Saggio breve sui canti politici della Divina commedia

Di Redazione Studenti.

Saggio breve svolto sui canti politici della Divina commedia di Dante: il canto VI dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso

SAGGIO BREVE SUI CANTI POLITICI DELLA DIVINA COMMEDIA

Saggio breve sui canti politici della Divina commedia
Saggio breve sui canti politici della Divina commedia — Fonte: getty-images

Il canto VI dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso della Divina commedia, secondo un tradizionale e consolidato schema scolastico, sono chiamati canti politici perché risultano in corrispondenza per l'affinità tematica, quella politica, e perché pur nell'ambito della trattazione dello stesso tema vi sarebbe un progressivo allargamento di orizzonti. Dante, infatti, ordina con un climax ascendente le sue invettive (riguardo Firenze nell'Inferno, Italia nel Purgatorio e Impero nel Paradiso), instaurando un'analogia con la verticalità dello spazio. Di conseguenza, anche i personaggi che interloquiscono con Dante variano: si passa dal fiorentino Ciacco nell'Inferno, reo di golosità, al trovatore Sordello da Goito nel Purgatorio fino all'imperatore Giustiniano nel Paradiso.

Il VI canto dell'Inferno è ambientato nel terzo cerchio, dove vengono puniti i golosi, sottoposti a una pioggia sferzanti e dilaniati da Cerbero, mostro infernale. Qui Dante incontra Ciacco, personaggio di non ben nota identificazione, il quale afferma però di essere fiorentino con una perifrasi polemica che costituisce una prima sferzata morale per quei fiorentini macchiatisi dell'odioso peccato dell'invidia, che è all'origine delle sanguinose lotte politiche che sconvolgevano Firenze: "La tua città, ch'è piena / d'invidia sì che già trabocca il sacco".

In seguito Ciacco realizza una profezia post eventum, annunciando la cacciata dei Guelfi Neri da parte dei Bianchi e l'esilio di Dante. Afferma che a Firenze "Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c'hanno i cuori accesi": ciò significa che le persone oneste sono poche e neanche ascoltate e che la città è infiammata da quei peccati rappresentati dalle tre fiere. Rivela inoltre che tutti gli uomini illustri di cui Dante chiede informazioni sono relegati nei cerchi più profondi, dove si scontano i peccati più gravi.

Il VI canto del Purgatorio è ambientato nel secondo balzo dell'antipurgatorio, dove rimangono tanto tempo quanto vissero i negligenti morti di morte violenta che si pentirono in fin di vita, tra i quali Dante incontra il trovatore Sordello da Goito, che lo intrattiene in una lunga conversazione. In questo contesto il poeta fiorentino, in un processo di autoidentificazione con il personaggio, lancia il suo grido di dolore, l'apostrofe all'Italia: "Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di province, ma bordello!".

Con queste celebri parole Dante voleva denunciare la misera condizione dell'Italia, dominata da altre nazioni e luogo di corruzione, senza nessuno che ponesse un freno a tutto ciò. Il poeta fiorentino critica aspramente la Chiesa, "che dovrebbe esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella", dovrebbe dunque limitarsi al potere religioso senza ambizioni al potere temporale.

Viene anche invocata la punizione divina per Alberto I, imperatore del Sacro Romano Impero, reo di essersi completamente disinteressato dell'Italia e, per questo, chiamato "tedesco".

Non poteva mancare infine un pensiero a Firenze e qui il coinvolgimento emotivo tocca il vertice, l'ironia si fa più ricorrente, arrivando fino al sarcasmo, a tal punto che bisogna intendere il contrario di ciò che di essa viene affermato. La patria di Dante viene presentata come una città sconvolta dal peccato, costantemente in guerra e travagliata come un malato che cerca invano di attenuare il suo dolore cambiando posizione.

Nel canto VI del Paradiso, ambientato nel cielo di Mercurio, l'invettiva di Dante abbraccia l'Impero. Qui l'interlocutore è nientemeno che Giustiniano: il racconto da lui delineato ha ben altra incidenza rispetto alle versioni delle cantiche precedenti grazie all'intonazione epicizzante e all'andamento maestoso, in quanto la prospettiva più vasta fa da naturale supporto a modi d'espressione più aulici.