Ricordo la farfalla ch'era entrata: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

"Ricordo la farfalla ch'era entrata", testo e commento del componimento della raccolta Vecchi versi di Eugenio Montale. A cura di Marco Nicastro.

Ricordo la farfalla ch'era entrata: testo

Testo del componimento Ricordo la farfalla ch'era entrata, dalla raccolta Vecchi versi.

Ricordo la farfalla ch'era entrata
dai vetri schiusi nella sera fumida
su la costa raccolta, dilavata
dal trascorrere iroso delle spume.
Muoveva tutta l'aria del crepuscolo a un fioco
occiduo palpebrare della traccia
che divide acqua e terra; ed il punto atono
del faro che baluginava sulla
roccia del Tino, cerula, tre volte
si dilatò e si spense in un altro oro.
Mia madre stava accanto a me seduta
presso il tavolo ingombro dalle carte
da giuoco alzate a due per volta come
attendamenti nani pei soldati
dei nipoti sbandati già dal sonno.
Si schiodava dall'alto impetuoso
un nembo d'aria diaccia, diluviava
sul nido di Corniglia rugginoso.
Poi fu l'oscurità piena, e dal mare
un rombo basso e assiduo come un lungo
regolato concerto, ed il gonfiare
d'un pallore ondulante oltre la siepe
cimata dei pitòsfori. Nel breve
vano della mia stanza, ove la lampada
tremava dentro una ragnata fucsia,
penetrò la farfalla, al paralume
giunse e le conterie che l'avvolgevano
segnando i muri di riflessi ombrati
eguali come fregi si sconvolsero
e sullo scialbo corse alle pareti
un fascio semovente di fili esili.
Era un insetto orribile dal becco
aguzzo, gli occhi avvolti come d'una
rossastra fotosfera, al dosso il teschio
umano; e attorno dava se una mano
tentava di ghermirlo un acre sibilo
che agghiacciava.
Batté più volte sordo sulla tavola,
sui vetri ribatté chiusi dal vento,
e da sé ritrovò la via dell'aria,
si perse nelle tenebre. Dal porto
di Vernazza le luci erano a tratti
scancellate dal crescere dell'onde
invisibili al fondo della notte.
Poi tornò la farfalla dentro il nicchio
che chiudeva la lampada, discese
sui giornali del tavolo, scrollò
pazza aliando le carte
e fu per sempre
con le cose che chiudono in un giro
sicuro come il giorno, e la memoria
in sé le cresce, sole vive d'una
vita che disparì sotterra: insieme
coi volti familiari che oggi sperde
non più il sonno ma un'altra noia; accanto
ai muri antichi, ai lidi, alla tartana
che imbarcava
tronchi di pino a riva ad ogni mese,
al segno del torrente, che discende
ancora al mare e la sua via si scava.

Ricordo la farfalla ch'era entrata: commento

L’effetto più rilevante che Montale riesce a creare in questa lunga e complessa poesia è quello di un mistero sospeso e un po’ inquietante, reso attraverso l’addensarsi di varie immagini di non facile interpretazione. L’uso di una sintassi piuttosto articolata e di un lessico ricercato o raro (fumida, occiduo, palpebrale, attendamenti, nembo, nicchio, diaccia, pitosfori, ragnata, conterie, fotosfera, ghermirlo, aliando, disparire) possono certamente rendere difficoltoso l’approccio al testo. Ma non ci si deve subito scoraggiare, anzi, è importante con Montale accettare la sfida che non di rado ci propone, per poter scoprire noi stessi i ricchi segreti che l’autore vorrebbe condividere.
Le immagini sono tanto cariche di energia quanto vaghe, tendono a dissolversi nell’immaginazione:

  • la costa dilavata
  • le spume
  • il fioco risplendere a intermittenza («palpebrale») del tramonto («occiduo»)
  • il faro che è «atono» e non vivace come ci si potrebbe attendere nell’oscurità della notte

L’esterno insomma che prelude a qualcosa di negativo, di tenebroso, di fosco. Questa scena contrasta col clima quieto e familiare che invece regna dentro la casa, delineato attraverso la presenza della madre – figura rassicurante per eccellenza – di altre figure umane quasi vinte dal sonno, di un gioco con le carte rimasto in sospeso sul tavolo. L’ambiente esterno è quello di una sera che pare s’appresti a essere tempestosa.

Le due parti della poesia

La poesia è simbolicamente spezzata in due da quel «Poi fu l’oscurità piena» (v. 19), a segnare quel contrasto buono/cattivo, mondo esterno/mondo familiare di cui si diceva sopra; e dopo ben 25 versi ricompare l’insetto, vero protagonista del componimento, che aveva aperto la poesia. Si tratta di una serie di versi, tutti piuttosto carichi di immagini (cioè più evocativi che descrittivi), usati per creare una forte tensione, l’attesa di qualcosa. L’insetto viene descritto nella terza strofa così dettagliatamente da sembrar quasi essere stato osservato dall’autore con una lente di ingrandimento: dalle caratteristiche sembrerebbe una falena, detta “Sfinge testa di morto”, proprio per la macchia tipica presente sul dorso che ricorda un teschio umano.

Sfinge: simbolo del male che viene dal mondo esterno

Dalla descrizione, così assorta e emotivamente coinvolta («un acre sibilo che agghiacciava»), potremmo supporre un certo specifico ribrezzo di Montale per alcuni insetti, una sorta di fobia specifica (la sfinge, infatti, è innocua). Ma si tratta anche di un richiamo letterario ad un racconto di Edgar Allan Poe (La sfinge) che aveva per oggetto proprio un insetto simile, e in cui l’autore creava un analogo crescendo di tensione emotiva, se non di orrore, nella visione di un insetto-mostro, simbolo delle paure dell’uomo che possono deformare la percezione della realtà. Anche nella poesia di Montale l'insetto può essere inteso come un simbolo, nello specifico il simbolo del male che viene dal mondo esterno, dalla realtà (secondo le credenze popolari la “Sfinge testa di morto” annunciava sciagure). Il poeta cerca di scacciare l’insetto che vola in giro, poi sembra andar via definitivamente dalla finestra per rientrare ancora nella stanza, svolazzando qua e là freneticamente («scrollò pazza», dice Montale; si noti l'aggettivo, che suggerisce anche il terrore dell'uomo). A questo punto c’è un’altra frattura nella narrazione («e fu per sempre»): non sappiamo più nulla realmente di quell’insetto perché poi svanisce nella memoria del poeta, tra i ricordi, che sono gli unici elementi di una vita a rimanere vivi. È un paradosso, perché in realtà i ricordi si riferiscono a cose che non ci sono più, ma evidentemente l'autore percepisce la realtà così vuota di senso a causa del suo «male di vivere» (qui detto «un’altra noia»), da conservare nella memoria gli unici elementi vitali («e la memoria in sé le cresce»). La poesia si chiude con una sorta di discesa, di immagini e di tono, data dall’enumerazione di cose concrete e significativamente prive di presenza umana: i muri, i lidi, la tartana, i tronchi, il torrente. Rimangono soltanto le cose, e solo nella memoria, sembra dirci Montale. Gli affetti – i «volti familiari» – sono sepolti, persi per sempre.

"Acqua e terra"

Tra gli altri elementi rilevanti che si possono individuare c'è l’espressione «acqua e terra», che forse riprende il titolo della prima raccolta poetica di Quasimodo, datata 1930 (ci potrebbe essere un rimando al poeta siciliano anche nella sintassi e nel lessico ricercato e sensoriale); il faro che balugina tre volte nella notte, possibile richiamo al racconto evangelico del tradimento di Pietro;18 infine, lo sfasamento spazio-temporale della descrizione: si passa continuamente dal fuori (vv. 2-10) al dentro della casa (vv. 11-15), di nuovo poi all’esterno (vv. 16-23), poi di nuovo dentro (vv. 24 - 40), poi di nuovo fuori ma solo per un attimo (vv. 41-44), poi ancora un’ultima volta nella stanza (vv. 45-48) e infine, con un balzo temporale («e fu per sempre»), nel passato, nella memoria del poeta (vv. 49-60). Si tratta di un sommovimento spazio-temporale che rimanda al disorientamento del poeta dinnanzi alla realtà e al terremoto emotivo che comporta lo scorrere inesorabile del tempo e l’affievolirsi dei ricordi, resi in quei 4-5 versi così potenti e memorabili dell’ultima strofa: «e la memoria / in sé le cresce, sole vive d’una / vita che disparì sotterra: insieme / coi volti familiari che oggi sperde / non più il sonno ma un’altra noia».

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