ammirazione. Da queste civiltà, tanto distanti dall'Occidente e dall’India in particolare, Schopenhauer desume due concetti basilari: il velo di Maya e il Nirvana.

IL VELO DI MAYA

Il velo di Maya è il velo dell'illusione: il pensiero orientale sostiene che la nostra visione del mondo è ottenebrata da una sorta di velo che ci presenta una rappresentazione ingannevole della realtà.

Per Schopenhauer, il mondo fenomenico altro non è se non un velo che deve a tutti i costi essere stracciato, poiché impedisce di cogliere la realtà così come essa è effettivamente.

Tale mondo fenomenico ha, kantianamente, le sue due forme sensibili a priori (spazio e tempo) e la sua forma a priori dell'intelletto (causalità); invece la vera realtà quale noumeno è volontà infinita e dolore.

La concezione della vita, come di un pendolo che oscilla tra dolore e noia, trova molti richiami nel buddhismo, dove si generalizza sostenendo che tutto è malessere, tutto è disagio, tutto è “dukkha” (sofferenza): sia in atto, quando soffriamo, sia in potenza, quando la gioia o il piacere di cui godiamo si convertirà successivamente in pene e afflizioni.

La risposta al dolore per Schopenhauer è la liberazione dalla stessa volontà di vivere (quella brama appassionata, quel desiderio frustato e inappagato) che avviene principalmente attraverso l’etica e l’ascesi (in misura minore anche attraverso l’arte).

L'etica per Schopenhauer è un sentimento di compassione, del patire le sofferenze altrui come proprie; non appena si sente la sofferenza altrui (non basta sapere che c'è), si sente l'unità noumenica della realtà.

E così era anche per l’etica dei Veda che affermavano la carità e l’amore verso il prossimo, una rinuncia all’egoismo e la simbiosi tra tormentato e tormentatore.

Tuttavia se con la pietà si vince l'egoismo, non ci si libera totalmente della vita e dunque della volontà. Questo può avvenire solo con l’ascetismo.

L’ascesi è tipica delle filosofie orientali e consiste in una serie di pratiche volte a mortificare la volontà (digiuno, umiltà, povertà, sacrificio, rinuncia ai piaceri…), riconosciuta come causa della sofferenza.

NIRVANA, SCHOPENHAUER

L’asceta nega così la volontà, diventa libero dall’attaccamento alle cose del mondo, si rigenera e il tutto termina nell’esperienza del nirvana:

Quel che rimane dopo la soppressione completa della volontà è certamente il nulla per tutti quelli che sono ancora pieni della volontà. Ma per gli altri, in cui la volontà si è distolta da se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le vie lattee, è esso stesso il nulla”.

Nirvana, letteralmente ha il significato di “estinzione”, “spegnimento” del soffio, della brama. E’ la negazione del mondo stesso, è un oceano di pace e di serenità, dove si dissolve la nozione dell’io.

E’ il completo annientamento, quella pace totale che solo pochi illuminati raggiungono ma è anche la fine della vita accessibile alla coscienza.

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