Rabbia d’amore, la follia di Orlando e la strategia folle di Medea

La fine di una storia d’amore può portare con sé una grande rabbia. Ma si può imparare molto dai classici della letteratura che, come in uno specchio, ci mostrano una realtà che è quella che viviamo tutti. E possono aiutarci a trovare la strada verso la comprensione e la salvezza
Rabbia d’amore, la follia di Orlando e la strategia folle di Medea
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1Orlando il furioso e la rabbia dell’amore non corrisposto

Orlando furioso, illustrazione di Gustave Dore.
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Andiamo subito al dunque e lo faremo partendo da una prospettiva maschile: il dolore più grande di tutti, persino del lutto di una persona cara, dice Ariosto (e non solo lui), cioè la delusione amorosa. La storia di Orlando è esemplare perché perde il lume della ragione per la bella Angelica.  

Orlando commette un errore ben preciso: ama l’idea di lei e ciò che essa rappresenta per lui. Angelica è in qualche modo funzionale ad Orlando per dargli il suo posto nel mondo: un eroe senza macchia, il vincitore assoluto in ogni campo. Le cose però non si mettono bene e Angelica non solo gli sfugge ma incontra il suo vero amore, Medoro, e tra i due c’è subito qualcosa di magico, di poderoso, che si concretizza anche fisicamente e non solo idealmente. 

Orlando furioso, illustrato da Gustave Doré.
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Quando Orlando lo scopre, cerca innanzitutto di fare finta di non capire; nega la verità; vuole e non vuole sapere al tempo stesso cosa sia accaduto tra i due. Infine capisce l’amara verità e resta inerte di sasso «al sasso indifferente». Poi la rabbia tenta di uscire come acqua da un vaso con il collo troppo stretto messo di colpo sottosopra. Si imbottiglia, appunto, per poi esplodere, rompere tutto, in modo devastante. 

La reazione di Orlando ha due fasi dunque: nella prima resta inerte; nella seconda si spoglia e comincia a distruggere tutto ciò che incontra. La fase distruttiva è molto pericolosa perché può rivolgersi su sé stessi ma anche sugli altri. In molti casi proprio sulla persona che si ama e da cui non si è riamati, come vediamo accadere tante volte nelle notizie di cronaca, nei femminicidi.  

2Morire d’amore?

Diamo la parola a Cesare Pavese in uno dei suoi aforismi più celebri: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte» (da Il mestiere di vivere). 

Rabbia insostenibile.
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Dunque: non (ci) si uccide per amore di una donna… ma perché davanti al fallimento amoroso proviamo una rabbia insostenibile e questo, credo, perché Eros è figlio dell’abbondanza e della privazione (Pòros e Penìa) e quindi ci dà l’idea di ciò che potremmo essere (o che vorremmo) e ciò che siamo (o che non siamo ancora). Infatti: 

«Il Simposio ci mostra l’amore scalzo, povero, che non riesce ad accontentarsi di ciò che ha, perché colmato un vuoto se ne genera un altro, così all’infinito. La natura umana forse è di per sé insoddisfatta, come se ognuno di noi si sentisse diviso a metà, ma rispetto a ciò che dice Aristofane, nemmeno trovare l’altra metà può soddisfarci perché rimarranno sempre e comunque le cicatrici del passato» (dall’articolo di Sara Foraggio su Lacooltura). 

3«Uomini senza donne» di Haruki Murakami

Haruki Murakami, noto scrittore giapponese.
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In uno dei racconti di Uomini senza donne di Haruki Murakami, un medico si innamora perdutamente di una donna. Lui è un latin lover seriale e ha tante partner con cui condivide una grande intimità (tra cui il sesso, ovviamente), ma non si innamora mai: è il confine oltre il quale non vuole spingersi. Dunque si innamora, ed è la prima volta che gli accade davvero, e si fida di lei. Lei però lo usa per andare dal suo vero amore. Lui si lascia morire di sfinimento. Un finale terribile.  

Può davvero essere un sentimento così difficile da gestire? Evidentemente sì. Per questo dobbiamo essere molto attenti ai meccanismi psicologici che vengono toccati in una relazione e se ci si trova in una relazione tossica bisogna chiedere immediatamente aiuto. Non solo agli amici, soprattutto alle persone competenti, cioè agli psicologi che possono chiarirti meglio cosa ti sta accadendo. Anche la letteratura con i suoi esempi ci aiuta a riflettere e a capire meglio (come abbiamo già detto in un'altra dispensa). 

4Andiamo nel dettaglio della reazione di Orlando

Orlando furioso: La frenesia di Orlando: incisione di Filippo Pistrucci.
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Torniamo ad Ariosto e alla sua reazione è violenta e distruttiva, dissennata. Ragioniamo su questo aspetto: perdere il senno, arrivare a comportarsi come dei pazzi. Mi ricordo spesso di un mio amico ridotto in uno stato pessimo per amore. Non solo ha distrutto sé stesso (bevendo, fumando, drogandosi, mangiando a sfondarsi), ma rischiava di fare del male anche a chi gli era accanto (purtroppo una sera causò un brutto incidente con la macchina, perché guidava visibilmente alterato). Questo è Orlando che si distrugge e distrugge gli altri.

Naturalmente è successo anche a me di toccare il fondo e ammetto che riprendersi è stata una delle cose più difficili della mia vita, almeno finora. Nel romanzo Un amore di Dino Buzzati ho trovato descritta proprio quella sensazione di rabbia dolorosa nel petto. Leggiamo che dice e proviamo anche ad analizzarlo (vedi bene i commenti).  

4.1La rabbia dolorosa di “Un amore” di Buzzati

La rabbia dolorosa di Un amore di Dino Buzzati
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«D’improvviso si rende conto di quello che forse sapeva già ma finora non ha mai voluto crederci. Come chi da tempo avverte i sintomi inconfondibili di un male orrendo ma ostinatamente riesce a interpretarli in modo da poter continuare la vita come prima ma viene il momento che, per la violenza del dolore, egli si arrende e la verità gli appare dinanzi limpida e atroce e allora tutto della vita repentinamente cambia senso e le cose più care si allontanano diventando straniere, vacue e repulsive, e inutilmente l’uomo cerca intorno qualcosa a cui attaccarsi per sperare, egli è completamente disarmato e solo, nulla esiste oltre la malattia che lo divora, è qui se mai l'unico suo scampo, di riuscire a liberarsi, oppure di sopportarla almeno, di tenerla a bada, di resistere fino a che l'infezione col tempo esaurisca il suo furore. Ma dall'istante della rivelazione egli si sente trascinare giù verso un buio mai immaginato se non per gli altri e d'ora in ora va precipitando». (Dino Buzzati, Un amore, 1963)  

4.2La perdita di senso

La perdita di senso.
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Sia Orlando sia Antonio Dorigo sperimentano la perdita totale di senso; infatti entrambi hanno raccontato a sé stessi mucchi di bugie paranoiche, cadute come un castello di carte davanti all'evidenza. A molte persone può capitare di essersi sentiti come Orlando e provare quella violenza dentro che vuole sgorgare senza sapere bene come gestirla. 

Come ne La volpe e l’uva, quando non riusciamo ad arrivare a ciò che desideriamo, lo disprezziamo e, nei casi peggiori, lo distruggiamo. In amore siamo soliti ripeterci (lo diciamo anche ai nostri amici per consolarli): «Non ti merita per niente quella persona, lasciala perdere» e magari ci aggiungiamo anche qualche bella offesa.  

5Morire d’amore… ma anche no!

Una band di tanti anni fa cantava questa canzone (Neri per caso, Le ragazze, 1995): 

Le ragazze decidono il destino dei loro amori
I ragazzi s'illudono, ma non contano un gran che
Quando ti sorridono è probabile che sia un sì
Ma quando si allontanano è no, e tu
Ci devi stare, inutile sperare
Di recuperare se hanno detto no
Meglio sparire, non telefonare
Per sentirsi dire un'altra volta no
Come se non t'importasse più
Senza farti mai vedere giù
Si può amare da morire
Ma morire d'amore no 

Il coraggio di guardarsi intorno e di andare avanti.
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Nella sua semplicità questo testo ci dice molto. Bisogna avere il coraggio di tagliare e tornare a guardarsi intorno, prendendo atto del fallimento. È evidente che per i ragazzi è più difficile per una serie di ragioni che sembrano a volte sciocche e a volte ovvie, ma che in qualche modo ci sembra di conoscere. Credo dipenda in gran parte dal tipo di educazione sentimentale che i ragazzi ricevono, ma questa risposta non mi soddisfa del tutto. 

Come dice Murakami, forse le donne regalano all’uomo proprio quella promessa di immortalità, di infinito, cui ogni uomo anela. La donna ha già in sé il segreto della vita e della morte: «donna mistero senza fine bello», come scrisse Gozzano della «quasi brutta» Signorina Felicita

6Clitemnestra e Medea: la vendetta diretta e quella trasversale della donna

De rerum natura di Tito Lucrezio Caro.
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Non sono un esperto del fallimento amoroso nella prospettiva femminile, per cui devo appoggiarmi a due storie prese dalla mitologia greca. Clitemnestra è la moglie di Agamennone, il quale per propiziare l’invasione greca di Troia, sacrifica la sua unica figlia, Ifigenia. Il mito è stato rappresentato molte volte sia nelle tragedie sia nel poema di Lucrezio, De rerum natura, in uno dei suoi passi più commoventi. 

Agamennone torna infine da Troia e Clitemnestra ha aspettato per dieci anni di vendicarsi. Ha covato quella rabbia, ma intanto ha ricostruito la sua vita con Egisto, e quando ha l’occasione di uccidere, lo fa senza pietà alcuna. In questo mito vedo un approccio diverso del mondo femminile. 

Se negli uomini mi sembra dominare la rabbia, nelle donne della letteratura è più facile trovare la strategia, che è manifestazione di una cattiveria radicale e profonda. Si vede meglio nella figura di Medea la quale, abbandonata da Giasone, non esita ad uccidere i figli negando – guarda guarda – proprio la discendenza, l’eternità, la sua vita dopo la morte perché i figli sono una sorta di resurrezione laica in fondo. 

6.1La strategia della vendetta

Medea: dipinto di R. Willis Maddox.
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La vendetta di Medea è quindi trasversale, non diretta, e quindi più strategica: va a colpire quella che potremmo definire la sicurezza dell’uomo, facendogli terra bruciata intorno. È un tipo di reazione a mio avviso ugualmente brutale e di cui si possono vedere le tracce anche nel mondo contemporaneo, soprattutto nelle cause di divorzio: d’altronde il fatto stesso che le donne mantengano la custodia dei figli nella quasi totalità dei casi fa sì che la figura di Medea torni ad aleggiare in senso simbolico poiché il padre finisce col perdere il suo status di padre poiché passa molto meno tempo con i figli; infatti quasi sempre l’iter giuridico della separazione privilegia le madri

Oltre a questo ci sarebbe anche il discorso economico, che vede molti uomini divorziati finire sulla soglia della povertà, senza casa e con buona parte dello stipendio da dare per gli alimenti. Argomento davvero spinoso e sempre al centro del dibattito giuridico, ma andremmo ad impelagarci in questioni giuridiche che non è il caso di affrontare qui

6.2Didone abbandonata: la maledizione della felicità altrui

Didone abbandonata vede allontanarsi le navi troiane.
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Didone rompe fede al patto che la lega al defunto marito Sicheo e si unisce ad Enea, figlio di Venere e di Anchise, futuro fondatore della stirpe romana. A mio avviso rappresenta sia una prospettiva maschile, sia femminile della reazione all’abbandono.

Nell’Eneide di Virgilio, Didone si toglie la vita con un rituale tanto macabro quanto spettacolare, di fatto con un rito di magia nera (prende infatti degli oggetti appartenuti ad Enea da bruciare insieme a lei nel rogo sacrificale e si toglie la vita con la spada di Enea). Insomma spera con tutta sé stessa che la sventura si abbatterà sull’amato che l’ha tradita; spera che tutto da quel momento in poi gli andrà male e che addirittura sorgerà un vendicatore terribile del suo onore.  

Raffigurazione di Didone.
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Razionalizzando, possiamo dire che una rabbia totalizzante è quella che nasce dal vedere la felicità di chi ci ha lasciato, come se non se la meritasse: la presunzione è quella che lui (o lei) deve o dovrà soffrire almeno quanto noi abbiamo sofferto per lui o per lei. Questa speranza diventa spesso un tormento che avvelena l’anima nel rancore e che può spingere a gesti anche meschini. 

Accidenti quanto è difficile lasciar perdere, lasciare andare, vivere con libertà anche l’abbandono, applicare la filosofia del chissenefrega, perché nelle relazioni – Catullo ce lo insegna – applichiamo un foedus, un codice di correttezza, un vero e proprio patto che riteniamo sacro e che non deve essere violato. Quando viene violato, non riusciamo a tollerarlo quasi mai pacificamente.

7Fallire o riuscire in amore

Siamo alle conclusioni. Dobbiamo intanto capire alcune cose: 

  1. il dolore amoroso è davvero uno dei più forti che si può provare e non ci si può fare molto; spesso abbiamo reazione molto dure nei nostri confronti e verso gli altri. Ma…
  2. non è distruggendo le cose intorno a noi che otteniamo qualcosa, non serve fare i capricci per ottenere la persona che amiamo – perché quella persona è libera, totalmente libera e indipendente da noi;
  3. gli amici sono fondamentali (è il pragmatico Astolfo che recupera il senno di Orlando, infatti) perché possono aiutarci a capire meglio ciò che sta succedendo con il loro paziente ascolto;
  4. fallire in amore non è una vergogna anche se è difficile crederci perché può capitare a tutti e non ci sono né meriti né demeriti. Essere violenti nella reazione è purtroppo molto facile perché ci riteniamo offesi, feriti nell’onore, ma anche nel vincolo che si era creato e che è stato disatteso.
  5. Davanti all’amore non corrisposto è facile ammalarsi di desiderio, idealizzando una persona che non esiste, creandone il fantasma che abita ogni nostra solitudine, un fantasma che ci impedisce di aprire il cuore a chi magari abbiamo vicino, che già ci ama, e a cui non diamo una concreta possibilità di amarci davvero.

8Riflessione finale

E quindi non ci sono particolari meriti nell’avere incontrato la persona giusta, quella con cui riusciamo ad andare avanti ogni giorno tra crisi e periodi d’oro. Credo che la fatalità giochi un ruolo importante, ma anche la scelta, il saper capire volta per volta chi abbiamo davanti e il modo in cui, come le sacerdotesse vestali, alimentiamo il focolare della nostra relazione. Inoltre – e su questo devi fare attenzione, molta attenzione – ci sono proprio degli incroci di personalità piuttosto pericolosi. Ma chiudiamo con il sorriso. Ti lascio con un mio racconto di una passeggiata tra due innamorati. Sarà un po’ melenso, ma ogni tanto ci vuole anche quello. 

8.1Occhi belli - Vincenzo Lisciani Petrini

Racconto Occhi belli.
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Occhi belli, (da Il breve sogno, Scheda editore 2012):    

Tutto il Corso si era riempito e illuminato forse come non mai, e sembrava incantato almeno a me e, si capirà, ero felicissimo perché ero finalmente in vacanza, il 23 di dicembre, un freddolino meraviglioso, il cielo terso, ero a passeggiare con Occhi Belli, e avevo come l’impressione meravigliosa che non sarei mai morto, che sarei sempre stato un immortale in tale felicità e questa speranza (quale che fosse e perché venisse non importava) mi dava una forza sovrumana e mi faceva sentire Dio mentre mi avvicinavo a toccare il freddo proprio sul viso di Occhi Belli, il mio amore, il mio bene, anche se sapevo che quel freddo, una volta toccato, mi avrebbe già dato l’impressione di dover lasciare tutto di questo mondo e mi avrebbe inchiodato in quel momento come qualcosa che non avrei più riavuto costringendomi solo in seguito a capire e ricordare, perché poi, si sa, la vita scorre incessantemente e sarebbe stato utile vivere al meglio senza voltarsi indietro o guardarsi troppo avanti e mentre pensavo a queste cose, camminando controvento con Occhi Belli tutta intabarrata nel suo cappottino blu, mi pareva però di essere comunque un ragazzo bello e fortunato e che anche il fatto di essere vicino a Occhi Belli (pur sapendo di dover lasciare tutto) facesse parte di un destino già scritto come sugli oroscopi della radio alle sei di mattina o sulle bustine dello zucchero: allora tanto più mi dicevo che un ordine meraviglioso dovesse avvincere tutto del Creato e non avevo voglia di essere infelice anche perché Occhi Belli mi guardava con un amore, che Dio solo lo sa, pareva volesse darmi la vita e che io fossi davvero la sua vita e allora non avevo motivo in mezzo a quel procedere di gente, né tantomeno diritto, di lamentarmi, sì, e che poi mi piaceva troppo quando Occhi Belli mi chiedeva cosa stai pensando perché tu pensi sempre a qualcosa e non mi dici mai niente…   

E io, magari, volevo anche risponderle, ma prima mi piaceva solo stringerla e darle un bacio vicino alle labbra e forse poi dirle che non stavo pensando a niente, tanto penso sempre alle stesse cose e tu lo sai, le dicevo invece “a niente”, e lei, magari, prima faceva finta di nulla poi di colpo tornava alla carica e mi ordinava con cipiglio: no dimmi a cosa stai pensando, diceva, io so che tu stai pensando a qualcosa, a qualcosa che non vuoi dirmi e tutta la nostra vita è il fatto che tu non voglia mai dirmi tutto mentre io ti dico sempre tutto di quello che penso per cui a cosa stai pensando dovresti dirlo ora che stiamo qui e per questo camminiamo in questa luce che non sa finire e siamo come a pattinare sul ghiaccio e potremmo scivolare tanto è bello stare qui in questa luce che sembra davvero ghiaccio azzurro bianco luce…   

Perciò cercavo qualche parola da dirle e pensavo che non potevo dirle a cosa stessi pensando e al fatto che esista sempre un problema dietro le cose, un nodo che non sappiamo leggere, un segno che lascia aperti tutti i significati e che intanto noi, di tutta risposta e inconfutabilmente, eravamo ancora lì a camminare nella luce color del ghiaccio come due innamorati alle prime armi e che tutto questo doveva comunque avere un significato e se non ce l’avesse avuto, be’, perdiana, allora sì che sarebbe stato anche questo parte di un problema e, a ben pensarci, era proprio così ed era un problema non da poco, difficilissimo da risolvere, e che il fatto di volersi bene rappresentava una sorta di dramma già scritto.   

Mi resi conto perfettamente che tutte queste cose non si potevano dire a una persona cui si vuole bene ed è proprio questo il mistero di voler bene a qualcuno, di amarlo e di confessargli tutta la propria solenne risposta alla vita, che è rispondere soprattutto a lei; ed è per questo che, infine, dopo il lungo silenzio, volevo dirle che alla fine mica importava più di tanto ottenere il significato di ogni cosa, l’importante era che si continuasse a camminare nella luce fianco a fianco, stringendosi bene perché il freddo e il buio fanno morire prima e che contava amarsi con ogni forza e, soprattutto, con il perdono, cosa più importante di tutte… e, comunque, le risposi di stare tranquilla e che si preoccupasse di camminare fianco a fianco perché fa freddo ed è bello scaldarsi insieme e pattinare in questa luce che sembra il ghiaccio e che, Dio solo lo sa, le voglio davvero bene più che a me…   

E Occhi Belli mi guardava, mi guardava con i suoi occhi verdi e intensi e questo mi rendeva felice, anche se il mondo restava il problema che era e io, nonostante volessi, non ci avevo ancora posto nessuna soluzione e, pur senza intenzione di farlo, continuavo a pensarci mentre camminavamo pattinando nella luce che sembrava di ghiaccio mentre Occhi Belli rideva dentro la sua sciarpa e io mi avvicinavo vicino al suo orecchio infreddolito lasciando che la sua sciarpa rosa mi pizzicasse il mento, e mi avvicinavo e le sussurravo con la voce di chi scherza ti amo piccola.