Salvatore Quasimodo: opere del grande scrittore italiano

Di Redazione Studenti.

Salvatore Quasimodo, opere principali del grande poeta italiano del Novecento, esponente dell'ermetismo e autore di "ed è subito sera"

SALVATORE QUASIMODO OPERE

Salvatore Quasimodo insieme a Pablo Neruda
Salvatore Quasimodo insieme a Pablo Neruda — Fonte: ansa

Abbiamo parlato diffusamente della poetica di Salvatore Quasimodo. Ma è solo nelle opere principali che il suo punto di vista si esprime completamente. Ecco dunque una carrellata delle opere più importanti del grande scrittore.

Ed è subito sera è un'antologia le cui sezioni Acque e terre; Oboe sommerso; Erato e Apòllion; Nuove poesie rispecchiano tappe che hanno lasciato segni rilevanti. Nell'edizione originaria, i testi erano in un ordine inverso, dalla sezione più recente (Nuove poesie) alla più antica (Acque e terre). In Acque e terre il poeta desidera eliminare i riferimenti ad una realtà che non sia quella intima, di esperienze esistenziali uniche, di illuminazioni private irripetibili sostenute dal clima ermetico. Il contenuto di questa poesia è l'esperienza psicologica dell'immaginazione, il senso musicale risvegliato da ritmi verbali stretti e dissonanti nella libertà totale del verso.

Così in Dolore di cose che ignoro l'endecasillabo iniziale, a minore, è seguito da novenari con un ictus fisso sulla ottava sillaba di ogni verso; le due terzine sono separate da un verso isolato che è anche il tema centrale del componimento. Il novenario non assume l'andamento cantilenante che gli dovrebbe derivare dalla posizione fissa degli accenti tonici sulla seconda, quinta e ottava sillaba, in virtù di una costruzione sintattica in cui il soggetto, delle proposizioni principali così come delle secondarie è collocato sempre al termine della frase, separato dall'attributo o dal predicato verbale, che invece sono al principio. Di un sicuro effetto sono anche le opposizioni del primo verso, del terzo e del quinto: bianche-nere, acque-terre, nasce-morte.

Fitta di bianche e di nere radici
di lievito odora e lombrichi,
tagliata dall'acque la terra.
Dolore di cose che ignoro
mi nasce: non basta una morte
se ecco più volte mi pesa
Con l'erba, sul cuore, una zolla


Una volta eliminati i dati esterni, narrativi o descrittivi e realistici, emerge un linguaggio prodotto dall'immaginazione solitaria e che diventa autonomo: la lirica che ne deriva è solo apparentemente immediata, in realtà è molto meditata, e la sinteticità delle impressioni provocate nel lettore è determinata dalla ricerca di effetti e di precisione assoluta. Il poeta parla sempre di sé, si pone al centro del mondo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Oboe sommerso

È la poesia di Salvatore Quasimodo che dà il titolo al secondo libro, pubblicato nel 1932; con quest'opera si entra in pieno clima ermetico. Essa si distingue da Acque e terre per l'assolutezza degli schemi poetici: metafore, immagini, analogie, sono costruite mediante la semplificazione delle strutture lessicali e sintattiche, cioè con l'eliminazione di articoli e isolando la parola nel periodo, eliminando le proposizioni subordinate, scalzando verbi e legamenti sintattici, favorendo forme ambigue di rapporto fra oggetto e soggetto.
Versi, come quelli che seguono, brevi e brevissimi, sono costruiti per favorire le "illuminazioni", ossia veloci impressioni, folgoranti intuizioni di un attimo:

In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.

(L'eucalyptus)

Sorgiva: luce riemersa:
foglie bruciano rosee

(Nascita del canto)

Erato e Apòllion

Qui vengono ripresi con maggiore precisione i temi e le forme mature di Oboe sommerso. La differenza sta nella consapevolezza delle sue qualità espressive grazie anche ai riconoscimenti della critica ottenuti dal poeta. Ne è un esempio la lettera del 26 luglio 1936 che indirizza a Maria Cumani:

Il mio impegno dinanzi all'arte è altissimo e non posso concedere nulla: né una sillaba né un ritmo che aiuti l'analisi.

La poesia dunque è linguaggio e ritmo, e va compresa nella sua globalità essenziale: il poeta non si cura di chi cerca la comprensione letterale della lirica o che vuole trovarne i significati esclusivamente nei temi, che in questa raccolta sono i miti dell'infanzia perduta, di epoche d'oro scomparse, le isole e le patrie, il naufrago, l'inferno di esistere, la ricerca senza oggetto, la morte, la vita.

Nuove Poesie

Appartengono agli anni fra il 1936 e il 1942. Comincia con quest'opera un nuovo ciclo: accanto all'antica poetica compare una realtà fatta di cose concrete, strade, campi, fiumi e città. Vi sono spiragli, brani significativi, incontri cittadini, dediche a persone fisiche e care della propria vita, fiumi e luoghi geografici identificati dai nomi.
Così, nei versi di Ride la gazza, nera sugli aranci c'è una ricostruzione del periodo attraverso l'uso delle subordinate, la parola non è più assoluta nella frase, prevale l'endecasillabo sul verso breve, l'accentazione è regolare e fortemente pausata:

già l'airone s'avanza verso l'acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci

(Ride la gazza, nera sugli aranci)

Salvatore Quasimodo
Salvatore Quasimodo — Fonte: ansa

Lirici greci

"Il desiderio d'una lettura diretta dei testi di alcuni poeti dell'antichità mi spinse, un giorno, a tradurre le pagine più amate dei poeti della Grecia. Il greco ritornava ad essere ancora un'avventura, un destino a cui i poeti non possono sottrarsi. Le parole dei cantori che abitarono le isole di fronte alla mia terra ritornarono lentamente nella mia voce, come contenuti eterni, dimenticati dai filologi per amore di un'esattezza che non è mai poetica e qualche volta neppure linguistica"

Questa opera di "traduzione" fornisce al poeta nuovi strumenti per indirizzare la propria creatività, adattando il canto greco al suo tempo e al suo modo di fare poesia.

Giorno dopo giorno

Esce nel 1947 quando sul mondo, sulle folle umane, sulla letteratura, è passata la guerra e ogni scrittore e poeta ne porta i segni: la poesia passa dalle "macerie del cuore" alle macerie delle città, ai brandelli dell'uomo lacerato, torturato, offeso, ucciso.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze

(Alle fronde dei salici)

Il poeta si ribella alla follia generale e mentre pietosamente cerca di ricomporre le membra disperse dell'uomo del suo tempo, tende già col pensiero al futuro uomo di una vera società civile. Lo spazio del linguaggio muta, il verso accentua una sua gravità fonica, il predominante endecasillabo si allunga spesso a dodici, tredici e più sillabe, parole dell'uso creano il tragico quotidiano. Adesso è il tempo di "concedere tutto: ogni sillaba e ogni ritmo che aiuti l'analisi", perché il poeta vuole essere certo che il lettore, l'uomo, comprenda la vastità della tragedia.

S'è udito l'ultimo rombo
Sul cuore del Naviglio. E l'usignolo
è caduto dall'antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

(Milano, agosto 1943)

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