Questione palestinese: storia e significato del conflitto tra israeliani e palestinesi

Questione palestinese: storia e significato del conflitto tra israeliani e palestinesi A cura di Francesco Gallo.

Cos’è la questione palestinese? Storia del conflitto tra arabi e israeliani nato nel 1948 dopo l’occupazione di Israele dei territori palestinesi

1La questione palestinese negli anni tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale

Circa 1990. Un vecchio palestinese soffre per la perdita della sua terra, confiscata dai coloni israeliani durante il conflitto israelo-palestinese.
Circa 1990. Un vecchio palestinese soffre per la perdita della sua terra, confiscata dai coloni israeliani durante il conflitto israelo-palestinese. — Fonte: getty-images

La guerra contro l’impero ottomano fu condotta dagli alleati in Palestina e in Mesopotamia. Per gli inglesi, che già occupavano l’Egitto, era vitale conservare il controllo sul Canale di Suez, estendendolo sulla Palestina, mentre il controllo della Mesopotamia era necessario per proteggere i pozzi di petrolio in Persia e per difendere l’India. Nel settembre 1915, le truppe britanniche, formate in gran parte da indiani, occuparono Bassora, mirando a Bagdad, ma incontrarono una forte resistenza turca presso la città di Kut.  

La guerra contro i turchi in Medio Oriente fu poi ripresa nel giugno del 1916 con la rivolta araba iniziata dallo Sharif della Mecca Hussein ibn Ali contro l’impero ottomano, dopo accordi segreti con gli inglesi, che gli fecero credere di assecondare la nascita di un grande Stato arabo indipendente. I figli di Hussein, Abdullah e Faysal, furono coadiuvati da alcuni consiglieri britannici, fra i quali il capitano Thomas E. Lawrence, che divenne poi famoso con l’appellativo di Lawrence d’Arabia.

Nel luglio 1917, gli arabi occuparono il porto di Aqaba sul Mar Rosso, mentre l’offensiva di Allenby portò alla conquista di Gerusalemme in Palestina, il 9 dicembre 1917.   

In quel giorni la Palestina si ritrovò al centro della questione israeliana. Il Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour aveva inviato a Lord Lionel Walter Rothschild (banchiere svizzero e attivista sionista), membro del movimento sionista inglese, una lettera in cui si impegnava a mettere a disposizione del movimento sionista dei territori in Palestina per costituire un focolare nazionale. Era la famosa Dichiarazione di Balfour.  

1.1Scontri per il mandato palestinese e la rivolta del 1936

Haj Amin Al Husseini (1893 - 1974), il Gran Mufti della Palestina responsabile dell'incitamento alla violenza antisemita durante le rivolte del 1936.
Haj Amin Al Husseini (1893 - 1974), il Gran Mufti della Palestina responsabile dell'incitamento alla violenza antisemita durante le rivolte del 1936. — Fonte: getty-images

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, la Palestina fu affidata in mandato alla Gran Bretagna e nel territorio palestinese venne inclusa la regione desertica fra il Mar Morto e il Golfo di ‛Aqaba. Lungo il Mediterraneo i confini palestinesi furono segnati a Sud di Gaza dalla frontiera tradizionale con l’Egitto e a Nord di San Giovanni d’Acri da quella con il mandato francese del Libano. 

Nonostante il pensiero democratico di fondo, basato anche sul principio di autodeterminazione tanto voluto da Woodrow Wilson, i Mandati erano per lo più visti come delle colonie de facto. Vennero poi divisi in tre diversi gruppi a seconda del livello di sviluppo conseguito da ciascuna popolazione locale. La Palestina entrò a far parte dei cosiddetti mandati di classe A, ovverosia quelli che riguardavano le aree precedentemente controllate dall’Impero ottomano che si ritenevano avessero «raggiunto uno stadio di sviluppo in cui la loro esistenza come Nazioni indipendenti poteva essere riconosciuta». 

La storia della Palestina fu da quel momento in poi caratterizzata da divisioni, discordie, da episodi di violenza e di reciproca intolleranza. Queste drammatiche tensioni, entrate a pieno titolo in quella che viene definita questione palestinese, sfociarono in diverse rivolte. 

Nel biennio 1920-21 gli arabi cominciarono a manifestare il proprio dissenso, non solo per il problema dell’occupazione territoriale, ma soprattutto per la presenza religiosa sciita. La maggior parte del mondo islamico, infatti, era ed è di fede sunnita, e si differenzia dalla comunità sciita per la questione della successione alla guida della comunità islamica: i sunniti erano convinti che alla propria guida potesse accedere un qualunque musulmano, purché dotato di buona moralità, di sufficiente dottrina e sano di corpo e di mente; gli sciiti, invece, pretendevano che la guida della comunità islamica dovesse essere riservata alla discendenza del profeta.

Il 19 aprile 1936 scoppiò la Grande rivolta araba, una ribellione che si allargò all’intero Paese. Solo dopo sei mesi, nell’ottobre del 1936, la violenza diminuì per circa un anno, finché nel 1937 la Commissione Peel deliberò di raccomandare la spartizione della Palestina fra ebrei e arabi, con un cambiamento rispetto alla linea politica fino ad allora seguita dai governi britannici. I palestinesi, che erano la maggioranza nella regione, rifiutarono la decisione Peel. Uno dei motivi principali del rifiuto era che questa operazione calata dall’alto avrebbe comportato il trasferimento dei circa 225.000 arabi presenti nel territorio assegnato agli ebrei.

2La Risoluzione 181 e la creazione di un unico Stato

Rifugiati palestinesi evacuati verso Gaza con tutti i loro beni, sotto la supervisione dall'ONU.
Rifugiati palestinesi evacuati verso Gaza con tutti i loro beni, sotto la supervisione dall'ONU. — Fonte: getty-images

Con la fine del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti si ritrovarono all’interno della commissione per la risoluzione del problema della ripartizione della Palestina. Il loro interesse nel redimere la questione rientrava all’interno delle nuove logiche di politica internazionale, sorte in seno allo scoppio della Guerra fredda, per la volontà britannica di rimettere il mandato britannico alle Nazioni Unite e anche perché la zona era ricca di giacimenti di petrolio.  

L’ONU considerò due opzioni. La prima era la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo indipendenti, con la città di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale (sulla falsariga del piano di spartizione proposto nel 1937 dalla Commissione Peel). La seconda, chiamata Risoluzione 181, consisteva nella creazione di un unico Stato, di tipo federale, che avrebbe compreso sia uno Stato ebraico, sia uno Stato arabo.

La risoluzione però, invece di preparare la pace, fu la premessa della guerra. La gran maggioranza degli arabi che vivevano in Palestina e la totalità degli Stati arabi già indipendenti respinsero il Piano. Da principio essi rifiutarono qualsiasi divisione della Palestina mandataria, e reclamarono il paese intero. 

In seguito alla dichiarazione d’indipendenza israeliana del 14 maggio, gli eserciti arabi invasero la Palestina. Le ostilità terminarono solo il 25 gennaio del 1949, con una chiara vittoria israeliana. I palestinesi rimanevano non solo senza Stato ma anche in larga maggioranza senza casa: iniziava qui il problema dei profughi. Una catastrofe che portò alla diaspora di un milione di palestinesi che a quel punto alimentarono il “mito del ritorno”. 

3La questione palestinese e il massacro di Monaco

Monaco 1972: due atleti vengono scortati da poliziotti nel villaggio olimpico, dopo l'attentato costato la vita a 17 persone.
Monaco 1972: due atleti vengono scortati da poliziotti nel villaggio olimpico, dopo l'attentato costato la vita a 17 persone. — Fonte: ansa

La questione palestinese ebbe un risvolto sanguinoso fuori dal territorio nazionale in occasione dei giochi olimpici del 1972. Dopo la Guerra dei sei giorni, il 5 settembre 1972, alle 4 del mattino, otto membri di Settembre nero, un movimento affiliato all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, entrarono senza troppe difficoltà nel villaggio olimpico di Monaco di Baviera, città dove si stavano tenendo le Olimpiadi.  

Aiutati a scavalcare la recinzione da un gruppo di atleti americani che avevano bevuto e non si resero conto di quello che stavano facendo, i terroristi fecero irruzione nella palazzina degli atleti israeliani: ne uccisero subito due (Moshe Weinberg, allenatore di lotta greco-romana, e Yossef Romano, specializzato nel sollevamento pesi, che avevano tentato di fermarli) e ne sequestrarono altri nove.

Alle 5 del mattino iniziarono le trattative. I terroristi, con due fogli di carta lanciati dal balcone e raccolti da un poliziotto tedesco, chiesero la liberazione di 234 palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane e di due terroristi tedeschi, e pretesero tre aerei per lasciare la Germania. Nel frattempo, il cancelliere tedesco Willy Brandt aveva preso contatti con il primo ministro israeliano Golda Meir, la quale si oppose a qualsiasi tipo di trattativa e offrì semplicemente di inviare una squadra speciale per effettuare un blitz.

La Germania scelse però di iniziare una lunga trattativa con i terroristi che avanzavano sempre nuove richieste e rimandavano di ora in ora l’ultimatum. Era sera quando si decise di far salire i terroristi con gli ostaggi su due elicotteri atterrati nel piazzale del villaggio olimpico per trasferirli alla base aerea di Furstenfeldbruck e da lì, come da loro richiesto, farli partire con un aereo per Il Cairo.

8 settembre 1972. Le bare della squadra olimpionica israeliana trasportate su veicoli militari all'aeroporto di Lof, Israele
8 settembre 1972. Le bare della squadra olimpionica israeliana trasportate su veicoli militari all'aeroporto di Lof, Israele — Fonte: getty-images

Verso le 22.30 gli elicotteri con gli ostaggi atterrarono alla base: scesero i quattro piloti e i sei terroristi. Due di loro corsero subito a ispezionare l’aereo, ma si accorsero che era vuoto e tornarono di corsa agli elicotteri. Si trattava di una trappola: accanto all’aereo, la polizia tedesca voleva liberare gli atleti in un’operazione che si sarebbe rivelata fallimentare: mancava un numero sufficiente di uomini addestrati (gli agenti sul bordo della pista erano solo cinque) e mancavano le attrezzature necessarie per la riuscita dell’operazione.

L’area venne illuminata e gli agenti aprirono il fuoco. La sparatoria durò circa un’ora. Un terzo elicottero con alcuni agenti di rinforzo atterrò a più di un chilometro di distanza da dove si stava svolgendo la sparatoria: quei poliziotti non entrarono mai in azione. Quando alla base aerea arrivarono i veicoli corazzati tedeschi, ai terroristi fu chiaro che non era più possibile fuggire e decisero di uccidere gli ostaggi.

Nell’operazione morirono tutti gli atleti sequestrati, cinque terroristi e un poliziotto tedesco. Gli altri tre terroristi furono arrestati, ma rilasciati il 29 ottobre dello stesso anno nella trattativa per il dirottamento sopra Zagabria di un aereo della Lufthansa. 

I Giochi di Monaco furono sospesi per un solo giorno, in cui si svolse una cerimonia in ricordo delle vittime. Non vennero però annullati, provocando proteste e indignazione. Dopo il massacro, il primo ministro israeliano Golda Meir ordinò al Mossad (i servizi segreti israeliani) di trovare e assassinare gli esecutori della strage.

4Questione palestinese dagli anni novanta ai giorni nostri

1970. Un giovane Yasser Arafat al funerale del primo ministro egiziano Gamal Abd el-Nasser
1970. Un giovane Yasser Arafat al funerale del primo ministro egiziano Gamal Abd el-Nasser — Fonte: getty-images

Con la fine della prima Intifada nel 1987, la svolta di Arafat in favore di una soluzione pacifica e la sconfitta di Saddam Hussein nella Prima guerra del Golfo resero più facile arrivare alla pace all’inizio degli anni Novanta.

Il 15 novembre 1988 il Consiglio nazionale palestinese proclamava lo Stato di Palestina (con capitale Gerusalemme) e nel dicembre Arafat riconosceva esplicitamente Israele di fronte all’Assemblea generale dell’ONU; entro la metà del 1989 lo Stato di Palestina (del quale Arafat fu eletto presidente) era stato riconosciuto da oltre 90 nazioni. 

Il 13 settembre 1993 Arafat firmò sul prato della Casa Bianca la Dichiarazione di princìpi, la quale stabiliva che attraverso numerose tappe in un arco di tempo non superiore ai cinque anni si sarebbe dovuto giungere alla convivenza tra i due popoli in due diversi Stati, in base al principio della restituzione dei territori occupati alla rappresentanza palestinese in cambio della pace.

Nel 1994 nasceva l’Autorità nazionale palestinese. Nello stesso anno venne firmato l’accordo definito Oslo II che prevedeva la creazione di tre aree:  

  • la zona A sotto totale controllo palestinese
  • la zona B a controllo misto
  • la zona C sotto controllo israeliano.

Le trattative non portarono a nessun accordo. Scoppiò anzi la seconda Intifada, che ha bloccato ogni vero sforzo di pace. 

7 dicembre 2017 - Betlemme, Cisgiordania - I manifestanti palestinesi si scontrano con le forze israeliane nei pressi di un checkpoint israeliano
7 dicembre 2017 - Betlemme, Cisgiordania - I manifestanti palestinesi si scontrano con le forze israeliane nei pressi di un checkpoint israeliano — Fonte: ansa

Negli ultimi anni, sono ripresi i colloqui tra Israele e Autorità palestinesi. Secondo le anticipazioni della stampa israeliana, lo Stato palestinese provvisorio sorgerebbe intanto sui territori ad est del Muro. Sarebbe però necessaria l’evacuazione di una parte degli insediamenti ebraici. Il tutto attraverso una via di passaggio sicura (ma sotto sovranità israeliana) che sarebbe attiva tra la Cisgiordania e Gaza. Il diritto al ritorno dei profughi sarebbe garantito solo nei Territori palestinesi.   

Sono solo ipotesi: la via della pace, nella questione palestinese, appare ancora molto lontana.   

Israeliani e palestinesi non hanno bisogno di erigere un muro che li separi: hanno bisogno di abbattere il muro che li divide.

David Grossman