Propaganda nei regimi totalitari: riassunto

Di Redazione Studenti.

Propaganda nei regimi totalitari: riassunto schematico con spunti per creare una tesina multidisciplinare a tema

PROPAGANDA NEI REGIMI TOTALITARI

Propaganda nei regimi totalitari: comunismo di Stalin
Propaganda nei regimi totalitari: comunismo di Stalin — Fonte: getty-images

La propaganda non è qualcosa che riguarda solo il passato, ma anche il presente, è qualcosa che ci tocca da vicino e che vediamo tutti i giorni attraverso il volantinaggio, i giornali, la televisione, la radio…

Innanzitutto, il termine propaganda deriva dal verbo latino “propagare”, ed è l’attività di divulgare informazioni e idee con lo scopo di indurre i soggetti della propaganda a specifiche azioni o comportamenti. Il concetto nasce per descrivere un modo di diffondere il credo religioso, per indicare sforzi coordinati e sistematici nel convincere il maggior numero di persone possibile. Nel XX secolo la propaganda acquisisce la connotazione negativa che tutti conoscono, ovvero quest’ultima consiste nella volontà di influenzare e manipolare le masse.

Ai giorni nostri è diventata il conscio e metodico utilizzo di tecniche di persuasione per raggiungere specifici obbiettivi a beneficio di coloro che la realizzano o la finanziano. È un’informazione incompleta, travisata o falsa, mirata a manipolare l’opinione pubblica e personale a favore della minoranza che possiede i Media e a danno dei cittadini. L’informazione manipolata cambia il modo con cui la persona percepisce il mondo o l’oggetto della propaganda (come il prodotto che si vuole vendere) generando emozioni e desideri.

Comincio con il parlare del cinema, il quale è stato uno dei mezzi di propaganda più potenti nel periodo che andremo ad analizzare. Il cinema nacque nel 1885 con l’invenzione della pellicola cinematografica di George Eastman ma la prima volta che venne proiettata in sala davanti ad un pubblico pagante è nel 1895, grazie ai fratelli Lumière. L’avvento del sonoro nel 1927 negli Stati Uniti condizionò tutto il cinema, in particolare quello italiano e tedesco intorno agli anni ’30, durante il periodo dei due regimi più importanti e drammatici della storia dell’essere umano: quello fascista e nazista.

In Germania con l’avvento del nazionalsocialismo, Goebbels assegna al cinema tedesco due funzioni: di intrattenimento ed evasioni ma soprattutto di propaganda politica, dove la regista più importante è Leni Riefenstahl.

PROPAGANDA NEL REGIME NAZISTA

Joseph Goebbels fu un giornalista e politico tedesco, ma soprattutto un grande oratore, il quale contribuì  a far sviluppare il regime hitleriano. Venne eletto Ministro della Propaganda nel 1933 e in seguito alla morte di Hitler diventò Cancelliere del Reich, carica che mantenne solo per un giorno. Applicò con rigore i principi del nazismo su tutti i mezzi di comunicazione: particolarmente importanti sono le campagne di arianizzazione. Uno degli episodi più eclatanti fu quello del rogo dei libri reputati illegali per purificare la cultura tedesca. Inoltre, per rabbonire le masse durante la Seconda Guerra Mondiale applicò le teorie del behaviorismo, che consistevano nella ripetizione di notizie parziali, incomplete o corrette dal regime.

Tutto ciò si riassumeva nei cinegiornali e negli spettacoli cinematografici che, a detta di Goebbels, dovevano “coinvolgere, impressionare e intrattenere”. Durante la Guerra, però, dopo la sconfitta di Stalingrado i cittadini tedeschi cominciarono a dubitare della realtà dei fatti che venivano descritti dal regime ed iniziarono ad uscire dai locali prima che mandassero in onda i cinegiornali ma Goebbels, non accettando tale situazione, ordinò di chiudere a chiave i locali durante i suddetti per impedire alla gente di uscire durante la videoproiezione. Oltre al cinema, altri mezzi di propaganda molto utilizzati dal Ministro furono la radio e i cartoni animati, tant’è che in uno di questi ultimi venivano raffigurate delle radio che entravano nelle case portando felicità ai cittadini, volendo sottintendere che tutti i cittadini “ariani” per essere definiti tali dovevano possedere una radio.

Per quanto riguarda i personaggi di spicco durante la “vita” cinematografica tedesca del Reich, Leni Riefenstahl, la cosiddetta “vestale” di Hitler, fu sicuramente uno dei più illustri.

Leni Riefensthal venne avviata fin da giovane alla danza ed al teatro. Si cimentò nel suo primo film intitolato “ La luce blu”, o “ La bella maledetta” che, nel 1934, venne posto fra le nomine per il premio di miglior film straniero al National Board of Review of Motion Pictures.

Durante una conferenza ebbe modo di infatuarsi della potente oratoria di Hitler e decise di avvicinarlo. Quest’ultimo rimase colpito dalla donna, vedendo in lei un potenziale strumento di propaganda per il regime, e decise di ingaggiarla per la creazione di un cortometraggio in onore della conferenza del partito tenutasi a Norimberga nel 1933, “La vittoria della fede”, con il compito di raffigurare l’ideologia del Reich.

Nel 1934 in occasione del successivo congresso del partito, il Fuhrer chiese di nuovo alla regista di “commemorare” tale avvenimento con un film: ne derivò così “Il trionfo della volontà”, uno dei più grandi capolavori dell’artista che, attraverso teleobiettivi, riprese di folle marcianti con sottofondi di musica wagneriana, venivano esaltati i valori del nazismo e del suo capo Hitler.

In seguito, Riefensthal cominciava a percepire un senso di parziale insoddisfazione nei confronti del regime e proprio nella sua opera più importante “Olympia” si assiste ad una forma di protesta della stessa regista.

Questo film tratta dei giochi olimpici tenutisi a Berlino nel 1936, in cui la Riefensthal esalta le doti di bellezza e forza degli atleti. L’obiettivo di Hitler attraverso i Giochi era quello di far comprendere al mondo quanto si vivesse bene nella “nuova Germania”, infatti in quel periodo sospese le persecuzioni antisemite. Tale immagine era, ovviamente, falsata per mostrare il regime come aperto e tollerante con l’aggiunta dell’esaltazione della fisicità ariana e del Fuhrer (che nel lungometraggio viene ritratto sempre dal suo lato migliore ).

Come abbiamo già detto, però, la regista cominciava a non condividere più tutte le idee del nazismo ed in particolar modo quelle basate sul razzismo, tant’è che riprese la vittoria nel salto in lungo di Owens, un atleta di colore e perciò mal visto dalla comunità ariana.

PROPAGANDA IN ITALIA

Per quanto riguarda l’Italia, invece, nel 1927 nacque l’Istituto Luce, L’unione cinematografica educativa, il quale è un monumento cinematografico a Mussolini e rappresenta la prima iniziativa del governo fascista nel campo della produzione cinematografica con ovvi intenti propagandistici oltre che culturali. Nell’ambito del cinema, l’unica preoccupazione del governo per il momento è quella di controllare la moralità dei film che arrivano in Italia, più che creare un cinema di supporto alla propria azione governativa. Il regime si assicura il monopolio dell’informazione cinematografica anche attraverso i cinegiornali, dove si parla di cronaca e si dà un’immagine dell’Italia come il migliore dei mondi possibili, capace di ottenere primati in ogni campo, al passo con la modernizzazione internazionale. Nel 1930 vi fu l’inaugurazione dei nuovi impianti Cines di Roma. Nel 1937 viene fondata Cinecittà.

Il fascismo favorisce l’arrivo nelle sale italiane delle commedie americane, ispirandosi all’ideologia di Goebbels del cinema visto come puro intrattenimento delle masse, privo di elementi di conflittualità sociale. Fino al 1938 circa il fascismo preferisce il genere “telefoni bianchi” una produzione evasiva e sterilizzata da qualsiasi riferimento al mondo esterno e alla situazione politica interna e internazionale, che ha il suo apice tra il ’42-’43. Le caratteristiche di questo cinema sono: la fuga dalla realtà, finzione di sentimenti, personaggi degradati e degradanti, non si parla di politica.

I personaggi vivono sospesi in un mondo in fuga dalla storia, in interni borghesi, ricchi di moderni oggetti di design. Era un cinema fortemente ineducativo ma con il merito di aver portato l’industria cinematografica italiana alla pari con quella americana e di aver consentito la nascita di uno star system nazionale in seguito all’alleanza con la Germania, che portò a un rifiuto dei film statunitensi.

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Mario Sironi ritrae in un suo quadro Margherita Sarfatti, la quale era sua amica e collaboratrice ne “Il Popolo d’Italia”. Quest’ultima era proveniente da famiglia ebrea e acquistò un appartamento in Corso Venezia, a Milano, che diventò il centro di ritrovo degli artisti italiani del Novecento tra i quali troviamo Turati, D’Annunzio, Sironi, Boccioni e Marinetti e lo stesso salotto diventò anche il centro nevralgico del Futurismo. Nel 1912 Mussolini, trasferitosi a Milano, assunse la direzione dell “Avanti!”, quotidiano del partito socialista. Margherita, turatiana e per tanto avversa alla vincente corrente rivoluzionaria di Mussolini, si presenta per dare le dimissioni ma dall’incontro, inaspettatamente, nacque una relazione sentimentale.

Durante tutto questo, Sarfatti, insieme a Sironi ed altri artisti, diede vita al gruppo “Novecento”. La prima esposizione del gruppo fu nel 1923 nella galleria Pesaro che, però, provoca poca convinzione in Mussolini. La Sarfatti, però, riuscì a convincerlo del fatto che era un’iniziativa per fare propaganda all’arte fascista. L’ultima opera filofascista degna di nota della Sarfatti fu la biografia di Mussolini, scritta nel 1925, pubblicata prima in Inghilterra per poter illustrare le caratteristiche del nuovo primo Ministro italiano. Venne poi pubblicato in Italia con il titolo “Dux” ma fu in Giappone che riscosse il maggiore successo. Nell’ultima parte della relazione tra il duce e la scrittrice quest’ultima tentò di avvicinarlo all’attuale presidente degli Stati Uniti, Roosvelt, per cercare di impedire un pericoloso affiancamento tra Hitler e Mussolini ma quest’ultimo per tutta risposta (e anche per ingraziarsi il benvolere della Chiesa che lo voleva sposato e “fedele” alla consorte) si discostò dalla Sarfatti che, non godendo più dei favori del duce si vide costretta ad emigrare a causa delle sue origini semite.

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