Resistenza e guerra civile in Italia: storia e caratteristiche

Resistenza e guerra civile in Italia: storia e caratteristiche A cura di Francesco Gallo.

Storia e caratteristiche della Resistenza italiana, il movimento politico e militare dei partigiani che si è opposto al nazifascismo

1Cos’è la Resistenza?

Partigiani del Partito d'azione durante la liberazione di Milano
Partigiani del Partito d'azione durante la liberazione di Milano — Fonte: getty-images

La Resistenza italiana — una delle più celebri e complesse in tutta Europa — fu una guerra civile e patriottica di liberazione nazionale dallo straniero, che unì comunisti, liberali, azionisti, democratici cristiani e anche monarchici. Per questo motivo ebbe una più marcata caratteristica di sollevazione popolare, perché coinvolse direttamente i cittadini. 

Nello stesso tempo, fu, per la maggioranza dei combattenti, lotta per una maggiore giustizia sociale, intesa come realizzazione del socialismo e anche del comunismo. Questo suo aspetto determinò una più convinta e partecipe adesione di ampi strati popolari, nelle fabbriche e nelle campagne, che ne hanno fatto l’unico movimento armato nazional-popolare della storia dell’Italia unitaria.

2La seconda guerra mondiale ed il 1942, l’inizio della crisi

Erwin Rommel a El Alamein
Erwin Rommel a El Alamein — Fonte: getty-images

L’8 aprile del 1942 sul periodico satirico «Marc’Aurelio» fu pubblicata una vignetta di Attalo (Gioacchino Colizzi) raffigurante un uomo che, tornando a casa e vedendola spogliata dai ladri, esclamava: «Dio sia lodato, la gallina non l’hanno rubata!». Il significato che si celava dietro l’ironico disegno era che ormai la popolazione, colta dalla fame dopo due anni di guerra, prestava più attenzione alla propria pancia che alle ultime vittorie di un esercito in disfacimento.

Le difficoltà della vita quotidiana avevano completato il distacco tra i fascisti e la grande maggioranza della popolazione. Il tenore di vita si ridusse drasticamente per gli operai e gli impiegati, ma calò anche per molti gruppi di borghesi, per i quali la sopravvivenza fu possibile grazie alla continua erosione dei risparmi e alla vendita di oggetti preziosi. Cosicché non fecero tanto scalpore le truppe guidate dal comandante Erwin Rommel mentre penetravano in Egitto fino a El Alamein.

Già nell’autunno di quello stesso anno, in seguito alla ritirata del corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR), finì anche il sogno degli italiani di avere come patria una grande potenza militare. Il 1942 può essere perciò considerato una data fortemente periodizzante nella storia d’Italia, il vero spartiacque tra la prima e la seconda metà del secolo, il momento in cui gli italiani, nella loro grande maggioranza, uscirono definitivamente dall’ubriacatura guerriera. Dopodiché gli avvenimenti si susseguirono molto rapidamente.

3L’Italia sotto le bombe, la Resistenza e la caduta di Mussolini

Bombardamento di Roma, 19 luglio 1943
Bombardamento di Roma, 19 luglio 1943 — Fonte: getty-images

Con l’inizio dei pesantissimi bombardamenti sulle grandi città dell’Italia settentrionale, per la maggior parte della popolazione il carattere della guerra cambiò improvvisamente. Per la prima volta la morte scendeva dal cielo e gli aviatori, che sganciavano le loro bombe sui civili, colpivano anche chi non combatteva, soprattutto i bambini.

Era una tattica, questa, il cui obiettivo non era solo quello di distruggere porti, stazioni ferroviarie e aeroporti, ma mirava a far accrescere lo smarrimento negli italiani e contribuire, in tal modo, a completare la distruzione del residuo consenso al fascismo. Missione compiuta. Proprio in quei giorni, mentre si camminava e si guardava con preoccupazione all’insù, dalle macerie delle città cominciò a germogliare l’antifascismo di massa.

Il 5 marzo 1943 all’interno degli stabilimenti della Fiat Mirafiori di Torino prese piede uno sciopero generale degli operai che in poco tempo si allargò a tutta la città e poi, nei giorni successivi, dal Piemonte raggiunse la vicina Lombardia. Le richieste avanzate dagli operai riguardavano un miglioramento delle condizioni di vita, ma lo sciopero in sé assumeva anche un indubbio significato politico antifascista e apriva la strada ad un rafforzamento della presenza clandestina dei comunisti nelle fabbriche del Nord

Anche per questo motivo, ancora oggi questo episodio è visto come la prima, seria spallata al regime. Il mito di Mussolini, che stava sempre più portando il Paese alla rovina, si era di colpo rovesciato in anti-mito. Anche Vittorio Emanuele III, a luglio, rivelò al suo aiutante di campo di avere assunto una posizione precisa: «Ormai il regime non va più, bisogna cambiare a tutti i costi».

Pietro Badoglio succedette a Mussolini al governo dell'Italia
Pietro Badoglio succedette a Mussolini al governo dell'Italia — Fonte: ansa

La spiegazione di questo repentino cambio di rotta è da ricondurre a ciò che era accaduto il giorno precedente, il 19 luglio. Roma era stata bombardata e il re per la prima volta era stato sfiorato fisicamente dalla guerra. 

Tra l’attacco aereo su Roma e la decisione definitiva di abbandonare Mussolini passarono solo alcune ore. La mattina del 25 luglio Mussolini si recò a Palazzo Venezia perché convocato dal re. Non credeva che Vittorio Emanuele III lo avrebbe abbandonato e sperava di trovare con lui una soluzione che gli consentisse di restare al centro del gioco politico, in un nuovo governo o anche fuori di esso. 

Quanto al re, sembra che decise di dare avvio alla completa rottura con il fascismo solo all’ultimo momento, quando fece arrestare il Duce dai carabinieri. Già qualche ora prima aveva nominato capo del governo il generale Pietro Badoglio.  

Le spontanee dimostrazioni di gioia che scoppiarono in tutto il Paese alla notizia della caduta di Mussolini ebbero solo episodicamente un carattere violento. La violenza si sfogò soprattutto nella distruzione di simboli di marmo e di pietra. Per quanto fossero ancora relativamente numerosi, come avrebbero mostrato di lì a poco le vicende della Repubblica sociale italiana, i fascisti scomparvero dalla scena politica, repentinamente e ingloriosamente. Nel cuore degli italiani ora c’era solo la voglia di pace, ma l’uscita dal conflitto si sarebbe rivelata più tragica del conflitto stesso. 

4La Resistenza a Sud e Nord: l’Italia divisa

Tra i partigiani non era raro che si arruolassero anche degli insegnanti, come questa donna (gennaio 1944)
Tra i partigiani non era raro che si arruolassero anche degli insegnanti, come questa donna (gennaio 1944) — Fonte: getty-images

Dopo l’8 settembre del 1943 l’Italia rimase separata in due distinte zone geografiche: il cosiddetto “Regno del Sud”, dove esisteva il governo costituzionalmente legittimo con a capo Badoglio, e la Repubblica Sociale Italiana (RSI), fondata da Mussolini, dopo essere stato liberato dalla prigionia di Campo Imperatore, sul Gran Sasso.

Nell’Italia meridionale gli scontri isolati di alcuni reparti dell’esercito tedesco in ritirata non avevano avuto i caratteri di una vera e propria Resistenza. Tuttavia, fu esemplare, a questo riguardo, l’episodio delle Quattro Giornate di Napoli. Successivamente, la formazione dei locali Comitati di Liberazione Nazionale non avvenne sul fondamento di un consenso popolare — come invece vedremo accadere nel Nord — ma fu più che altro un’operazione di vertice: ne facevano parte i rappresentanti della Dc, del Psi, del Pci e della Democrazia del Lavoro.  

Da questo momento in poi, al Sud, la politica incontrò il pressoché totale disinteresse della popolazione cittadina, occupata nella non facile impresa di sopravvivere. Nel frattempo, dopo la svolta di Salerno” voluta da Togliatti e con l’occupazione angloamericana di Roma — dove gli angloamericani entrarono il 4 giugno 1944 — la vita politica del Regno del Sud si normalizzò. A Badoglio succedette Ivanoe Bonomi, chiamato a presiedere un nuovo governo di unità nazionale. Ma la nascente Resistenza non fece altro che allargare le differenze tra Nord e Sud

5“Bella ciao”: la Resistenza al Nord

La Resistenza dei partigiani, sia nelle montagne che nei centri abitati, poteva contare sul sostegno di una popolazione stanca del fascismo
La Resistenza dei partigiani, sia nelle montagne che nei centri abitati, poteva contare sul sostegno di una popolazione stanca del fascismo — Fonte: ansa

Dopo i numerosi scioperi nelle fabbriche in Piemonte e in Lombardia, a quasi un mese esatto dagli avvenimenti dell’8 settembre, il 5 ottobre «l’Unità» titolava: «Guerra contro l’aggressione nazista. Guerra civile contro i fascisti suoi alleati; lotta politica contro le forze reazionarie». Da quel momento in poi, la resistenza passiva si armò di pistole e fucili con l’ampio sostegno della grande maggioranza della popolazione che, da lì in poi, diede ai partigiani la sicurezza di potersi muovere sul territorio con pochi rischi di essere denunciati. Perché solo con l'appoggio della popolazione civile i resistenti potevano muoversi, nascondersi e trovare supporto nelle regioni occupate dai nazifascisti.

Ad ingrossare le fila delle truppe partigiane c’erano combattenti di diverso orientamento politico. Dalle figure carismatiche dell'antifascismo ad ex militari pentiti di aver servito l’esercito; da giovani ragazzi a donne di tutte le classi sociali. Non un vero e proprio esercito regolare, benché strutturato in divisioni e comandi, ma più che altro una realtà combattente in cui era fondamentale il rapporto con il territorio, che fossero le montagne o le strade e le fabbriche delle città.

Italo Calvino fu partigiano nella Brigata Garibaldi. Il suo nome di battaglia era "Santiago". Parlò sempre poco di questa esperienza per evitare la retorica, ma la raccontò attraverso le sue storie.
Italo Calvino fu partigiano nella Brigata Garibaldi. Il suo nome di battaglia era "Santiago". Parlò sempre poco di questa esperienza per evitare la retorica, ma la raccontò attraverso le sue storie. — Fonte: ansa

Le maggiori associazioni di combattenti partigiani ebbero come nomi quello delle brigate: “Garibaldi", "Matteotti", “Mazzini”, ma anche "Giustizia e Libertà”, "Gruppi di Azione Patriottica” (GAP), “Squadre di Azione patriottica” (SAP),  “Gruppi di Difesa della Donna” (GDD) e il “Fronte della Gioventù” (FdG). Si muovevano e agivano soprattutto lontano dai centri abitati, con attacchi improvvisi ai reparti tedeschi, azioni di sabotaggio e disturbo, ma anche con dei veri e propri attentati contro militari tedeschi o della Repubblica di Salò. 

Ecco perché, sin dall’inizio, la Resistenza fu anche guerra civile, perché fu combattuta anche tra italiani di diversi schieramenti politici. Spietate, in tal senso, furono le rappresaglie, soprattutto quella delle Fosse Ardeatine dove morirono 335 italiani, in una proporzione di 10 a 1 dopo la morte di 33 militari tedeschi.  A Roma, le SS di Herbert Kappler fucileranno 335 ostaggi, prelevati dal carcere di Via Tasso e da Regina Coeli, massacrati all'interno di alcune cave di pozzolana sulla via Ardeatina.

Intanto i nazifascisti avevano avviato le deportazioni in massa degli ebrei, come quella del Ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, quando più di mille persone furono rastrellate. Solo sedici di loro torneranno dai campi di concentramento.    

Dopo venti mesi di dura resistenza, sul finire di aprile del 1945, cominciò la ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendere le città ben prima dell’arrivo delle truppe angloamericane che avanzavano da Sud.  

Nel frattempo, la fuga di Mussolini da Milano fu ingloriosa come quella del re a Pescara. La sua cattura — mentre cercava di rifugiarsi in Svizzera — e la successiva fucilazione a Dongo suggelleranno la fine della guerra di Liberazione propriamente detta. 

Venti mesi, quindi: quelli la cui spinta e anche il cui ricordo non saranno pienamente realizzati negli anni a venire, con il rammarico di molti combattenti di allora. Ma ne resta, oltre alla prima e probabilmente unica presa di coscienza del popolo italiano contro una lunga dittatura, una guerra perduta e una conseguente occupazione sanguinosa, l'eredità di quel senso di comunità e di bene comune che sarà trasferito poi nella Carta Costituente

Non avevamo coraggio. La verità è che eravamo incoscienti.

Vittore Branca