Schopenhauer: amore e dolore nella sua filosofia

Di Redazione Studenti.

Schopenhauer: amore e dolore nel pensiero del filosofo. Breve riassunto schematico sull'amore visto come una delle più forti forme di dolore

ARTHUR SCHOPENHAUER

Arthur Schopenhauer
Arthur Schopenhauer — Fonte: getty-images

Per Schopenhauer la vita è un continuo alternarsi di dolore e noia: il dolore è provocato dal bisogno, dal desiderio non appagato. Quando però questo desiderio trova il suo appagamento, subentra la noia, e questa situazione si ripete all’infinito, come in un circolo vizioso. Per superare il dolore Schopenhauer ricorre a vari modi, quali l’arte o l’ascesi.

L’amore, a primo impatto, potrebbe sembrare un’altra via di fuga dal dolore, ma per Schopenhauer non è così, anzi, è visto dal filosofo come un’estrema forma di dolore. Schopenhauer distingue tuttavia l’amore in due tipi: l’eros e l’agape, la pietà, la carità; quest’ultima è una forma positiva d’amore.

L’eros, invece, è un istinto distruttivo, che non porta nulla di buono. Esso è atto alla perpetuazione della specie, ed esiste solo sottoforma di impulso sessuale; anche chi crede di essere realmente innamorato, secondo il filosofo di Danzica in realtà inconsciamente sta solo cercando di continuare la propria razza.

Anche l’ideale di bellezza ha questo scopo: l’uomo, cercando il bello, cerca di migliorare la sua specie. Insomma, l’amore è visto come un semplice bisogno fisiologico e un atto procreativo tanto che, dopo il momentaneo godimento successivo all’atto sessuale, l’uomo non prova appagamento, perché non ha fatto nulla per sé, ma ha semplicemente obbedito alla Natura, di cui è lo «zimbello», che gli aveva affidato la missione di procreazione. Il simbolo dell’amore sensuale diventa così la mantide religiosa, che prima si accoppia, poi uccide il suo partner.

SCHOPENHAUER: AMORE

Dunque Schopenhauer, privando ormai l’amore di ogni aspetto romantico e di ogni idealizzazione, afferma che esso è costituito da «due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano, una terza infelicità che si prepara», dal momento che, generando una nuova vita, la si destina inevitabilmente a quella sofferenza che è comune a tutti gli uomini.

La carità, o agape, è invece vista come il vero amore, l’amore disinteressato per il prossimo, la compassione. Infatti, per il filosofo, l’uomo può superare l’egoismo che lo caratterizza se riesce a compatire gli altri. Compatire significa “soffrire con”, dunque provare le stesse sofferenze di chi gli sta accanto, immedesimarsi fino a far proprio anche il dolore altrui. Solo in questo modo l’uomo riesce realmente a comprendere che il dolore è di tutti, che tutta la vita è un soffrire.

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