Proemio dell'Iliade: testo, parafrasi, trama e analisi

Proemio dell'Iliade: testo, parafrasi, trama e analisi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Testo e parafrasi al proemio dell'Iliade, il poema epico attribuito ad Omero. Trama e analisi dell'invocazione con cui il poeta chiede a Calliope di dargli la forza per narrare i fatti raccontati nel poema

1Proemio dell'Iliade: testo

Omero
Omero — Fonte: getty-images

Il Proemio:  

Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide,
rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,
gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde d’eroi,
ne fece bottino dei cani, di tutti gli uccelli
– consiglio di Zeus si compiva – da quando prima si divisero
contendendo l’Atride signore d’eroi e Achille glorioso.
Ma chi fra gli dèi li fece lottare in contesa?    

Il figlio di Zeus e Latona; egli, irato col re,
mala peste fe’ nascer nel campo, la gente moriva,
perché Crise l’Atride trattò malamente,
il sacerdote; costui venne alle navi rapide degli Achei
per liberare la figlia, con riscatto infinito
,    

avendo tra mano le bende d’Apollo che lungi saetta,
intorno allo scettro d’oro, e pregava tutti gli Achei
ma soprattutto i due Atridi, ordinatori d’eserciti:
<<Atridi, e voi tutti, Achei schinieri robusti,
a voi diano gli dèi, che hanno le case d’Olimpo,
d’abbattere la città di Priamo, di ben tornare in patria;
e voi liberate la mia creatura, accettate il riscatto,
venerando il figlio di Zeus, Apollo che lungi saetta
>>.
Allora gli altri Achei tutti acclamarono,
fosse onorato quel sacerdote, accolto quel ricco riscatto.
Ma non piaceva in cuore al figlio d’Atreo, Agamennone,
e lo cacciò malamente, aggiunse comando brutale:
<<Mai te colga, vecchio, presso le navi concave,
non adesso a indugiare, non in futuro a tornare,
che non dovesse servirti più nulla lo scettro, la benda del dio!
Io non la libererò: prima la coglierà vecchiaia
nella mia casa, in Argo, lontano dalla patria,
mentre va e viene al telaio e accorre al mio letto.
Ma vattene, non m’irritare, perché sano e salvo tu parta>>.
Disse così, tremò il vecchio, obbedì al comando,
e si avviò in silenzio lungo la riva del mare urlante;
ma poi, venuto in disparte, molto il vegliardo pregò
il sire Apollo, che partorì Latona bella chioma
:
<<Ascoltami, Arco d’argento, che Crisa proteggi,
e Cilla divina, e regni sovrano su Tènedo,    

Sminteo, se mai qualche volta un tempio gradito t’ho eretto,
e se mai t’ho bruciato cosce pingui
di tori o capre, compimi questo voto:
paghino i Danai le lacrime mie coi tuoi dardi>>.
Disse così pregando: e Febo Apollo l’udì,
e scese giù dalle cime d’Olimpo, irato in cuore,
l’arco avendo a spalla, e la faretra chiusa sopra e sotto:
le frecce sonavano sulle spalle dell’irato
al suo muoversi; egli scendeva come la notte.
Si postò dunque lontano dalle navi, lanciò una freccia,
e fu pauroso il ronzίo dell’arco d’argento.
I muli colpiva in principio e i cani veloci,
ma poi mirando sugli uomini la freccia acuta
lanciava; e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte.     (traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

2Proemio dell’Iliade: parafrasi

Diomede lancia la sua lancia contro Ares
Diomede lancia la sua lancia contro Ares — Fonte: getty-images

Canta, dea, l’ira di Achille, figlio di Peleo, ira tremenda che portò ai Greci dolori infiniti e scaraventò negli Inferi numerose superbe vite di eroi, facendo dei loro corpi il bottino dei cani e di tutti gli uccelli – in questo modo si compiva la decisione di Zeus – da quando prima si divisero per la contesa l’Atride Agamennone signore di eroi e il glorioso Achille. Ma chi fra gli dei li fece lottare in contesa? Fu Apollo, figlio di Zeus: lui, adirato con Agamennone, diffuse una pestilenza nel campo, e la gente moriva, perché l’Atride aveva trattato senza alcun riguardo Crise, il sacerdote; costui allora giunse alle rapidi navi dei Greci per liberare la figlia, offrendo un riscatto infinito, portando con sé i paramenti sacri, le sacre bende care ad Apollo, dio che da lontano trafigge, avvolte intorno allo scettro d’oro, e pregava tutti i Greci ma in particolare i due figli di Atreo, istruttori di eserciti. «Atridi, e voi tutti Greci, soldati dai robusti schinieri, a voi gli dei che abitano la sede sull’Olimpo concedano di espugnare la città di Priamo e di fare buon ritorno in patria. Voi però liberate mia figlia, accettate il riscatto, onorando così il figlio di Zeus, Apollo, dio che da lontano trafigge». Allora tutti gli altri Greci esultarono, che fosse onorato quel sacerdote, accolto quel ricco riscatto. Tuttavia Agamennone si irritò profondamente e lo cacciò in malo modo, aggiunse queste minacce brutali: «Mai ti sorprenda, o vecchio, presso le navi ricurve, non adesso a indugiare, non in futuro a tornare, perché certo non ti serviranno a nulla lo scettro e la benda del dio! Io non libererò tua figlia: prima la coglierà la vecchiaia nella mia casa, in Argo, lontano dalla città paterna, mentre fa la spola al telaio e accorre al mio letto. Adesso vattene via, non mi seccare, affinché tu te ne vada incolume». Disse così, il vecchio sacerdote tremò e obbedì al comando: in silenzio si avviò lungo la riva del mare in tempesta quasi come urlasse. Poi giunto in un luogo separato, il vecchio pregò a lungo il dio Apollo, che Latona dalle belle chiome aveva generato: «Ascoltami, dio dall’arco d’argento, che proteggi Crisa e la divina Cilla, e regni sovrano su Ténedo, Sminteo, se mai io ti ho eretto un tempio gradito, e se mai ti ho offerto in sacrificio carni grasse e ricche di capre o di tori, esaudisci questa mia preghiera: paghino i Greci le mie lacrime con i tuoi dardi». Disse così, pregando, e Apollo lo ascoltò, e scese giù dalle vette dell’Olimpo, adirato nel cuore, armato dell’arco sulla spalla, e della faretra chiusa di sopra e di sotto: le frecce tintinnavano sulle spalle del furioso dio, mentre si muoveva, scendendo sulla terra come la notte. Si appostò lontano dalle navi, lanciò una freccia: fu pauroso il ronzio dell’arco d’argento. Colpiva in principio i muli e i cani veloci, ma poi cominciò a mirare sugli uomini lanciando le frecce acuminate. Di continuo le pire dei morti ardevano una accanto all’altra.  

3Trama del proemio

Dopo l’invocazione alla musa Calliope, Omero ci fa conoscere i personaggi principali: Achille e Agamennone che – il narratore lo anticipa – arriveranno a contesa. Prima però occorre, secondo uno stile tipicamente omerico, portare tutto alla luce. Dice Auerbach: «Omero (…) non conosce sfondo. Quello che egli racconta è sempre e soltanto presente, e riempie completamente la scena e l’anima dello spettatore» (E. Auerbach, La cicatrice di Ulisse, Mimesis I, p. 5). Così la tensione nella poesia omerica viene apparentemente rallentata dalle digressioni (come la narrazione di un antefatto), ma in verità è proprio il rallentamento a creare la giusta tensione epica.  

Se quindi parliamo della loro contesa è necessario essere a conoscenza dell’antefatto: la peste, che imperversa nel campo greco, originata da un atto di hybris da parte di Agamennone nei confronti di Crise, sacerdote di Apollo, perché il condottiero greco non vuole restituirgli la figlia Criseide, adesso sua concubina. Proprio il dio si fa carico di vendicare il sacerdote di questo oltraggio con la peste. L’antefatto viene spiegato per bene, riportando la scena che darà poi inizio alla contesa tra Achille e Agamennone: Crise va a reclamare la figlia da Agamennone portando i paramenti sacri e viene scacciato malamente. Nel brano successivo, visto che la pestilenza non smette, bisognerà interrogare l’indovino Calcante, profeta di sventure: Agamennone dovrà restituire Criseide al padre per placare l’ira del dio Apollo. Agamennone accetterà malvolentieri e pretenderà di avere la schiava di Achille, Briseide. Achille adirato si ritirerà dal campo.  

4Analisi del proemio

Dino Buzzati diceva che ci sono poesie che non dovrebbero essere poesie e invece lo sono, e altre che, pur rispettando tutte le regole, non lo sono affatto: difettano della “grazia”. I Greci, secondo lui, avevano capito perfettamente questo fatto e perciò invocavano le Muse: volevano l’ispirazione e la grazia. I poeti erano considerati a contatto con il divino. 

Leopardi ci ricorda inoltre che Omero, questo grande signore dei poeti, – che sia esistito o meno poco importaresta un modello insuperato. Dice: «Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia» (Pensieri). 

Eccoci dunque al primo libro dell’Iliade e al proemio con l’invocazione alla musa Calliope, rito obbligato per riuscire nel canto e creare la magia del racconto. Calliope è la musa della poesia epica, figlia di Mnemosine, titanide, protettrice della memoria

All’invocazione segue la protasi del poema, ossia l’argomento che verrà trattato: l’ira di Achille. La prima parola chiave che incontriamo è “ira” (dal greco ménis) perché è proprio l’ira ad animare i cinquantuno giorni di guerra che costituiscono l’Iliade. L’ira – la ménis greca, così come il furor latino – è un sentimento incontrollabile che porta alla hybris, la tracotanza, il superamento del limite. Tuttavia anche Apollo, il dio del sole e della poesia, è adirato con Agamennone che ha osato oltraggiare Crise, il suo sacerdote.  

Subito ci troviamo davanti a uno scontro molto aspro che rende la guerra di Troia un fenomeno totalizzante: si lotta contro i nemici; si lotta contro gli alleati; si lotta contro le divinità. Assistiamo a una lunga sequela di duelli personali di cui quello tra Ettore e Achille sarà soltanto il punto più alto.  

Rispetto all’Odissea, l’Iliade è più semplice nella struttura, ma anche più energica, monolitica, più netta: 

«L’Odissea ha minore forza ma più fascino, più discrezione, più mezze tinte, una psicologia più sfumata. A volte nell'Odissea si ha come il rifiuto della dimensione eroica, come un rinnegamento dell'epica in favore di una dimensione più lirica, più sentimentale». (Jacqueline de Romilly, Omero, p. 24) 

Possiamo vedere già dal proemio le caratteristiche dello stile omerico: l’utilizzo del lessico formulare, – Achile piede rapido, Atridi ordinatori d’eserciti, navi ricurve, Acheri schinieri robusti, Apollo lungisaettante – l’uso dei patronimici – Atride, Pelide, Dardanide… – e di numerose similitudini (Apollo che «scendeva come la notte») e iperboli («riscatto infinito»), che sono le figure retoriche più consuete nell’epica. 

Anche gli oggetti hanno un ruolo ben preciso, e partecipano della narrazione senza restare sullo sfondo, ma diventando spesso centrali (si pensi alle armi di Achille) al punto che l’antico e il nuovo si mescolano insieme in un’unica proiezione. Negli equipaggiamenti militari, ad esempio, accade di frequente: 

«In Omero, l'amore per gli oggetti belli unisce arcaismo ed esotismo, mette insieme cose antichissime o provenienti da terre lontane. E tutto ancora si mescola: si può così ricordare che il vecchio elmo con i denti di cinghiale si trova proprio nel canto X dell'Iliade, quello di solito considerato un canto recente. È però anche il canto dove, per la prima volta, vediamo gli eroi montare a cavallo: il più antico ed il più recente convivono senza problemi. La diversità della storia si unifica nella poesia» (Jacqueline de Romilly, Omero, p. 33). 

Unificare il mondo nella poesia è il compito dei grandi poeti, capaci di far recitare su di un grande palcoscenico tutta la materia della realtà. Il proemio ci pone direttamente in argomento, affascinandoci e costringendoci a sapere come tutto andrà a finire, anche se – e qui è il bello – lo sappiamo già. 

5Guarda il video sull'Iliade di Omero