Schiavismo: significato e storia della schiavitù

Schiavismo: significato e storia della schiavitù A cura di Federico Goddi.

Storia dello schiavismo in età moderna e contemporanea. Storia della relazione tra colonialismo e schiavitù

1Schiavitù: storie e significato

Alloggi per schiavi in una piantagione in Georgia (USA)
Alloggi per schiavi in una piantagione in Georgia (USA) — Fonte: getty-images

Ogni considerazione sul concetto di schiavitù deve inevitabilmente partire da una netta distinzione tra due aspetti fondamentali legati al tema:
- la schiavitù intesa come condizione legale astratta;
- lo schiavismo come istituzione (che include funzioni economiche nei rapporti umani).
Quest’ultimo aspetto è stato inizialmente tralasciato dagli studiosi che, per lungo tempo, hanno preferito riservare considerazioni al concetto legale e filosofico della schiavitù

Sotto questo punto di vista, tra schiavitù in tempi antichi e moderni esiste una continuità molto più forte di quel che si possa pensare. La questione delle persistenze assume un grande significato anche perché è notorio che la schiavitù esistette come istituzione vitale ai margini dell’Europa medievale. Infatti, nonostante la differenza storica su temi come l’impiego, l’emancipazione e la distinzione degli schiavi di altre classi, è proprio nel modo di definire e regolare l’istituzione che risiede il nucleo del dibattito sulla schiavitù

Quest’ultima ha sempre sollevato interrogativi etici e morali che hanno tratto origine dal semplice dato che lo schiavo è un uomo. In linea generale, lo schiavo possiede tre caratteristiche che lo distinguono come tale: la sua proprietà è di un altro uomo; la sua volontà dipende da quella del padrone; i suoi lavori e servigi si ottengono attraverso la costrizione. Visto che tali presupposti potrebbero adattarsi ad una società patriarcale, giova altresì ricordare che la schiavitù si adottava oltre i limiti famigliari. La condizione delle schiavo non è inoltre limitata nel tempo e nello spazio, bensì ereditaria, anche alla luce della possibilità di cedere la proprietà. 

Quanto alle leggi che governavano il possesso degli schiavi, esse si svilupparono con il progresso delle prime civiltà, quando lo schiavo fu riconosciuto come merce. In più di tremila anni le variazioni in materia non avvennero, e con il diritto romano furono legalizzate le prassi dei comportamenti dei padroni e degli schiavi. 

I romani stabilirono che uno schiavo non poteva fare testamento o lanciare accuse esplicite in casi di imputazioni criminali. I giuristi romani riconobbero allora che lo schiavo era al tempo stesso una persona e un oggetto. Sotto questo punto di vista, anche successivamente non è esistita una definizione unica che includesse le varie forme di schiavitù e distinguesse l’istituzione da altri tipi di servaggio. Ad esempio, Caterina la Grande chiamava schiavi, e non servi della gleba, i contadini russi. Anche con l’ausilio di simili esempi, riusciamo a comprendere quale fosse il limite della perdita della libertà individuale, cioè l’istante in cui l’uomo venne identificato con l’oggetto. 

2Cronologia della schiavitù

Schiavi neri che lavorano i diamanti sorvegliati dai supervisori con le fruste in Brasile, 1815
Schiavi neri che lavorano i diamanti sorvegliati dai supervisori con le fruste in Brasile, 1815 — Fonte: getty-images

A differenza del caso della Cina o dell’antico Egitto, in Grecia il numero degli schiavi andò sempre crescendo dalle guerre persiane ai tempi di Alessandro. La comunità degli storici è oggi concorde nel considerare l’uguaglianza di proporzione tra gli schiavi nell’antica Grecia e l’insieme degli Stati schiavisti dell’America nel 1860. È inoltre da rilevare che l’uso di possedere schiavi in Grecia era maggiormente diffuso tra la popolazione libera, tanto da rendere la schiavitù un’istituzione fondamentale per il sistema ellenico. 

Anche lo sviluppo della Repubblica Romana è strettamente legato al percorso dello schiavismo. In questo caso, secondo William L. Westermann, la proporzione degli schiavi tra il II e il I secolo a.C. fu maggiore che in ogni epoca dell’antichità. L’organizzazione della schiavitù nell’Italia meridionale ricorda da vicino quella degli Stati schiavisti americani. La condizione degli schiavi a Roma migliorò solo col declino dell’Impero, proprio quando diminuirono le possibilità economiche delle classi più elevate. 

Mercato degli schiavi a Richmond, Virginia 1861
Mercato degli schiavi a Richmond, Virginia 1861 — Fonte: getty-images

Una tappa importante per il miglioramento delle condizioni furono le guerre del IV e V secolo che fornirono nuove scorte di prigionieri, come nella Spagna visigota, dove la società era divisa in uomini liberi e non. Ancora durante l’epoca carolingia, molti schiavi venivano condotti da mercanti ebrei e siriani verso il Mediterraneo, attraversando la Russia, la Polonia e la Germania. In moltissime nazione dell’Europa occidentale, la schiavitù decadde con il formarsi del regime feudale.  

Non a caso, secondo lo storico Marc Bloch, i fenomeni di schiavitù e servitù della gleba si sovrapposero, modellando il sistema economico sino a quando, durante il XV e il XVI secolo, i nuovi sistemi d’affitto mutarono le condizioni. A quel punto, la condizione dei coloni perse ogni importanza sul piano economico. La schiavitù sopravvisse però come arma di controllo sociale. Emblematicamente, nel 1547, una legge inglese permise di imprimere sulla fronte dei vagabondi la lettera “S”, per indicarne la permanente condizione di schiavitù

3Schiavitù in Europa e Nord-America

In confronto a francesi e inglesi, gli iberici furono senza dubbio più tolleranti delle differenze razziali; ed almeno in parte, furono capaci di assorbire le popolazioni di colore con cui avevano a che fare. Questo non significa che i mori o i neri non costituissero l’ultima tra le categorie degli schiavi. 

Si pensi a quello che accadeva in Portogallo, dove agli schiavi neri veniva rifiutata la sepoltura, sino all’ignominia del 1515, anno in cui il re ordinò che i loro corpi fossero gettati in una apposita fossa comune: la “Poco dos Negros”. 

In alcune regioni della Spagna, gli schiavi continuavano ad essere considerati come un gruppo a parte. Nel XVI secolo i tribunali proponevano che agli schiavi liberati fosse proibito vivere al di fuori della regione dove erano stati liberati. In terra lusitana, i liberi costituirono una classe legalmente distinta sino al 1878.  

Varie fasi della produzione di tabacco, Virginia (USA), 1750. Schiavi che rotolano il tabacco essiccato e selezionano le foglie
Varie fasi della produzione di tabacco, Virginia (USA), 1750. Schiavi che rotolano il tabacco essiccato e selezionano le foglie — Fonte: getty-images

Questione ancor più complessa per il Nord-America, dove la schiavitù subì un percorso autonomo tra la fine del XVII secolo alla metà del XIX secolo. In questa zona dell’Occidente, le resistenze all’emancipazione furono ancor più forti: solo nel 1800, grazie ad alcuni contratti privati, vennero estese le competenze della magistratura sul carattere della proprietà dello schiavo e sui possessori di proprietà allodiali. Nel 1820, lo Stato cercò di proibire tutte le emancipazioni salvo quelle permesse da atti giuridici speciali. Fu però solo nel 1841 che con una legge venne vietata la manomissione testamentaria.  

Lo stesso avveniva in gran parte degli Stati del Sud; ad esempio, verso il 1851, in Virginia, venne proibito all’Assemblea Generale di liberare qualunque schiavo, compresi quelli che dovevano ancora nascere. Sin dal 1788, le leggi della Virginia dichiaravano che l’uccisione di uno schiavo non costituiva reato. 

Le cose iniziarono a mutare solo nel 1821, quando la Carolina del Sud decretò la pena di morte per l’uccisione intenzionale e premeditata di uno schiavo, comprensiva della pena di sei mesi di prigione ed una multa. Nel 1850, la maggior parte degli Stati del Sud inclusero diverse fattispecie di reato che includevano ammende gravose anche per il trattamento crudele degli schiavi. 

Schiavi in una piantagione di zucchero nelle Indie Occidentali, 1725
Schiavi in una piantagione di zucchero nelle Indie Occidentali, 1725 — Fonte: getty-images

Naturalmente, in pochi subirono dei verdetti di condanna, anche perché agli schiavi, che spesso erano gli unici testimoni dei crimini, era vietato deporre contro gli uomini bianchi. Come giustamente ricordato dal grande storico americano David Brion Davis: “Il fatto che gli schiavi siano uomini ma vengano definiti come cose ha sempre causato tensioni e conflitti. In ogni società schiavistica, un difensore avrebbe senza dubbio potuto accennare ad un gran numero di padroni umanitari e di schiavi in apparenza soddisfatti. Ma se fossero esistiti già nei tempi antichi, gli abolizionisti non avrebbero avuto gran difficoltà a compilare liste di atrocità tali da poter competere con i racconti più terrificanti del XIX secolo” (Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, 1966). 

Per concludere, è sempre da tenere a mente che non esiste alcuna prova del fatto che gli uomini dell’antichità fossero più adatti – per una presunta mancanza di codici morali o etici – a manifestazioni di potere assoluto sui propri simili in stato di schiavitù. Il caso Americano del XIX secolo evidenzia come la battaglia degli abolizionisti sia attualissima anche nel mondo odierno nel quale è stato stimato che esistono circa 46 milioni di persone (tra uomini, donne e bambini) relegate in stato di schiavitù