Il romanzo e la storia: caratteristiche, protagonisti e opere

Il romanzo e la storia: caratteristiche, protagonisti e opere A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Il romanzo e la storia, opere, caratteristiche e protagonisti del romanzo storico, ovvero l'opera narrativa che racconta un'epoca, il suo spirito, fatti ed eventi

1Il romanzo e la storia: un amore complicato

Illustrazione del romanzo storico "Ivanhoe" di Walter Scott
Illustrazione del romanzo storico "Ivanhoe" di Walter Scott — Fonte: getty-images

Quando il romanzo (uno degli ultimi frutti dell’evoluzione della narrativa) si affaccia sulla scena deve fare i conti con l’oggetto della narrazione, che, in teoria, sarebbe la vita stessa, la realtà. Raccontare la realtà non è necessariamente un processo oggettivo. 

Quando si desidera raccontare una realtà storica più lontana dai nostri giorni, che operazione si sta compiendo? Possiamo essere certi che da una parte il romanzo inventa la realtà, dall’altra la imita. Per cui, quando si tirano in ballo persone storiche e le si rendono personaggi, quando si vuole creare un grande affresco storico di un periodo particolare, le cose si complicano e non poco: quanto c’è di vero nella narrazione e quanto è inventato? In che rapporto sono questi due elementi? È importante che tutto ciò che viene scritto sia assolutamente, anzi, storicamente vero? 

Non solo: quali sono le caratteristiche imprescindibili che rendono un romanzostorico”? Nell’accezione comune, enciclopedica, un romanzo è storico quando gli eventi narrati risalgono ad almeno cinquant’anni prima e deve ricostruire in modo attendibile usi, costumi, atmosfere di quel tempo

Ma una definizione è labile e ce ne accorgiamo leggendo quanto scrive Sarah Johnson (2002): 

«Ad esempio, quanto indietro nel tempo deve essere ambientato un romanzo per essere definito "storico"? Cento anni? Cinquant'anni? Cinque anni? Per un lettore nato negli anni '60, i romanzi ambientati durante la seconda guerra mondiale possono essere considerati "opportunamente storici", ma i lettori che ricordano vividamente gli anni '40 potrebbero non essere d'accordo. La definizione dovrebbe essere relativa, in modo che un romanzo possa essere considerato storico da un lettore, ma non da qualcun altro? Oppure, dato che TUTTI i romanzi sono ambientati in un QUALCHE periodo storico, dovremmo usare la definizione più ampia possibile, dicendo qualcosa come "Tutti i romanzi sono storici, ma alcuni sono più storici di altri”? Anche se possiamo essere d'accordo sulla definizione secondo la quale la narrativa storica include opere che sono state impostate, ad esempio, più di 50 anni nel passato, di cui stiamo parlando in passato – stiamo parlando del passato del lettore o di quello dell'autore? (…) Dirò che la mia rivista, la Historical Novel Review, ha una definizione operativa, che usiamo per decidere con coerenza quali libri rivedere. Per noi, un "romanzo storico" è un romanzo che è ambientato cinquanta o più anni nel passato, e in cui l'autore scrive per mezzo di ricerca piuttosto che per mezzo dell'esperienza personale. La maggior parte dei romanzi autobiografici non si adatta a questi criteri». 

Dunque la realtà – anche quella che definiamo storica, con fatti e aneddoti – viene utilizzata come materiale narrativo ed è quindi modificata, ‘romanzatae quindi interpretata (le viene data cioè una sua direzione, un senso). La verità della letteratura è una verità altra. Ma nel romanzo storico c’è anche una verità intrinseca alla storia. 

A porsi il problema della veridicità della letteratura fu Boccaccio: nell’apologia della quarta giornata, il certaldese protesta contro chi lo accusa di aver tradito la realtà storica dei fatti. Lui risponde dicendo che cambierà i suoi racconti solo in presenza degli originali. Anche Tasso nel raccontare la liberazione di Gerusalemme nella prima crociata, compie delle evidenti forzature storiche per rendere la narrazione più interessante (Gerusalemme liberata, I, 2).  

Mentre dal Seicento in poi tutta l’Europa comincia a familiarizzare con questo nuovo (neanche troppo nuovo in fondo) genere narrativo, l’Italia si sente ancora vincolata all’epica, alla lirica, alla storiografia e non ha romanzieri di grande levatura. 

La questione dell’assenza del romanzo (e in particolare del romanzo storico, che nell’Ottocento imperversava grazie al modello di Walter Scott) nella nostra letteratura è al centro della riflessione di Pietro Borsieri (siamo nel 1816):   

“E mi sovviene dippiù che l’immortale Bacone, ove parla delle storie finte (o della poesia narrativa, com’ei la chiama, prescindendo dal verso e mirando solo alla materia) afferma che la storia vera, narrando le riuscite delle cose e degli eventi quali avvennero in fatto e senza riguardo alcuno alla virtù od alla scelleratezza di chi operava, ha bisogno di essere sorretta colle invenzioni della finta; e ch’essa accortamente può presentare ai lettori, felici od avversi avvolgimenti di cose, secondo l’intrinseco valore delle azioni, i dettati d’una giustizia vendicatrice. Alla quale considerazione s’aggiunse altresì, che la storia avendo un aspetto uniforme e generando sazietà, tanto più divengono necessarie queste inaspettate, varie, e saggie creazioni dell’umana fantasia: e che per tal guisa non si provvede al diletto soltanto, ma ben anche alla grandezza dell’animo ed al progresso de’ costumi. Dopo un tanto suffragio che è comune ai romanzi d’ogni specie, o siano in verso o siano in prosa, io sono persuaso che i nostri scrittori non adempiono come dovrebbero l’ufficio loro: e che mancando noi di romanzo, di teatro comico e di buoni giornali, manchiamo di tre parti integranti d’ogni letteratura, e di quelle precisamente che sono destinate ad educare e ingentilire la moltitudine” (Da Avventure letterarie d’un giorno, cap. sesto).

2Il romanzo storico in Inghilterra, Francia e Russia

Walter Scott
Walter Scott — Fonte: getty-images

Walter Scott è il padre del romanzo storico europeo: Waverley (1814), Rob Roy (1818), Ivanhoe (1819) sono i suoi romanzi presto tradotti in tutta Europa. La novità della sua narrativa sta nell’animare la cornice storica e nel renderla autentica.  

I personaggi da un punto di vista psicologico e comportamentale non rispecchiano in nessun modo l’attualità dell’autore. L’interesse di Scott è per personaggi presi nella zona grigia tra popolo e nobiltà, in modo da poter descrivere entrambe le classi sociali. Scott è il primo che sapientemente mescola invenzione e realtà storica: se la macro-storia, infatti, con le sue guerre e le sue battaglie, i suoi re, principi e regine, è vera e documentabile, non lo sono però i personaggi protagonisti i quali sono semplicemente verosimili e svolgono una funzione che potremmo definire paradigmatica. Questo spunto sarà fondamentale per Manzoni.  

In Francia non si può non citare Victor Hugo e i suoi due romanzi Notre-dame de Paris (1831), romanzo gotico-medievale e I miserabili (1862) che narra del periodo post-napoleonico. Essendo ambientato in un periodo vissuto dall’autore, questo romanzo non può essere considerato storico secondo le regole dette in precedenza (ambientato almeno cinquant’anni prima del momento in cui l’autore scrive), ma si può stare certi che per la qualità della ricostruzione dell’ambiente sociale e culturale, è un romanzo dal grande valore non solo storico ma anche storiografico

Nello stesso periodo tra il 1865 e il 1869 Lev Tolstoj pubblica Guerra e pace ambientato nel periodo napoleonico tra il 1805 e il 1820. È definito da molti una delle prove più incredibili dell’epica moderna e uno dei romanzi più importanti di tutti i tempi. Questo romanzo è basato sull’interazione di più nobili famiglie russe, travolte da una sorta di fato che determina successi e insuccessi, vita e morte, negando ogni possibilità di scelta (questa è uno dei punti che lo rendono più vicini all’epica).  

La copertina del libro "Vita e destino" di Vasilij Grossman
La copertina del libro "Vita e destino" di Vasilij Grossman — Fonte: ansa

Un altro romanzo storico che merita la massima attenzione è quello di Vasilij Grossman Vita e destino. È un romanzo corale, scritto in diverse prospettive, ambientato nel 1942 all’infuriare dell’assedio di Stalingrado da parte dei Tedeschi. Del suo libro dice queste righe che vale la pena di leggere, perché ci ricordano che spesso il romanzo storico ci permette di capire come la storia invada il campo degli umili, dei senza nome. 

Vorrei che il mio lavoro, almeno in minima parte, fosse degno di quella sofferenza che la guerra ha portato nel mondo, di quelle forze della storia dello spirito del popolo, di quei caratteri umani, di cui mi sto sforzando di scrivere. Voglio che il mio lavoro, almeno in minima parte, sia degno di quei soldati senza nome che hanno combattuto col male, dei quali non ci si deve dimenticare. Questo desiderio ambizioso e probabilmente irrealizzabile mi costringe ad affrontare il mio lavoro con la più grande severità di cui sono capace”. 

3Il romanzo storico in Italia: da I promessi sposi al Gattopardo

Dopo la sua conversione letteraria intorno al 1811, Manzoni ebbe interesse solo per ciò che è vero, storicamente esistito o almeno verosimile. Dice basta a quel mondo di ingenue fantasie pagane che era stato il Settecento neoclassico e si dedica a narrazioni storiche incorrendo nel problema dell’originalità di quanto narrato e nella sua verosimiglianza. In un certo senso, afferma che niente deve essere inventato, semmai ricostruito seguendo lo sviluppo naturale dei sentimenti e delle passioni dei personaggi. 

Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni — Fonte: ansa

Nelle tragedie rompe con le innaturali unità aristoteliche, ma si trova costretto a compiere delle forzature alla storia che diventano un assillo: è legittimo inventare? Si accorge che nella narrazione non è possibile raccontare solo il vero storico, perché raccontare è già un modo di interpretare una storia e, quindi, di cambiarla. Lui stesso dice: 

«Alla poesia penso sia interdetto il racconto storico vero e proprio, perché la relazione semplice e nuda dei fatti conserva, per ragioni di curiosità spiegabilissime negli uomini, un fascino così immediato, che li disamora di tutte le invenzioni poetiche che vi si volessero mescolare, e anzi le fa apparire ingenue e puerili. Ma radunare i lineamenti caratteristici di un’epoca della società e svolgerli nel giro di un’azione, profittare della storia senza pretendere di farle concorrenza, di fare ciò che essa da solo può fare senz’altro meglio: questo a me sembra la zona d’intervento che può legittimamente riservarsi alla poesia; quella in cui anzi a lei sola è dato addentrarsi» (Lettera a Fauriel 29 gennaio 1821). 

È evidente che un artista non può mortificare l’invenzione e che «astenersi dall’invenzione», come arriverà a dire Manzoni alla fine della sua carriera di scrittore, è pressoché impossibile

I promessi sposi di Manzoni: l'incontro di Lucia con i Bravi
I promessi sposi di Manzoni: l'incontro di Lucia con i Bravi — Fonte: ansa

Bisogna solo scegliere bene dove inventare. L’equilibrio arriva proprio ne I promessi sposi, infatti a personaggi storici fanno da contraltare personaggi inventati ed emerge allora nel particolare del contesto del 1600, in Lombardia, una situazione universale: l’incontro degli umili, dei senza storia, con la grande Storia del mondo, con i suoi eventi tremendi e con regole e forze oscure (come il male) che spesso non è dato conoscere.   

Ma il vero storico diventa un’ossessione, perché il romanzo per sua stessa natura lo contraddice. Come anticipato qualche riga fa, Manzoni sceglie in ultimo di condannare il suo lavoro, l’opera della sua vita e il primo romanzo storico italiano. Dice Francesco De Sanctis: «Manzoni, condannando se stesso nel suo discorso Del romanzo storico, si chiuse nel suo discorso come Cesare nel suo manto, e tacque. Il critico impose silenzio all’artista». Da questo momento il Vero diventa un’ossessione anche per gli scrittori successivi.   

Ritratto in uniforme garibaldina di Ippolito Nievo (1831-1861), scrittore e patriota italiano
Ritratto in uniforme garibaldina di Ippolito Nievo (1831-1861), scrittore e patriota italiano — Fonte: ansa

Il romanzo storico vero e proprio prosegue con il memorialismo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo e con il cronachismo dei Cento anni di Giuseppe Rovani

Non possiamo parlare di romanzi storici in senso stretto per la Scapigliatura e per il Verismo, ma l’eco manzoniana si fa sentire eccome anche per loro. La differenza sostanziale è che questi due movimenti si rivolgono al contemporaneo e non più a eventi lontani e quando si rivolgono allo storico (come ne I Viceré di De Roberto), la storia è presa come spunto di riflessione e di indagine sociale e la letteratura permette di studiarne i meccanismi più nascosti. Entrambi questi movimenti vogliono affrontare il Vero, contemplarlo, renderlo protagonista e degno di essere denunciato anche quando brutto, orrido, spietato

A chiudere il quadro dell’Ottocento e aprendo il Novecento c’è il romanzo di Pirandello I vecchi e i giovani (1899, ma pubblicato nel 1909), in cui l’autore racconta il dramma della sua generazione e della Sicilia dopo il 1870. 

Giunti al Novecento il rapporto tra romanzo e storia si complica perché si dubita definitivamente dell’oggettività di ciò che raccontiamo e quindi la storia c’è solo come una percezione interna di quel che accade fuori: tutto diventa relativo. Si registra quindi un declino di questo genere, con l’eccezione di Riccardo Bacchelli che scrive romanzi storici di grande rilievo come Il diavolo al Pontelungo (1927) e Il mulino del Po (1938-40), opera monumentale che copre più di un secolo di storia dai primi dell’Ottocento fino alla prima guerra mondiale

L’Ottocento italiano ed europeo, d’altronde, è secolo di contraddizioni ed ha attirato l’attenzione di romanzieri e storici revisionisti come Carlo Alaniello che nel 1942 pubblicò il romanzo L’Alfiere ambientato al tempo della spedizione dei Mille. È evidente che ci sia un conto aperto con questo periodo storico e il romanzo cerca allora di ricostruire le vicende e le passioni di vinti e vincitori, ponendosi come antagonista alla storia ufficiale.  

Capolavoro di questo filone è il romanzo di Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo, reso celebre anche dall’omonimo film di Luchino Visconti. Altro periodo storico che ha chiesto molto alla letteratura (ha chiesto cioè di essere raccontato in tutti i modi possibili) è quello della seconda guerra mondiale e del secondo dopoguerra

Nel 1974 fu Elsa Morante a dare alle stampe il suo romanzo capolavoro intitolato La storia. Il titolo è di per sé un programma. Non si tratta di una storia qualunque, ma ci dà l’idea che ogni storia, ogni persona umile è pienamente coinvolta nei grandi avvenimenti, si muove in essi ed essi si muovono in lei. La lunga eco narrativa della seconda guerra mondiale che si protrae anche negli anni immediatamente successivi con quello che è definito Neorealismo (movimento sia letterario sia cinematografico). 

4I romanzi neo-storici italiani

Umberto Eco. Camogli, 12 settembre 2015
Umberto Eco. Camogli, 12 settembre 2015 — Fonte: getty-images

Oggi il romanzo storico è tornato di grandissima moda, anche grazie al mondo del cinema e della televisione che spesso è amplificatore del successo dei romanzi. Nel 1980 Umberto Eco ha pubblicato un avvincente thriller medievale Il nome della rosa, adattato a film nel 1986 (un memorabile Sean Connery interpreta il protagonista frate Guglielmo da Baskerville), e poi, nel 2019, a miniserie televisiva. 

Il romanzo neo storico sta godendo di ottima salute e sono molti anche gli storiografi che si dedicano alla narrativa, basti citare Valerio Massimo Manfredi e Alessandro Barbero. Importante è anche sottolineare come il romanzo storico abbia attratto collettivi di scrittura come Wu Ming (si citi anche solo il romanzo Q, del 1999, ambientato ai tempi della Controriforma).