Riassunto e caratteristiche principali dell'alto medioevo

Di Redazione Studenti.

Riassunto e caratteristiche dell'alto Medioevo: storia, cronologia e personaggi dal 476 al 1492. I regni romano-barbarici e il feudalesimo

Alto Medioevo

Filippo V di Francia viene dichiarato re
Filippo V di Francia viene dichiarato re — Fonte: getty-images

Medioevo vuol dire “età di mezzo”, i suoi limiti cronologici vanno dal 476 al 1492, ma sono solo convenzioni. Ciò che cambia in modo significativo rispetto al mondo antico è la religione: dal politeismo si passa al monoteismo, differenza che emerge evidente a partire dal IV/V secolo d.C.

Negli ultimi secoli della storia antica esiste un solo impero che governa tutto il bacino del Mediterraneo, ma questo, ad un certo punto, si divide e la parte occidentale va allo sfascio frazionandosi in tanti regni romano-barbarici.

Nel XV/XVI secolo, invece, cominciano i grandi viaggi e cambia il centro dei commerci internazionali: non più il Mediterraneo ma l’Atlantico; c’è poi la riforma protestante a frantumare l’unità del cristianesimo.

Ciò che cambia da un’epoca all’altra sono anche le fonti; per esempio, per il periodo romano sono importanti le epigrafi, ma questa sono poco utilizzate nel Medioevo.

Il Medioevo può essere diviso in due parti: Alto e Basso, la cui data di frattura è databile intorno all’anno 1000. L’Alto Medioevo è, in pratica, una stanca prosecuzione dell’antichità, a partire dalle divisioni etniche (romani, franchi, goti, longobardi); l’unica lingua è il latino, l’economia è arretrata, c’è poca popolazione, la cultura è poco vivace. Sono detti anche “secoli bui” perché sono scarse le fonti, per cui è difficile indagare in quel periodo.

Man mano, però, la situazione si ristabilizza e il Basso Medioevo diventa un periodo di grande crescita e sviluppo: cambiano le identità etniche (i franchi diventano francesi, gli angli e i sassoni si fanno inglesi), compaiono anche le lingue e le letterature volgari.

Nella parte orientale l’impero romano prosegue; nel VII secolo, però, Maometto e i seguaci della religione da lui professata riescono a strappare tutti i territori in Asia e in Africa dell’impero bizantino, il quale viene ridotto ad uno stato marginale.

Il concetto di Medioevo è frutto di un processo lento, cominciato verso il 1300 con delle nuove mode culturali che auspicavano un ritorno al buon latino dei classici contro a quello corrotto utilizzato dopo il crollo dell’impero (questo latino era anche pieno di termini che i romani non conoscevano e, in più, nelle strutture, riflettevano la lingua parlata degli scriventi, ovvero già i volgari romanzi).

La passione per il mondo antico, nata con l’Umanesimo, non coinvolge solo la letteratura ma anche altri campi (come l’architettura e tutte le arti figurative in genere). Pian piano si afferma una forma di disprezzo verso ciò che è stato fatto in precedenza e che non rientrava nei canoni antichi. Anche gli storici seguono questo concetto e iniziano a capire che il mondo sta cambiando e la divisione della storia in due parti (antica e moderna) non va più bene. Dove poi si afferma la Protesta, allora anche lì si guarda ai secoli precedenti con disprezzo. Alla fine del ‘600 in Germania un autore inventa il termine Medioevo e da lì in poi si sviluppa la terminologia relativa al periodo.

Diffusione del Cristianesimo nell'impero

La nascita del cristianesimo modifica a fondo il concetto religioso nel mondo antico, il quale è caratterizzato dalla credenza in numerosi dei da cui gli uomini si aspettavano di essere aiutati nella vita terrena. Era una religione pubblica e il mezzo per adorare gli dei erano essenzialmente i sacrifici; inoltre manca quasi totalmente una prospettiva ultraterrena.

Nell’impero romano, con la sua grandezza, si venerano anche gli dei che non sono propriamente romani e a Roma stessa, città multietnica, sono venerati dei: c’è tolleranza religiosa, anche se il rifiuto totale degli dei era vietato. Tra gli intellettuali, però, c’è l’idea che esiste un’unica entità al di sopra dei molteplici dei.

Dal I secolo d.C. ci sono novità e nascono nuove religioni, che hanno successo tre la popolazione, che iniziano a soppiantare gli dei tradizionali; queste religioni vengono perlopiù dalla parte orientale dell’impero, come il culto di Iside, di Cibele, del Sol Invictus; sono simboli, ma il concetto di base è quello di morte e resurrezione, in più il dio è la fonte di tutto, la spiegazione di ogni cosa. Il cristianesimo, almeno all’inizio, non è altro che una di queste religioni. Il successo di questi credi fa supporre l’esistenza di una nuova esigenza tra la popolazione e che i nuovi credi non erano più soddisfacenti.

Solo gli ebrei da molto tempo sono ostinatamente monoteisti; essi rifiutano l’esistenza degli dei diversi da loro. Questa popolazione dà sempre problemi ai romani, tanto che con Vespasiano e Tito si cerca di disperderli (diaspora) ma, nonostante questo, gli ebrei continuano il loro credo.

Il successo del cristianesimo è minore rispetto alle altre religioni perché è malvisto dalla classe dirigente, tanto che questa fede si sviluppa clandestinamente. Questa avversione è dovuta a 3 fattori:

  • I romani non distinguono cristiani da ebrei e sono preoccupati dal loro “monoteismo aggressivo”;
  • I cristiani dei primi secoli prendono molto sul serio il comandamento “non uccidere” e quindi rifiutano di servire nell’esercito romano e questo è un problema per il tardo impero in cui l’esercito è tutto:
  • I cristiani rifiutano di osservare quei culti che le autorità ritengono obbligatori: è questo il punto che fa passare l’avversione a vera e proprio persecuzione.

I cristiani, da parte loro, si considerano i migliori sudditi dell’impero (Date a Cesare quel che è di Cesare); non è una religione rivoluzionaria ma sovversiva quando dice che tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio.

Nonostante tutto il cristianesimo cresce e soppianta gli altri culti; in gran parte dell’impero d’Oriente questo culto è già maggioritario nelle grandi città. Molti dei cristiani sono degli intellettuale perché è una religione difficile da capire, in più si convertono anche persone benestanti e anche patrizi: è per questo che il cristianesimo ha successo. Nel III/IV secolo, durante le ultime grandi persecuzioni, alcuni politici iniziano a chiedersi se non sia il caso di lasciar perdere quella lotta e forse allearsi con i cristiani per arrivare al soglio imperiale.

Tra questi politici c’è Costantino, un militare e un nobile di gran peso, il quale decide di allearsi con i cristiani, convertendosi anche a quella religione. Da Costantino in poi la stragrande maggioranza degli imperatori sarà cristiana. L’imperatore mette fine alle persecuzioni e a Milano, insieme al suo collega Licinio, emana nel 312 un editto che dichiara il cristianesimo religione lecita e concede a tutti tolleranza in materia di culto.

Questo editto di è stato tramandato soprattutto da autori cristiani, sia greci che latini; ci potrebbe essere il sospetto di una falsificazione, ma possediamo diversi testi redatti in luoghi diversi e mai entrati in reciproco contatto che presentano un testo più o meno identico, per cui non è in dubbio l’autenticità delle fonti.

A partire dall’editto di Milano, Costantino, dopo che i cristiani sono usciti alla scoperto, si rende conto del loro numero e della loro forza; si avvicina sempre di più quegli ambienti, concedendo loro anche dei privilegi.

Il cristianesimo non ha ancora chiarito tutta una serie di dogmi e problemi teologici, tanto che si formano correnti contrapposte. Queste posizioni divergenti fanno sentire a Costantino l’esigenza di mettere ordine e nel 325 convoca tutti i vescovi a Nicea in un concilio ecumenico in cui si discuta ella natura di Cristo. Prevale la tesi della doppia natura e che egli fosse uguale a Dio; la fazione perdente è quella caldeggiata da Ario, che sosteneva la tesi della natura solo umana di Cristo e la sua inferiorità rispetto al Padre; i seguaci si Ario, però, rifiutano di rettificare la decisione del concilio. La fazione vincente su fa chiamare cattolica (“universale”) o ortodossa (“che ha ragione”). Nel concilio si forma anche la parola eresia (“fare una scelta”, in questo caso diversa da quella della maggioranza).

Il conflitto tra cattolici e ariani dura a lungo, almeno fino al VI secolo.

Ad un certo punto, Teodosio diventa imperatore d’oriente in un periodo difficile: nel 376 arrivano in massa i Goti nei confini dell’impero, l’imperatore Valente, sceso in campo per dar battaglia ai barbari, viene sconfitto e ucciso.

Teodosio, un soldato, viene eletto imperatore e stabilisce che le spaccature religiose sono dannose ed emana una legge che fa parte del diritto romano a pieno titolo: è l’editto di Teodosio (380). La religione cristiana diventa quella ufficiale e tutti coloro che non la seguono verranno puniti: questa linea di governo verrà seguita fino al XVIII/XIX secolo.

Stato e Chiesa vanno di pari passo, la religione è ancora una questione pubblica; gli imperatori concedono privilegi alla Chiesa (come l’esenzione fiscale e il diritto degli ecclesiastici di essere giudicati non dalle corti civili ma da quelle ecclesiastiche) e anche i vescovi iniziano ad essere considerati utili all’amministrazione dello stato, specie nella parte giuridica su questioni morali.

Al cristianesimo aderirono anche le popolazioni barbariche, siamo nei secoli IV, V e VI, il periodo delle invasioni; i barbari erano coloro che non avevano la cittadinanza romana, siano essi germani o arabi.

Questi “barbari” molte volte immigravano nell’impero per ragioni di lavoro o commercio; in tutto questo il cristianesimo cercò di diffondere anche a loro le dottrine, tra questi anche i Goti.

Famoso fu Ulfilo, che studia a Costantinopoli e diventa vescovo tra i Goti, ma anche lì esistono delle persecuzioni, soprattutto a causa del pacifismo dei cristiani. .In questo modo il cristianesimo si diffuse anche presso queste popolazioni; i goti che si convertono al cristianesimo non è un fatto tipico e quando arrivano a Roma hanno un dubbio culturale e iniziano a chiedersi se fosse giusto continuare con il loro politeismo, idem per i germani. Ma perché?

Sono i re, dalla loro alta posizione a decidere di conoscere e approfondire la conoscenza del Cristianesimo. Il re dei Franchi è il re più famoso che si converte al Cristianesimo di cui non aveva mai sentito parlare.

Costantino
Costantino — Fonte: getty-images

Alla fine del V sec. questo Clodoveo ha una moglie, Clotilde,  cristiana ma non è convinto che questa religione sia meglio della sua; nasce un figlio e la regina vuole battezzarlo, solo che dopo il battesimo il figlio muore, ne fanno un altro e questa volta, dopo il battesimo, il figlio guarisce dalla sua malattia. Durante una guerra contro gli Alemanni, Clodoveo sta perdendo e quando se ne accorge si rivolge a Cristo e vince: dopo tutto questo si converte (confronta testo). Ci sono casi anche in cui la conversione del popolo da parte del loro re  non fu così semplice.

C’è una differenza però, nell’impero romano il cristianesimo si diffuse per il suo messaggio, mentre nelle popolazioni barbare si diffuse grazie a prove della sua eventuale esistenza e poi in modo un po’ violento.

Da tener presente però che Ulfilo converte il suo popolo non al cattolicesimo ma all’arianesimo, quindi i goti sono ariani, i franchi invece sono cattolici. Duri sono i contrasti degli ariani quando arrivano in Occidente e devono andare d’accordo con la chiesa cattolica e non per niente, in seguito, Carlo Magno, cioè un franco (quindi cattolico),sarà il primo ad unificare l’Europa sotto il cattolicesimo.

Poi alla fine, dopo lunghe fasi critiche, la maggior parte degli ariani (goti, vandali e longobardi) si convertono al cattolicesimo.

I cristiani molto presto si dotano e adorano figure del passato importanti per la loro fede. Si inizia a scrivere le loro vite, le loro gesta e il loro martirio e siccome poi il cristianesimo diventa obbligatorio i martiri scompaiono e si inizia a venerare il ricordo di quelli esistiti.

I santi diventano una sorte di intercessori presso Dio, una personalità a cui affidare la propria preghiera. Nell’alto medioevo ci si concentra più nella presenza di una figura di un Dio caritatevole ma anche vendicativo se tradito e non umile come lo si intende oggi; è per questo che nell’Alto Medioevo non abbiamo molti crocifissi e non è ben diffuso il culto della Madonna, ma viene rappresentato Dio in trono in atteggiamento severo; nel basso Medioevo si inizia a venerare anche la Madonna.

Nello stesso tempo ci si chiede se sia giusto costringere anche con la forza e la violenza le altre popolazioni, come accadeva nell’alto Medioevo; questa idea prende il dominio tanto che Carlo Magno emana un editto che vuole legalizzare la costrizione di imporre il cristianesimo nelle zone conquistate e il pretendere che questo abbandonino completamente i loro culti pagani.

Ne esce così una forma di durissimo cristianesimo. Dopo i Sassoni, Carlo Magno conquista gli Avari e si organizza un concilio su come fare a convertirli evitando gli sbagli fatti con i Sassoni, quindi non bisogna imporre il cristianesimo, ma divulgandolo e facendolo capire; successivamente questa linea fu adottata anche con i Sassoni con più successo.

La nascita della chiesa

La nascita della chiesa è un fenomeno all’interno della comunità, fin dall’inizio è presente un anziano (presbiteros dal greco e sacerdos in latino) che celebra le messe e i riti; la comunità cristiana non può esistere senza i sacerdoti, diversi gli uni dagli altri.

Il sacerdote è sempre accompagnato da diaconi e persone degli ordini inferiori (chierici) nel Medioevo era molta la gente che faceva parte del clero. In certe città importanti come Roma i chierici raggiungevano anche il 10% della popolazione ed erano persone nettamente distinte dalle altre: avevano privilegi come il non pagare le tasse e avevano un loro tribunale, quindi erano sottoposti ad una giustizia privata non pubblica.

I chierici al contrario dei monaci vivono insieme alla gente ed erano distinti dalla tonsura e possiamo dividere il clero in due gruppi:

  • Clero regolare = i monaci;
  • Ciclo secolare = i chierici.

I chierici possono anche sposarsi e il problema del celibato nascerà dopo il 1000; in ogni città il vescovo era considerato un leader e non si poteva sposare.

I vescovi (dal greco episcopos che significa “sorvegliante”) rappresentano la chiesa, gestiscono tutto loro, ognuno è autonomo e fa le regole per la propria diocesi. Nelle città più grandi essi vengono chiamati patriarchi o arcivescovi.

Non c’era un sistema gerarchico ben definito come oggi.

La chiesa aveva anche un grande ruolo economico, ma, a chi appartenevano le proprietà? Tecnicamente al protettore della diocesi ed è per questo che non potevano essere vendute o donate; i vescovi amministrano questi beni, che diviene datore di lavoro per i contadini, e anche le scuole presso la cattedrale per istruire i chierici.

I vescovi venivano eletti localmente per tutto il Medioevo, oggi vengono eletti dal papa, all’epoca erano eletti dal clero della città, precisamente dal clero della cattedrale (canonici) – canonici erano coloro che avevano una loro proprietà e contano più degli altri in città.

Quando moriva il vescovo si presentavano diversi candidati, amici/parenti, delle famiglie nobili e importanti della città, re interessato a chi verrà nominato e quindi a volte si immischiava consigliando o meno alcuni candidati.

Per essere un buon vescovo doveva funzionare su due ambiti:

  • Doveva essere una buona guida spirituale: casto, il mantenere bene la diocesi
  • Doveva essere anche un buon politico e amministratore: questo molto spesso alla gente andava bene anche che fosse solo questa secondo opzione.

Clero capitolare e monachesimo

Se il re è forte riesce a decidere anche nelle cose della chiesa senza che i vescovi dicano niente.

  • Capitolare: legge divisa in più capitolini ed è una fonte che molte volte non ha traduzioni italiane.
  • Monachesimo: è un movimento per cui alcuni cristiani decidono di vivere lontano dalla gente e dedicarsi unicamente alla vita religiosa; rinunciano alla famiglia, al lavoro, al denaro e al sesso.

Già all’inizio del cristianesimo ci sono i primi “monaci”, vengono chiamati eremiti perchè vivono da soli e non in comunità; questo fenomeno si evolverà in qualcosa di più organizzato, e dal IV secolo si potrà parlare di monaci.

Per formare queste comunità c’è bisogno di benefattori che donino terreni ed edifici, ci deve essere una regola a cui i monaci debbano obbedire, ogni monastero adotta una regola, però ci sono principi comuni, come la castità, la povertà e l’obbedienza; il capo della comunità è l’abate (badessa nelle comunità femminili); la società medievale apprezza molto i monaci che pregano per i peccati dell’intera comunità, quindi non mancano mai le donazioni.

Il monastero era un occasione anche per chi aveva una vocazione per lo studio; sorgeranno molti monasteri, anche di grande importanza e diventeranno ben presto delle potenze economiche e politiche.

La Chiesa si divide in clero secolare, composto da chierici preti e vescovi, che vivono in mezzo alla gente e celebrano le funzioni religiose, e in clero regolare (che segue la regola) composto dai monaci, che vivono lontano dalle città ritirati nella preghiera.

Nel medioevo c’è una società patriarcale e molte volte è il padre a donare un figlio al monastero; l’abate viene eletto dai monaci, ma molte volte è il re a prendere tale decisione; l’abate può essere anche un laico, come nel caso di Alcuino, segretario di Carlo Magno, che a fine carriera viene eletto abate dal suo signore.

Grande successo ebbe nel VI secolo la regola di S.Benedetto, tanto che venne ripresa dalla stragrande maggioranza dei monasteri; il santo fonda Montecassino alla fine del VI sec., la regola di S.Benedetto prevede in primo luogo la preghiera, in orari ben precisi, è consentito il lavoro nei momenti liberi, i lavori sono quelli utili alla comunità, dal lavare i piatti, a pulire e cucinare, in casi di estrema necessità era consentito il lavoro insieme ai contadini nei campi.

Matrimonio: la celebrazione liturgica come la conosciamo noi si inizierà ad usare verso la fine del medioevo; non è un sacramento fino a circa l’anno mille, perché è visto materialmente; era principalmente un accordo tra famiglie, con una dote e quindi un guadagno economico.

Il matrimonio non si ha in un momento preciso, ci può essere un accordo fin dalla tenera età e si concretizza solo nel momento in cui i coniugi andranno a vivere insieme; il marito può ripudiare la moglie. La chiesa inizia a porre delle regole, dice che è necessario il consenso dei coniugi e che non si può ripudiare la moglie, non sono obblighi civili, ma solo religiosi.

Le invasioni barbariche

Barbari
Barbari — Fonte: getty-images

Il 376 – 568 è il periodo delle invasioni barbariche, dalla prima richiesta dei Goti di accoglienza nei territori dell’impero fino all’arrivo dei Longobardi.

Il termine “barbaro” deriva dal greco “colui che balbetta” designando generalmente colui che non era greco; poi però arrivano altri “barbari”, i romani, che conquistano la Grecia e ne assumono gran parte della cultura, il termine si modifica andando ad indicare chi non è latino né greco. La politica romana è quella di assimilazione dei popoli assoggettati e nel 212 Caracalla concede a tutti il diritto di cittadinanza romana. Da questo punto in poi si configura quella situazione con cui è possibile parlare di “invasioni barbariche”, in quanto i romani erano tutti quelli racchiusi entro i confini dell’Impero, quelli che ne erano esclusi erano i “barbari”.

In realtà la definizione “invasioni barbariche” non è propriamente corretto in quando “barbari” erano tutti quelli esterni ai confini dell’impero, mentre in questo periodo le popolazioni che “invadono” sono per lo più germaniche; alla luce di questo si è iniziato a parlare di “invasioni germaniche”, ma anche questa definizione non è esatta perché queste popolazioni erano chiamate indistintamente “germaniche” dai soli romani, mentre tra di loro non riconoscevano questa identità etnica, pertanto anche il termine germanico cade e si torna a parlare di “barbari”.

Gli storici tedeschi preferiscono riferirsi a questo fenomeno con “migrazioni di popoli”, ponendosi dal punto di vista dei germani che si sono spostati; in realtà entrambi i termini sono solo convenzioni in quanto questi spostamenti avvengono sia in maniera violenta, quindi vere e proprie invasioni, sia pacifica, quindi più propriamente migrazioni.

Nell’Impero c’è sempre stata una continua immigrazione, dai tempi di Marco Aurelio intere tribù si spostavano nei territori romani, o per volontà o perché costretti, ma della loro condizione non si sa nulla; l’esercito romano è pieno di questi immigrati, che non necessariamente erano meno fedeli alla causa di Roma.

Nel 376 sulla frontiera del Danubio si presentano una serie di tribù di Goti, i quali sono stati aggrediti dagli Unni, di cui i romani sanno ben poco e ancora meno concepiscono la loro condizione di nomadi, che chiedono di poter essere accolti nei territori dell’Impero; l’imperatore d’Oriente, Valente, che sta organizzando una spedizione contro i Parti, decide di accogliere queste popolazioni per poterne reclutare i giovani nell’esercito. In linea teorica questi Goti sarebbe dovuti venir distribuiti secondo l’uso romano, che prevedeva di spostare le braccia là dove servivano, ma questa volta la situazione scappa di mano:

  • Prima di tutto il Danubio è difficile da attraversare e le operazioni sono mal gestite;
  • Arrivata dall’altra parte, i funzionari romani rinunciano a controllare tutta quella gente e molti non vengono nemmeno disarmati;
  • Sempre altre popolazioni si affacciano alla frontiera danubiana e le autorità decidono di chiuderla immediatamente;
  • Chi già è all’interno dei confini viene mandato in una specie di “campo profughi” dove le condizioni sono difficili e spesso i militari lucrano sui generi di sussistenza che lo stato fornisce a questi Goti.

La situazione si fa man mano più intollerabile, il grosso della popolazione viene fatta passare nel territorio romano sotto scorta, lasciando così la frontiera sguarnita e la possibilità ad altri “barbari” di attraversarla clandestinamente; arrivati alle grandi città, molte di queste decidono di non accogliere i Goti, i quali si ribellano e si danno al saccheggio.

L’imperatore, poi, era lontano e per questo non ha potuto intervenire subito; nel 378, però, Valente riesce ad intercettare i Goti ma il 9 agosto, ad Adrianopoli, fallite alcuni tentativi di mediazione, l’esercito romano viene sconfitto, Valente muore e i Goti diventano padroni della situazione.

I Romani cercano affannosamente un nuovo imperatore d’Oriente e lo trovano in Teodosio, il quale prende degli accordi con i Goti che prevedono sì la pace, ma anche lo stanziamento autonomo di essi nei territori dell’impero: possono rimanere uniti, combattere sotto i propri comandanti, vivere secondo le loro leggi, vengono dichiarati federati.

Il problema, però, resta sempre; l’autorità imperiale dura finchè vive Teodosio ma dopo di lui la situazione precipita: gli imperatori sono per lo più dei fantocci nelle mani dei grandi generali come Flavio Stilicone, un generale di origine vandala emerso dopo la morte di Teodosio e Flavio Alarico, di origine gota e che arriva a saccheggiare Roma nel 410.

Poco prima di questa data, nel 406, accade quelle che può essere considerata l’univa vera invasione: dopo aver percorso il Reno ghiacciato, i Vandali si riversano in Gallia, poi passano in Spagna saccheggiandola e nel 429 passano in Africa, dove si fermano e si stabilizzano.

Queste migrazioni, che prima hanno interessato l’Oriente, ora si spostano in Occidente; sempre nuove popolazioni si portano dentro i confini di Roma sia pacificamente, come i Franchi che vengono accolti nella Gallia del nord che le guarnigioni romane non riescono più a difendere, sia violentemente, come in Britannia che, dopo essere stata abbandonata dai romani, viene occupata da Angli e Sassoni; in più l’imperatore d’Oriente riesce spesso a convincere queste popolazioni a dirigersi verso Occidente, ormai avvertita come la parte debole dell’Impero.

Falliti i tentativi di sconfiggere i barbari, di decide di scendere a patti con loro, così come aveva fatto Teodosio, e si arriva allo stanziamento delle popolazioni e alla stabilizzazione delle situazioni; si introduce il meccanismo dell’ospitalità, ovvero quando il capo barbaro viene a patti con l’imperatore, lui gli offre una zona dell’impero da cui vengono ritirate le guarnigione romane e in cui il popolo barbaro può andare a vivere: l’imperatore romano delega i suoi compiti al capo barbaro ed egli ha il diritto di riscuotere 1/3 della ricchezza prodotta in quella zona, anche se non si sa in che modalità.

Il governo romano riconosce ai capi barbari il titolo di re, un titolo molto basso rispetto a quello di imperatore, anche se alla lunga questi capi si staccano dall’autorità imperiale e i loro regni seguono una vita indipendente dall’Impero.

In questo modo:

  • I Vandali si stanziano in Africa, 
  • I Goti nella Gallia meridionale
  • I Franchi in quella settentrionale.

L’Italia per buona parte del V secolo rimane sotto il controllo dell’imperatore ma il potere dei generali porta Odoacre a deporre Romolo Augustolo, figlio del generale Oreste, e si nomina re, lasciando l’Occidente senza un imperatore: è il 476. Pochi anni dopo, però, l’Impero d’Oriente ritiene che questa situazione si intollerabile e trova gli ostrogoti, guidati da Teodorico, ancora in cerca di terra e disposti a battersi per quella causa; essi riescono a sconfiggere Odoacre ma Teodorico non si incorona imperatore ma re.

In seguito i Visigoti vengono cacciati dalla Gallia e si portano in Spagna.

In ogni regno formato, i barbari sono una piccola minoranza, ma rappresentano la forza militare; la vita prosegue più o meno come prima, i grandi proprietari non vedono diminuire la loro ricchezza, le chiese funzionano ancora, così come le infrastrutture i commerci; tuttavia, nonostante questo, si assiste, alla lunga, ad un generale impoverimento.

Giustiniano vuole riportare l’Impero romano ad occidente, è forte e carismatico, attorno al 530 inizia una serie di campagne contro i barbari, sconfigge i Vandali nel Nord-africa, poi rivolge la sua attenzione all’Italia, per 20 anni si combatte la guerra greco-gotica, la guerra risulta catastrofica e porrà fine a un’economia solida e avrà inizio quella medievale.

Nel 568 i Longobardi occupano buona parte dell’Italia bizantina, tranne Roma che formalmente rimane proprietà dell’imperatore.

La presenza di barbari in Italia è individuabile grazie ai ritrovamenti archeologici, soprattutto tombe, in cui sono rinvenuti corpi di uomini con armi e quelli di donne con gioielli di origine barbarica; oggi gli archeologi rivalutano la scoperta di queste tombe, infatti è molto probabile che la popolazione romana si sia adattata alle usanze barbariche; importantissima la tomba di Childerico, padre di Clodoveo, è riconoscibile tramite il sigillo presente sull’anello, insieme a lui sono stati sepolti i suoi cavalli; grazie a questi ritrovamenti si può notare le differenze tra invasioni violente e non.

Un problema è quello dell’identità etnica, nelle opere classiche come nel De bello gallico e nella Germania si possono identificare popolazioni ben distinte, con usanze tradizioni e caratteristiche fisiche ben distinte, ma non c’è traccia ne di Franchi ne di Alamanni; si è giunti alla conclusione che c’è stata una nascita di popoli (etnogenesi), cioè che popolazioni diverse si uniscono per la consapevolezza dell’inferiorità nei confronti del limitrofo Impero romano, oltre ad unirsi riprendono usanze romane, soprattutto nel campo militare, il fenomeno è ancor più evidente nel periodo delle invasioni.

Franchi e Alamanni sono il risultato della fusione di vari popoli, anche il nome è inventato, questi si inventano un passato; ad es. i Franchi dicono di essere discendenti di Arancione, principe troiano sfuggito alla distruzione della città, viene inventata una storia del genere perché si sentono alla pari con i Romani.

L’etnia dominante assorbe il grosso della popolazione, in un primo momento i barbari si adattano ai Romani, ma andando avanti con gli anni è la popolazione a identificarsi con i barbari, ai tempi di Carlo Magno si diranno tutti Franchi e non più Romani, ma questo avviene anche prima.

I regni romano-barbarici

La fase di questi regni va dai primi stanziamenti, con quello dei Goti del V secolo, fino al IX: una fase piuttosto lunga, la cui nota caratterizzante è la convivenza dei romani con i nuovi occupanti.

Le vicende di questi regni sono differenti: l’imperatore d’Oriente Giustiniano cerca di riconquistare i territori perduti in Occidente e riesce  a sconfiggere i Vandali in nord Africa e gli Ostrogoti in Italia; il regno Visigoto in Spagna cade nel 711 con le invasioni islamiche; quello longobardo, sorto nel 568, crolla nel 760 con la conquista da parte di Carlo Magno; rimane solo il regno dei Franchi, che dura fino all’800, quando Carlo Magno viene coronato imperatore, cosa che lo differenzia dai precedenti re.

L’esistenza di alcuni trattati tra capi barbari e imperatore fa sì che i primi si presentino come delegati imperiali nella zona in cui si sono stanziati, dando anche avvio ad un fenomeno di emulazione della civiltà romana da parte dei barbari. Clodoveo, re dei franchi, poi riesce a ricevera anche il titolo di console, carica che anche in età imperiale resta il massimo vertice raggiungibile dai politicanti romani.

Il sistema monetario romano viene mantenuto nei regni barbarici e così viene anche mantenuta l’effigie dell’imperatore che sulle monete era impressa; ci vogliono diversi secoli prima che i re barbari facciano battere moneta con la loro effigie, è un processo graduale: dapprima i re cambiano le effigi sulle monete di bronzo, meno importanti, poi pian piano su quelle d’oro, più prestigiose. Questo ovviamente non vuol dire che cambia il nome o il tipo di moneta, solo cambia ciò che è rappresentato su di essa.

Governare un regno vuol dire riuscire a mettere insieme una forte organizzazione (per la difesa, l’amministrazione, la giustizia, ecc.), per esempio, per quel che riguarda la giustizia si fa ricorso spesso a giudici romani o, comunque, a uomini di cultura romani.

Assicurando questa organizzazione, il re barbaro si riserva il diritto di riscuotere le imposte; anche in questo caso si fa ricorso a personale romani, lasciando che i “barbari” si occupino della guerra; il problema della riscossione delle tasse è il più difficile, più passa il tempo, infatti, più la macchina del fisco si inceppa, anche se un minimo di amministrazione resta sempre.

La legge nei regni romano-barbarici

Per quel che riguarda il diritto, le cose si fanno più complicate; i barbari non conoscevano la contrattualistica scritta, ma avevano comunque delle consuetudini socialmente accettate.

I barbari giungono nell’Impero con le loro tradizioni orali che si incontrano con il solido diritto scritto romano; a questo punto si dà avvio all’utilizzo di un doppio diritto: barbarico per i barbari, romano per i romani; in questo caso i barbari non si adeguano come avevano fatto per la lingua e la religione: è una forma di “identità nazionale”. Ovviamente le cose non sono sempre cos’ semplici, per esempio la contrattualistica, che i barbari non conoscono, è basata sul diritto romano; compaiono poi altri problemi, come quelli riguardanti il diritto penale di cui si sa poco anche se probabilmente si usavano le consuetudini barbariche; di solito nei casi in cui le parti in causa siano e romana e barbara, si utilizza il diritto del querelante, dando inizio anche a molti abusi. Generalmente si può direi che il diritto romano si va indebolendo a favore di quello barbarico.

Appena giunti in territorio romano, i barbari si rendono conto della necessità di mettere per iscritto le loro consuetudini legislative; queste leggi vengono scritte in latino da persone che si intendono di diritto romano, che traspare in queste leggi ma che non impedisce che si conservino dei termini barbarici.

Invasioni arabe

Riyad
Riyad — Fonte: getty-images

Le invasioni arabe hanno luogo tra VII e VIII secolo, coinvolgono la parte orientale e meridionale del Mediterraneo e sono paragonabili alle invasioni germaniche in occidente.

Gli arabi, provenienti, come dice il nome stesso, dall’Arabia, entrano in contatto con i persiani, poi il Medio-oriente, l’Egitto, il nord Africa e, infine, nell’VIII secolo anche con la Spagna; con queste invasioni l’Impero Romano riceve un duro colpo, tanto da perdere circa i ¾ dei suoi territori e quasi tutte le grandi città: ormai non ha nemmeno più senso parlare di Impero Romano, ma sarebbe meglio parlare di Impero Bizantino.

Gli arabi sono un popolo già conosciuto dagli antichi che vivono alle frontiere dell’impero, alcuni erano assoggettati ed erano di condizione stabile, addirittura nel III secolo c’è stato un imperatore arabo, Filippo l’Arabo, e nel IV secolo iniziano ad assorbire il cristianesimo. Esiste, però, anche un mondo arabo nomade (che alle volte forniva truppe mercenarie all’Impero, come ci è testimonianze dalle fonti scritte che raccontano l’assedio di Costantinopoli da parte dei Goti, dopo la battaglia di Adrianopoli) ancora politeisti; c’è, inoltre, una città, Palmyra, un centro commerciale e carovaniero, alleata dell’Impero e la cui classe dirigente è fortemente romanizzata.

Gli arabi, dal punto di vista linguistico, sono imparentati con gli ebrei.

L'Islam

Il grande cambiamento tra gli arabi avviene con la creazione di una nuova religione monoteista; nella città carovaniera di La Mecca, nasce nel VII secolo Maometto che, dichiarandosi ispirato da Dio, lo stesso di ebrei e cristiani, comincia a predicare la sua nuova fede. Il mondo cristiano medievale fa molta fatica a concepire l’islam come una religione nuova, ma la considera un’eresia, una devianza rispetto all’ortodossia, perché il Dio è lo stesso ma le concezioni sono diverse.

La novità di fondo dell’islam è la sua semplificazione rispetto a tutti quei dogmi del cristianesimo (vengono eliminate la trinità e la reincarnazione, vengono rigettate la venerazione dei santi e le rappresentazioni di Dio); questa nuova religione, dopo una fase di difficoltà e persecuzioni, di lotte e scontri, riesce a prevalere e gran parte dei nomadi si converte ad essa; questa religione è una potente spinta per i guerrieri e tra il 630 e il 640 cominciano quell’espansione che nel giro di 2 generazioni porta gli arabi fino alla Spagna.

Nell’islam ci sono cinque precetti fondamentali:

  • 1) Dio è uno e Maometto è il suo profeta
  • 2) pregare 5 volte al giorno
  • 3) pellegrinaggio obbligatorio a La Mecca
  • 4) Digiuno in un certo periodo dell’anno

Questi sono gli obblighi strutturali riconosciuti dalla gran parte dei teologi.

Nell’islam non esiste una Chiesa e non esistono, quindi, i vincoli che essa comporta (esistono gli imam che fungono da guide spirituali e di preghiera, ma non fanno parte di una chiesa organizzata e non celebrano sacramenti), non esiste un clero e non esiste nemmeno un ortodossia; l’interpretazione del messaggio di Dio è quindi vario e ognuno è libero di seguire la corrente che preferisce. C’è solo una variante sostanziale all’interno dell’islam ed è quella praticata in una parte dell’attuale Iran, quella sciita, che presenta poche differenze teologiche ma ha alcune caratteristiche come l’esistenza di grandi famiglie nobili che si tramandano i segreti della dottrina.

Le conquiste arabe non comportano l’obbligo alla conversione, cosicché spesso i popoli sottomessi accolgono con favore la presenza dei nuovi dominatori; ovviamente, però, con il tempo, i popoli conquistati subiscono un processo di arabizzazione.

Agricoltura e mondo contadino

Nel Medioevo circa il 99% dell’economia era agraria e la maggior parte della popolazione era contadina; in questo periodo la città si riduce e così anche i commerci e, quindi, a maggior ragione, l’orizzonte della campagna è dominante: essere ricco vuol dire avere terra.

Nel mondo tardoromano l’agricoltura è dominata dai grandi latifondi, scarsa è l’attestazione di piccole proprietà; il grande latifondo viene lavorato essenzialmente da schiavi e le guerre di Roma servono principalmente a fornire manodopera. Nel III/IV secolo si assiste a qualche novità anche se il ceto dominante rimane sempre quello dei latifondi, accanto agli schiavi compaiono quelli che i giuristi romani definiscono coloni, un contadino dipendente giuridicamente libero ma che dipende totalmente dal padrone, tanto che anche le leggi romane sottolineano questo rapporto di stretta dipendenza con il padrone.

Con Diocleziano alcune leggi, nello sforzo di controllare la vita collettiva, stabiliscono che non solo il colono non può andarsene dal fondo su cui lavora ma anche i loro figli devono lavorare quella terra. Nel Medioevo i giuristi definiscono questi coloni come servi glebae (servi della terra).

I coloni sono soprattutto immigrati o ex schiavi che vengono liberati dai padroni per poi farne coloni: cambia la mentalità, avere a disposizione dei coloni è più conveniente che avere degli schiavi perché è compito del padrone mantenere e gestire questi ultimi, mentre i primi, essendo liberi, si gestiscono da soli e versano periodicamente al latifondista un tot.

I coloni finiscono per diventare la maggioranza dei contadini e ciò è conveniente anche per l’impero in quanto, essendo liberi, i contadini devono pagare le tasse e pagare prestare servizio nell’esercito.

Il termine stesso di latifondo diventa improprio in quanto le grandi proprietà sono spezzettate in tante proprietà coloniali.

L’avvento del cristianesimo accentua questo passaggio: esso non contesta la schiavitù direttamente, ma stabilisce che i cristiani non possono essere fatti schiavi (cosa che rende problematico il reperimento dei servi, visto che il cristianesimo si diffonde rapidamente) poi si riconosce nello schiavo un uomo e si cerca di tutelare la loro figura familiare e, quindi, se gli schiavi possono formare famiglia allora è più difficile farla lavorare in comunità e si tende a concedere alla schiavo lo status di colono; il cristianesimo incoraggia il liberamente degli schiavi come opera buona e a fare donazioni alla Chiesa e così avviene che i grandi proprietari, oltre che le terre, donino anche i lavoratori.

La nascita dei regni barbarici favorisce ancora il frazionamento della terra in quanto alcune terre finiscono nelle mani del re, che un po’ le tiene per sé, un po’ le dona alla Chiesa e un po’ ai suoi uomini. Con il crollo dei sistemi di comunicazione, poi, è reso difficile il controllo delle proprietà lontane e finiscono per essere abbandonate; infine, lo sfaldamento del sistema tributario e la scomparsa dell’imposta fondiaria fanno sì che i latifondisti siano meno pressati e quindi c’è meno necessità di produrre, tanto che si assiste ad un impoverimento generale dovuto ad un calo di produzione.

Nel paesaggio rurale la presenza umana è meno forte rispetto al passato per via delle epidemie, delle carestie e delle invasioni; nell’insieme il mondo appare più povero e meno popolato, cosa che fa capire perché i proprietari terrieri siano più interessati a sapere il numero dei loro dipendenti piuttosto che la grandezza delle terre. Poca popolazione vuol dire anche meno controllo e meno organizzazioni, il territorio cade nel degrado e le zone coltivate su restringono; ci si abitua ad utilizzare l’incolto, cosa che è dimostrata dall’ampio sviluppo dell’allevamento del maiale, tenuti allo stato brado.

Probabilmente i contadini, per via dei minori controlli e della condizione non più servile, vivono tutto sommato meglio.

La distribuzione della terra

Verso l’VIII/IX secolo, a partire del regno dei franchi per poi diffondersi per tutta l’Europa con le conquiste di Carlo Magno, si assiste ad una specie di riordino della proprietà terriera: si diffonde il cosiddetto sistema curtense; ridiventa abituale pensare alle terre come un’azienda unitaria, si torna a parlare di villa (o curtis), che ora viene utilizzata per definire un’azienda agricola con certe caratteristiche:

  • C’è una casa padronale con gli edifici annessi (stalle, magazzini, ecc.) in cui non necessariamente vive il padrone, ma anche un suo amministratore. In questa casa ci sono comunque degli schiavi che si occupano di parte della terra: è una gestione diretta da parte del padrone.
  • La restante parte della terra è affidata a coloni

Queste componenti sono sempre presenti nelle proprietà terriere, ma ora ci si sforza seriamente di tenere unite queste parti e metterle in relazione tra loro. Ovviamente questa organizzazione comporta anche una nomenclatura precisa:

  • Pars dominica
  • Pars massaricia

Questa struttura non è stata stabilita dalle leggi ma dai proprietari indipendentemente.

Gli affittuari non sono più lasciati in quasi completa indipendenza, ma ora sono chiamati a rispondere ad un amministratore, cosa che fa nascere un più forte spirito di aggregazione. Inoltre questo tipo di organizzazione fa sì che si distribuisca meglio la poca forza lavoro disponibile: i coloni, infatti, possono pagare l’affitto non solo con prodotti e in denaro, ma anche in lavoro gratuito nella pars dominica: è una riserva di manodopera che sul mercato non si trova, è la corveé (o angheria in italiano, parola già in uso durante l’età romana).

Per indicare le terre date al colono si usa il termina manso, che viene anche usato come unità di misura.

Tutto ciò ha una serie di conseguenza: dal punto di vista economico si assiste ad una ripresa, anche se la produzione non era pensata per il commercio, ma per il consumo diretto; si è parlato per questo di economia chiusa, ma in maniera propria perché, se è vero che il sistema si basa sull’autoconsumo, è anche vero che le grosse proprietà mettono in circolo i prodotti. Inoltre il sistema curtense prevede anche un maggior controllo a tutti i livelli, cosa che fa risorgere un minimo di amministrazione.

Il rapporto tra padrone e contadini cambia, prima il controllo è molto allentato, con il sistema curtense questo si fa più forte e anche i contadini sentono di essere inquadrati in questo sistema dove coloni e schiavi si ritrovano spesso a lavorare insieme, cosa che annulla pian piano le loro differenze sociali: è in questo modo che su può dire che la schiavitù sparisce, non c’è più differenza, se non giuridica, tra coloni e schiavi, sono tutti dipendenti del sistema curtense.

Sistema feudale e feudalesimo

La Rivoluzione francese è un momento di svecchiamento delle istituzioni e si decide di eliminare una serie di vincoli, tra i quali alcuni rimasugli del sistema feudale. Nel 1800 Marx cerca di capire come si sia sviluppato il capitalismo e per farlo guarda al passato, fino all’età antica dove dominava la schiavitù; nel Medioevo, invece, non si trova più la schiavitù, ma nemmeno il libero mercato del lavoro: è il feudalesimo, termine che va ad assumere un’accezione che si usa ancora oggi.

Tuttavia, se si vuol parlare di questo “sistema” per quel che davvero è stato durante il Medioevo si dovrebbe parlare di sistema vassallativo/beneficiario, ovvero basato su un giuramento di fedeltà in cambio di doni, che consistono solitamente in pezzi di terra, i feudi appunto.

In concetto chiave è quello di rapporto clientelare, cosa che esisteva sia nel mondo antico, come strumento politico, sia nel mondo germanico, in cui il cliente è il guerriero che si associa ad un capo a cui giura fedeltà; in tutti i regni romano barbarici si assiste a questo tipo di rapporti che si stipulano pubblicamente e hanno valore giuridico, sono delle specie di raccomandazioni (o, per meglio dire, commendatio).

Esistono diverse forme di questo rapporto a seconda delle popolazioni: per esempio tra i Goti questo impegno non deve necessariamente durare tutta la vita, mentre tra i Franchi sì: loro esaltano l’aspetto morale e militare. I Franchi chiamavano vassallo (una parola di origine sconosciuta, forse celtica, che fino ai tempi di Carlo Martello indicava una condizione quasi servile, mentre con Carlo Magno questo diventa un patto tra uomini liberi con il re o il conte, insomma il capo) colui che si metteva sotto la protezione di un altro, che veniva definito signore.

Il beneficio

In un primo tempo il re è molto interessato al controllo dei rapporti di vassallaggio sia per sapere chi siano gli uomini a lui fedeli, sia perché questo rapporto funge da collante per la società, sia perché essere vassalli vuol dire anche avere i mezzi per armarsi per le guerre, sia perché tra questi vassalli si possono scegliere i funzionari del regno.

Per quel che riguarda il beneficio, esso consiste in protezione e raccomandazioni, ma anche con più concrete come per esempio terre date in dono. Il problema, però, si pone quando uno dei due contraenti del patto muore, ovvero quando non si sa più come cambieranno i rapporti di alleanza; pertanto il meccanismo del regalo non è il più conveniente e per questo si preferisce ricorrere ad un affitto fittizio, insomma un beneficio a termine che cessa con la morte di una delle parti: è il beneficio vero e proprio.

Soprattutto i vescovi adottano questa politica, perché le proprietà di cui dispongono non so no propriamente loro ma della Chiesa e, quindi, inalienabili: si adotta la formula dei precaria, ovvero un vassallo si reca dal vescovo per pregarlo di concedergli delle terre e questo, poiché è buono, gliele concede ma non a tempo determinato ma in affitto simbolico.

Tuttavia, questa formula prevede comunque la presenza di un atto scritto, cosa che si perde dopo la morte di Carlo e si preferisce fare tutto a voce nel concedere il beneficio, che potrebbe tradursi con un più moderno usufrutto vitalizio, termine che verso il 1000 assume il nome di feudo, parola germanica che in origine designava il bestiame e, in seguito, una cosa personale, ma di proprietà del signore, al quale ritorna dopo la conclusione del patto di una delle due parti.

Dato che queste concessioni sono importanti, i re cominciano a pubblicare leggi al riguardo per regolamentarle, anche dal punto di vista del rito, detto investitura, tanto che nel 1037 con l’editto dei benefici di Corrado II si concede ai vassalli di poter passare i benefici ai figli; a questo punto diventa normale per i nobili distinguere tra ciò che è davvero loro, l’allodio, e ciò che è il beneficio vero e proprio: all’inizio questa distinzione è indispensabile per sapere cosa lasciare ai figli e cosa restituire al signore, in seguito è importante perché l’allodio è divisibile tra tutti gli eredi, mentre il beneficio no e il vassallo è ancora tenuto a presentare omaggio ed essere investito dal signore. Tutto questo introduce il concetto nuovo dell’importanza della primogenitura.

In seguito a questo editto comincia a svilupparsi anche il concetto di lignaggio, ovvero ci si comincia a vantare dell’avo che ha ricevuto per primo il beneficio.

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Durante l’impero carolingio, i funzionari e i conti non per forza sanno leggere e scrivere e sono esperti di diritto romano, ma sono uomini di fiducia dell’imperatore e, per stipendiarlo, gli vengono assegnate le rendite delle terra della zona. Tuttavia il funzionario è anche, solitamente, un vassallo del sovrano e questo si aspetta una ricompensa per la sua fedeltà e la nomina a conte dal punto di vista dell’imperatore è una nuova richiesta di servigio, ma per i vassalli è la massima onorificenza raggiungibile perché permette di controllare direttamente un territorio; così la nomina a conte comincia ad essere ritenuta un beneficio e, soprattutto quando gli imperatori sono deboli e non riescono più a manovrare i conti come vogliono, questa carica finisce per diventare ereditaria.

Carlo Magno

In partenza Carlo è solo un re, ma finisce come imperatore di gran parte dell’Europa continentale; è essenzialmente un conquistatore. Quando diventa re nel 768 il regno franco possiede Francia, Belgio, Olanda e la Germania Meridionale; c’è un solo altro regno barbarico ancora presente, quello longobardo in Italia e, infatti, è il primo regno che Carlo attacca, anche in luce dell’alleanza tra il re franco e il papa; tuttavia il regno longobardo non viene abolito, ma Carlo si fa incoronare re di essi. Un secondo fronte Carlo lo combatte contro i Sassoni nella Germania settentrionale e lotta contro di esso per circa 30 anni, espandendo con la conquista sia la fede cristiana sia la lingua latina. Un terzo fronte è quello in Spagna, dominato dagli arabi. C’è poi un’ultima espansione verso la valle del Danubio, in Austria e Ungheria, dove dominavano gli Avari, pagani e dediti al saccheggio.

Terminate queste espansioni si crea un regno senza precedenti ed è così che Carlo viene incoronato imperatore la notte di natale dell’800; tutte le guerre avevano una giustificazione religiosa. L’impresa, però, non dura così a lungo, ma sopravvive l’idea che l’occidente debba avere un imperatore, investito di un compito universale e religioso (fino al 1806 quando Napoleone destituisce l’ultimo imperatore del Sacro Romano Impero).

Carlo Magno
Carlo Magno — Fonte: getty-images

L’impero carolingio rappresenta anche sotto altri aspetti l’unità dell’Europa, tutta l’attività politica di Carlo verte a questa unificazione: dal punto di vista amministrativo Carlo diffonde il sistema franco, che consiste nella divisione del territorio in piccole circoscrizioni rette da conti; dal punto di vista legislativo Carlo cerca di emanare leggi che abbiano valore generale e di maggior valore rispetto a quelle già emanate dai popoli sottomessi; dal punto di vista cultuale si cerca di unificare lo svolgimento dei riti cristiani, prendendo a modello ciò che si fa a Roma, la preparazione del clero e l’uniformazione del testo biblico; dal punto di vista culturale viene uniformata la scrittura con l’introduzione della minuscola carolina; dal punto di vista economico si conia una moneta unica, il denarius d’argento, dal valore di 1/12 di un solido d’oro, un’idea di moneta che rimane fino all’arrivo del sistema decimale.

La possibilità per un re barbaro di diventare imperatore era praticamente inconcepibile a meno che questo non venisse fatto con il benestare del vescovo di Roma. Esisteva, però, ancora l’imperatore d’Oriente, il vero erede e custode dell’impero romano; formalmente, poi, Roma continuava ad essere parte dell’impero bizantino, perché i Longobardi non l’hanno mai conquistata, anche se è distaccata da esso tanto che finisce per svilupparsi il potere del vescovo.

Nel corso dell’VIII secolo i papi si fanno sempre più insofferenti dell’appartenenza teorica all’impero d’Oriente: ci sono difficoltà linguistiche, difensive e teologiche. Quest’ultimo punto riguarda essenzialmente il problema dell’iconoclastia: fin dall’inizio i cristiani hanno fatto uso di immagini sacre, staccandosi nettamente dalla tradizione ebraica, questa devozione è particolarmente forte in Oriente, ma nell’VIII secolo nasce un movimento contrario alle icone che potrebbero divenire oggetti di culto e idolatrie; l’imperatore appoggia questo movimento e manda i propri funzionari a togliere le icone, gesto che spacca l’opinione pubblica provocando dure lotte. In Occidente la Chiesa non è coinvolta direttamente nel fenomeno, anche se ne è contraria, cosa che spinge di più alla separazione tra le due Chiese. I papi cercano, quindi, dei nuovi protettori e questi sono naturalmente i Franchi; nel 740 papa Zaccaria non scrive più a Costantinopoli riguardo alla sua nomina e il suo successore la notifica direttamente al re dei franchi.

Nel regno dei Franchi ci sono ancora i Merovingi, che però sono in crisi e alla corte chi conta di più è il primo ministro, il maestro di palazzo; quando nel 732 gli arabi si spingono verso il centro della Gallia, è Carlo Martello, il maestro di palazzo, a fermare l’invasione presso Poitiers. Alla sua morte gli succede alla carica il figlio Pipino, il quale si sente abbastanza forte da poter togliere di mezzo i re merovingi e attua un colpo di stato con l’appoggio anche del vescovo di Roma, che consacra Pipino con un nuovo rito che riveste il nuovo di un alone quasi sacro.

Dopo il forte papa Adriano I, viene eletto Leone III, una figura debole e molto chiacchierata, il quale fa l’errore di notificare subito la propria elezione a Carlo dichiarandosi così quasi un suo suddito; pochi mesi dopo c’è una congiura con il papa, il quale, però, riesce a fuggire e a trovar rifugio presso Carlo. I dignitari di Roma chiedono al re franco di giudicarlo in seguito a delle accuse di immoralità; dapprincipio Carlo si trova in una posizione scomoda in quanto non si sente in grado di poter giudicare un papa, ma d'altronde, l’impero d’Oriente si trova nella mani di una donna, Irene. Il re dei franchi si trova quindi costretto a giudicare e decide di istituire una commissione d’inchiesta cercando di insabbiare tutto, ma questo non è possibili poiché le colpe del papa sono evidenti.

Verso il Natale dell’800, Carlo scende a Roma e convoca un concilio in cui il papa giura di essere innocente e così viene prosciolto dalle accuse. Nella notte di Natale, Leone proclama Carlo imperatore.

Perché finisce il mondo antico?

Molti storici si sono posti questo problema. I primi hanno risposto per via delle invasioni, ma questa è un prospettiva semplicistica; un’altra ipotesi diceva che il mondo antico stesse già crollando per conto suo, ma in realtà questo non è vero perché il mondo antico non stava controllando ma cambiando ed era perfettamente in gradi di andare avanti..

A partire del ‘900 su è deciso di affrontare meglio l’argomento, il modo stesso di immaginare il mondo antico è cambiato; nell’800 esistevano 2 scuole sull’economia antica:  Buker pensava che l’umanità fosse sempre diretta al progresso e quindi non era possibile che l’economia antica fosse così sviluppata; a prevalere è, però, l’idea che il mondo antico fosse molto progredito e il sistema economico molto simile al capitalismo moderno. Ancora ai primi del ‘900 questa seconda ipotesi è prevalente (Weber, Rovstokzev), viene formulata l’idea che la storia procede per cicli, come ipotizzato da Meyer.

In questo contesto opera Pirenne in cui in un libro, intitolato Maometto e Carlo Magno afferma che il mondo antico non finisce con le invasioni barbariche, ma con quelle arabe, che spezzano l’unità del Mediterraneo portando ad una crisi che ha il suo culmine con l’età di Carlo Magno.

Questa tesi, vista oggi, non è più sostenibile date le nuove informazioni rese disponibili dall’archeologia medievale che al tempo di Pirenne non esisteva ancora; questa dimostra che non è vero che le invasioni germaniche non contano nulla, ma anzi queste arrivano in un mondo già indebolito producendo un calo delle importazioni, dunque il mondo antico è già in crisi prima delle invasioni barbariche. Pirenne sbaglia anche nel far coincidere il punto di massima crisi con Carlo Magno, infatti il denaro d’argento da lui fatto coniare è uno strumento commerciale che ha molta diffusione. Pirenne però ha avuto fortuna per 2 motivi:

  1. Ha individuato come causa della crisi l’indebolirsi degli scambi e dell’economia;
  2. Capisce che non c’è stato un taglio netto tra mondo antico e medioevo, ma appare come un struttura unitaria fino almeno al VII secolo: è la tarda antichità, età di cui Brown ha contribuito a fissarne le caratteristiche principali.

Oltre alla tesi di Pirenne, ce n’è un’altra che afferma che non c’è stata ma solo un lento cambiamento e l’impero di Carlo Magno non è sostanzialmente diverso da quello di Costantino (Dopsh), quest’idea può funzionare solo se non si immagina il mondo antico come avanzato e “moderno”, adottando, quindi, una versione primitivista (Finley)

Un gruppo di studiosi francesi, il più prestigioso dei quali è Durliat, afferma che non è vero che la tassa fondiaria e il sistema fiscale romano fossero stati aboliti nei regni barbarici, elaborando, quindi una teoria continuatista.

Queste tesi vengono ribaltate dalle evidenze archeologiche che hanno dimostrato quanto fossero complessi gli scambi nel mondo antico e come questi si siano indeboliti con il passare del tempo.

Si inizia a capire che nel dibattito storiografico si debbano accettare anche i suggerimenti provenienti anche da altri settori; per esempio, Polany, un antropologo, afferma che le economie cambiano con il cambiare della mentalità. Si scopre così che gli imperatori non battevano moneta per favorire i commerci, ma per esigenze statali, come pagare l’esercito, e poi facevano in modo che tutto l’oro messo in circolazione tornasse in mano allo stato; si capisce allora perché tutto comincia ad andare in crisi con le invasioni barbariche: non c’è più pressione statale che incentivi la produzione per poter pagare le tasse, inoltre i re barbari hanno molte meno possibilità di investire.

Elaborate queste teorie, Wicham va ad indagare sul territorio se il modello è valido; egli esamina tre zone esemplari (Tunisia, Italia e Gallia settentrionale) per dimostrare come il modello sia valido anche se cambiano i tempi e i fattori esterni. La Tunisia, conquistata dai Vandali in modo non particolarmente distruttivo, mostra fin da subito segni di declino che raggiunge il suo culmine con le invasioni arabe e questo perché era forte la spinta dello stato romano a produrre nella zona; in Gallia, pochissimo integrata nel sistema mediterraneo, presenta una produzione per lo più locale con poche importazioni e, infatti, quando prendono il potere i franchi, la Gallia non mostra segni di decadenza; in Italia è la guerra greco-gotica che incide fortemente sul declino.

In Oriente l’impero romano esiste ancora e nel V e VI secolo continua ad essere prospero fino all’arrivo degli arabi che strappano a Bisanzio più di metà dei territori, comprese le regioni più ricche, come l’Egitto; inoltre l’impero d’Oriente si ristruttura completamente, riorganizzando il territorio in temi, in base alle esigenze militari, senza badare più agli interessi delle città, e il comando della zona viene dato al comandante della guarnigione: tutto questo porta alla stessa decadenza che si ritrova nei territori d’Occidente.

Nell’epoca di Carlo Magno ricominciano a sorgere nuovi centri e scali commerciali, ma non più nel Mediterraneo, ma al nord, cosa che fa intuire come l’economia si sia ripresa nuovamente.

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