Primo soccorso: riassunto

Di Redazione Studenti.

Riassunto sul primo soccorso: cos’è, quali sono le prime cose da fare e come intervenire in caso di emergenza

Primo soccorso: riassunto

Primo soccorso: riassunto
Primo soccorso: riassunto — Fonte: getty-images

La condizione di emergenza e la condizione di urgenza sono due cose ben diverse: l'emergenza coinvolge uno o più individui che necessitano un immediato intervento terapeutico o ricorso a mezzi speciali di trattamento.

L’urgenza è una condizione più ordinaria, più frequente, che però si presenta con una tale intensità che pur non essendoci immediato pericolo di vita è necessario adottare entro breve tempo un intervento terapeutico.

Questo è importante perché la prima cosa che bisogna fare è chiamare aiuto ma per farlo bisogna riconoscere il problema e sapere cosa dire.

Gli obiettivi di un’azione di emergenza/urgenza sono: ridurre le mortalità, ridurre i tassi di invalidità e ridurre le conseguenze dell’atto che ha causato l’emergenza o l’urgenza.

Primo soccorso: triage

Non tutti i casi clinici hanno la stessa gravità e alcune condizioni possono rendere la situazione più grave (neonati, anziani, bambini) oppure a parità di danno l’estensione, per cui si è creato una codifica ormai internazionale quella sui colori che ci dà la possibilità di andare dal codice bianco al codice rosso.

Il codice bianco è nessuna gravità, il codice verde è un qualcosa di un po’ più serio, il codice giallo è qualcosa di più serio: la febbre elevata o altri stati di incoscienza, un dolore molto forte, una caduta, svenimento, fino ad arrivare al codice rosso che è più grave (infarto, frattura, incidente automobilistico).

Il triage è scegliere; questo esame viene fatto da un infermiere o dal medico e può cambiare: il paziente può arrivare in codice bianco e diventare rosso.

Triage significa dare importanza a ciò che uno vede, che non è sempre oggettivabile ma talvolta è anche apparenza: il paziente giovane che arriva perché ha una lussazione della spalla sarebbe un codice giallo ma se è una persona anziana sofferente, che ha dei problemi, questo passa di intensità.

La chiamata al 118

Chi assiste all'incidente è il primo a fare il triage, cioè capire in che modo dare il primo soccorso. In Italia esiste un sistema integrato di soccorso che è il 118: dovunque lo fai si attacca alla prima centrale che si riferisce al centro di assistenza più vicino.

Si riferisce a una centrale che serve a smistare le chiamate, serve a decidere se mandare un’ambulanza, tranquillizzare il paziente, mandare un’automedica o un elicottero.

Quindi si chiederà nome e cognome, da dove si chiama, cosa è successo, quante persone sono coinvolte, in che condizioni è la vittima.

Vi verrà chiesto: il paziente è cosciente? Ha dolore? Da quanto tempo è successo? Quanti anni ha? In caso di incidenti stradali specialmente è fondamentale dare queste informazioni.

Quindi per prima cosa bisogna chiamare il 118, poi iniziare il primo soccorso.

Approccio ABCDE

C’è una sequenza di punti che si è creata per dare un tentativo di uniformità a questo approccio che segue le lettere dell’alfabeto (Airways, Breathing, Circulation, Distressed, Exposure).

Per prima cosa bisogna verificare lo stato di coscienza: significa che nel momento in cui si ha il dubbio che sia successo qualcosa a qualcuno, la prima cosa da fare è chiamarlo, cioè rendersi conto in che situazione è, cercare di avere una risposta e valutare lo stato di reattività a stimoli verbali, manuali, dolorifici; sono i tre livelli di coscienza più elementari.

Più lo stimolo è intenso, senza una risposta adeguata, più lo stato di incoscienza è profondo.

Si deve fare in modo di far ventilare il paziente, e questo in ogni condizione: se un paziente non riesce a ventilare bisogna prima di tutto assicurarsi che le vie aeree siano aperte e libere.

Bisogna sollevare il mento, estendere la testa e guardare in bocca, se le vie aeree non sono libere bisogna cercare di togliere ciò che le chiude.

Durante lo stato di incoscienza il pensiero, che è la capacità più evoluta, è quello che si perde per primo, la respirazione, che è quella più elementare, è quella che si perde per ultima.

A questo punto bisogna valutare il respiro con la formula “guarda, ascolta, senti” (GAS) per dieci secondi: mettersi nelle condizioni di vedere se c’è attività toracica efficacie, ascoltare se ci sono dei rumori toracici legati alla respirazione, sentire se c’è davvero la respirazione.

Per esempio posso avere un paziente che muove il torace però in realtà non respira perché ha le vie aeree ostruite.

Non bisogna tenere conto di deboli tentativi di respirazione: respirare non significa avere movimenti sussultori o dei respiri episodici, un movimento unico isolato.

Queste in realtà sono contrazioni spastiche che sembrano respiri ma non sono efficaci e si hanno spesso nelle fasi che precedono la morte (quando il cervello è già spento altri sistemi, come i muscoli, funzionano ancora).

Se il paziente è incosciente ma la respirazione è presente, bisogna mettere il paziente in posizione laterale di sicurezza (PLS) in modo che in caso di vomito, non si rischia di fare un ab ingestis (respirare il vomito).

Se si mantiene la PLS per più di 30 minuti, ruotare il paziente. Se il cuore non batte, tutto il resto non serve a niente.

È doveroso controllare la respirazione e le vie aeree perché andare a fare il massaggio cardiaco ad una persona che ha le vie aeree ostruite non serve a niente.

Se la prima cosa da fare è il massaggio cardiaco, il problema è che non è facile trovare subito l’arteria carotidea al collo. La cosa più sbagliata è farlo da entrambi i lati contemporaneamente, perché si potrebbero comprimere troppo le arterie.

Bisogna premerne una per volta perché negli anziani ad esempio una delle due potrebbe essere chiusa, quindi bisogna valutare le pulsazioni per 10 secondi. Questa manovra si può fare contemporaneamente alla valutazione della respirazione.

Una delle situazioni di emergenza più eclatanti sono quelle da sanguinamento-emorragia: il problema è prima di tutto limitare il sanguinamento.

Il sanguinamento potrebbe essere sia esterno che interno: alle volte possono esserci pazienti con gravi emorragie ma non vediamo traccia di sangue, il paziente presenterà dei sintomi ma non vedremo sangue.

Poi bisogna capire da dove perde sangue: se da un’arteria o da una vena. Da un’arteria uscirà molto più sangue, da una vena meno, da un capillare ancora meno. Bisogna applicare una pressione diretta sul punto di sanguinamento.

Il problema grave è però lo shock, una condizione che viene definita come un momento di arresto nel processo della morte, come se si fermasse un secondo prima di morire, è quella fase in cui l’organismo sta cercando di mettere in atto tutte le sue riserve per bloccare questo processo.

Quindi un abbassamento della pressione e un’alterazione dello stato di coscienza, questi sono i due cardini dello shock. E’ una sindrome complessa e molto pericolosa; può iniziare con una lipotimia e una sincope.

Come riconoscerlo: il soggetto si presenta confuso o in uno stato di torpore, freddo, pallido con le estremità a chiazze, respiro rapido e superficiale, polso frequente e difficile da palpare.

Le cause sono tante: ustioni, emorragie, infarti, situazioni allergiche, anafilattiche.

L’emorragia che fa più paura è quella arteriosa, perché quella venosa basta una piccola compressione e si blocca, un’arteria recisa è molto più difficile da bloccare.

In caso di emorragia arteriosa bisogna cercare di comprimere non sulla lesione ma a monte, per bloccare l’arteria, lo si può fare manualmente oppure con tampone applicato con molta energia sulla sede della lesione.

Chiaramente le cause di una lesione sono molte, alcune si possono sospettare attraverso la dinamica dell’evento, talvolta può essere difficile se uno non ha visto cosa è successo, capire perché il paziente è in stato di shock, si potrebbe sospettare una emorragia interna.

Dal momento che il corpo umano è dotato di una certa elasticità, dopo il trauma la forma tende a rimanere inalterata. Quindi, alcune lesioni possono solo essere sospettate dal soccorritore, mediante l'analisi della dinamica dell'incidente.

Una cosa da ricordarsi quando si parla di traumi è la sicurezza, cioè cercare di agire in sicurezza mentre si soccorre una persona: mettersi in condizione di non ricadere nello stesso problema del paziente.

Ci sono anche molte malattie che si trasmettono col sangue, in particolare alcune possono diffondere attraverso lesioni, cioè la mia cute è molto efficiente nel proteggermi, però la cute potrebbe essere sede di microlesioni, quindi il rischio di contagio è alto.

Bisogna sempre tenere in conto che potrebbe esserci una lesione spinale silente, perché potrebbe essere molto importante nella gestione del paziente.

D sta per valutazione neurologica, esiste un punteggio, il glasgow score, ideato nell’ospedale di Glasgow, che va da un massimo di 15 ad un minimo di 3 e indica quant’è lo stato di coscienza del paziente e si basa su tre valutazioni: l’apertura degli occhi, la risposta verbale, la risposta motoria (un glasgow sotto gli 8 indica che è necessaria l’intubazione).

Si dà un punteggio minimo quando in seguito ad uno stimolo dolorifico, il paziente non reagisce né con gli occhi, né verbalmente, né con movimenti.

E sta per esposizione, ovvero la valutazione, osservazione del corpo del paziente: questo perché le ferite possono essere nascoste, possono essere non facilmente riconoscibili.

Le ferite sono lesioni di continuo della cute, più o meno profonde, che possono interessare anche i muscoli e i vasi: abrasioni, escoriazioni, ferita da taglio, a margini quasi rettilinei, ferita da punta, lesione di diametro piccolo, ma profonda, ferita lacero-contusa.

La cute ed i tessuti sottostanti, per strappi o sfregamenti, si rompono dando luogo a lesioni molto irregolari. I pericoli delle ferite vanno dalle infezioni all’emorragia, in caso di ferite profonde si possono avere lesioni di organi interni, gravi emorragie, shock.

Primo soccorso: tagli e ferite

Una ferita banale può rimanere banale ma se si infetta può diventare molto seria per cui se qualcuno per esempio cade da una moto o cade dalle scale e ha una lesione sanguinante, anche se superficiale bisogna sempre raccomandare una detersione, disinfezione e occlusione con garze, perché il rischio infettivo è alto.

Abrasione: Sintomi: dolore, striature sanguinanti, cute arrossata, gonfiore. Lavare con acqua e disinfettare e coprire non con cotone che perde le fibre ma meglio la carta scottecs imbevuta di disinfettante che può essere acqua ossigenata (però ha un problema, ha un emivita molto breve), vari disinfettanti non alcoolici, ora si usano molto disinfettanti a base di amuchina, ipoclorito di sodio, è un ottimo disinfettante e non lede i tessuti.

In mancanza di disinfettante l’acqua va bene per lavare le ferite.

Escoriazione: è una ferita dove la cute viene lacerata a causa della sua compressione e strofinamento tra una superficie ruvida e l’osso. La zona interessata si presenta sanguinante e tumefatta. Lavare, disinfettare e tamponare con garza.

Le ferite da punta, da taglio e da punta e taglio possono essere provocate da corpi appuntiti e filiformi, da corpi taglienti e da corpi affilati e con punta.

Una ferita da punta penetra molto quindi potrebbe ledere un importante vaso interno creando un sanguinamento interno. La ferita può presentarsi di grosse dimensioni con notevole perdita di sangue, dolore, shock fino alla morte.

Usare i guanti quando si trattano delle ferite dovrebbe essere obbligatorio, poi bisogna lavare e disinfettare, bisogna disinfettare prima di comprimere la ferita perché si potrebbero avere infezioni.

In caso di emorragia bisogna comprimere il punto di sanguinamento, ma non bisogna comprimere se sono presenti dei corpi estranei conficcati perché si rischia o di infilarlo ancora più dentro o comunque spesso il corpo estraneo fa un effetto emostatico.

Nel caso di ferite estese e/o profonde o in sedi particolari chiamare tempestivamente il 118, perché il rischio aumenta ancora di più.

La gravità delle ferite si giudica in base a: estensione, profondità e presenza di corpi estranei. Sono sempre gravi e richiedono terapia ospedaliera le ferite al viso, agli orifizi naturali del corpo, al torace e all’addome.

Quelle sul viso perché comunque sono tutte strutture delicate e sensibili ma comunque c’è un rischio di facilità di infezioni, perché è un tessuto molto soffice, per cui tende ad infettarsi. Gli orifizi naturali del corpo perché hanno poi delle complicanze a lungo termine: una lesione anche banale, su un labbro, può dare problemi perché rimane il segno, non si chiude subito, si può infettare facilmente; al torace e all’addome perché chiaramente sono situazioni in cui gli organi interni sono potenzialmente colpiti.

Il tetano non è così frequente, è causato da un batterio che cresce ovunque, entra dentro al corpo, è un anaerobio per cui non gli piace l’aria, nel momento in cui la ferita si chiude lui rimane dentro, inizia a crescere e rilascia una tossina, questa tossina impedisce la normale funzionalità del muscolo, arriva fino a bloccare il respiro.

Le emorragie sono fuoriuscite di sangue dai vasi sanguigni, possono essere esterne - il sangue fuoriesce direttamente all’esterno (arteriose, venose, capillari) - o interne: con raccolta di sangue nelle cavità corporee (cranio, torace, addome). Interne esteriorizzate: con raccolta di sangue all’interno di organi che sono in comunicazione con l’esterno (orecchio, naso...).

La gravità dipende dalla quantità di sangue perduto e il tempo in cui si perde, perché tanto sangue perso in tanto tempo, comprende comunque un meccanismo di compenso, che fa guadagnare un po’ di tempo.

Cosa fare: tamponare, sdraiare l’infortunato senza rialzare il capo, per fare in modo che il sangue arrivi al cervello, chiamare i soccorsi, non rimuovere i corpi conficcati, coprire per evitare perdite di calore perché il nostro organismo, di fronte ad una ipotensione, vasocostringe, chiude delle zone che non sono in quel momento fondamentali, vitali, per cercare di convogliare il sangue nei tessuti più importanti, questo però crea una vasocostrizione soprattutto cutanea che di conseguenza dà una perdita di calore, che può avere altre conseguenze.

L’amputazione è il distacco di parti anatomiche, in questi casi bisogna recuperare sempre la parte amputata, perché probabilmente si può riattaccare.

Un moncone staccato, in quanto non è irrorato, ci mette molto tempo a morire, quindi se conservato in una busta (scrivendo data e ora), nel ghiaccio può essere riattaccato anche dopo parecchie ore.

In caso di amputazione bisogna tamponare l’emorragia, tenere l’arto sollevato, far sdraiare il paziente, tenendo il capo abbassato (posizione anti-shock), coprirlo.

Lesioni e fratture

In caso di lesioni penetranti, la prima cosa è non rimuovere l’oggetto penetrante perché fa un effetto di emostasi.

Nel caso di emorragie esterne da amputazione completa di un arto si può applicare un laccio a monte della lesione (anche un pezzo di stoffa può fare da laccio e consente il passaggio di un po’ di sangue e una parziale ossigenazione).

Una volta messo il laccio non va rimosso, per non far ripartire l’emorragia.

Nel caso di lesione dell’arteria temporale, si tampona schiacciandola subito sotto la lesione, lesioni alla succlavia sono veramente difficili da tamponare, perché è molto profonda, mentre la omerale è più semplice.

Nel caso di femorale, molto profonda, bisogna applicare una forza importante a livello della fossa laterale, dove c’è l’incrocio dei tendini e va applicata con un pugno.

Per fermare un’emorragia è fondamentale premere qualcosa che faccia da cuneo e quindi stringere con una garza, in modo da creare pressione solo su quel punto.

In caso di epistassi bisogna far sedere una persona con la testa piegata in avanti, comprimere il naso con due dita, applicare garze di acqua fredda alla radice del naso.

In caso di otorragia invece, può essere più complicato perché potrebbe essere dovuta a trauma cranico, per cui se è dubbia ed abbondante bisogna chiamare subito il 118 e non mettere niente dentro all’orecchio.

La contusione è la lesione delle parti cutanee e muscolari, dovuta alla pressione o all’urto di un corpo estraneo, senza la rottura della parete cutanea e con la formazione di ematomi.

La distorsione è lo scostamento articolare temporaneo delle estremità delle ossa di una articolazione. Sono entrambe molto dolorose però l’approccio è molto diverso: spesso abbiamo contusioni con distorsioni.

Ci può essere contusione con rottura della parete cutanea, ma potremmo anche avere una lacerazione oppure con la sola formazione di ematomi, in questi casi la cosa da fare è toccare il meno possibile e applicare del ghiaccio, qualcosa di freddo, perché crei un effetto di sollievo, antidolorifico e vasocostrizione, il che non significa prendere il ghiaccio e metterlo sulla cute perché andiamo a complicare la situazione facendogli un’ustione da freddo, basta un telo per separare la cute dal ghiaccio diretto.

La distorsione del ginocchio ha tre gradi: distrazione (allungamento), distrazione con iniziale distorsione del tendine, strappo del tendine.

Contusione e distorsione si manifestano con: dolore vivo e costante, gonfiore immediato, ecchimosi o ematomi.

Cosa fare: immobilizzazione e messa a riposo (il paziente deve assumere la posizione antalgica, ovvero tenere la posizione dove sento meno dolore, ed è quella la posizione giusta), applicazione del ghiaccio sulla zona interessata.

La lussazione è lo spostamento permanente delle estremità ossee di una articolazione per rottura dei legamenti. Un segno caratteristico è la deformazione anatomica. Non cercare mai di ridurre la lussazione.

È la fuoriuscita di un’articolazione dal suo ambiente naturale. La tentazione è quella di porvi rimedio, ma non è così facile: se sono piccole articolazioni come dita, la tentazione può essere quella di tirarlo, è doloroso ma immediato, anche lì però bisogna stare attenti perché bisogna saperlo fare, il colpo secco può andare bene ma talvolta può esporre a dei problemi.

Bisogna portarlo il prima possibile al pronto soccorso ed è meglio non tentare di fare cose strane, soprattutto se si tratta di articolazioni più grandi della dita. Anche l’immobilizzazione va fatta nel rispetto della posizione antalgica del paziente.

La frattura è la rottura di un osso causata da una forza tale che supera la resistenza dell’osso stesso, può essere: frattura composta, senza spostamento dei monconi, frattura scomposta, con spostamento dei monconi, frattura chiusa.

L’osso non comunica con l’esterno, frattura aperta, i muscoli e la pelle sono lacerati e le ossa fratturate comunicano con l’esterno. Il pericolo più grande solo le fratture aperte perché il moncone osseo piò infettarsi, oltre al fatto che l’osso spaccandosi può aver lesionato nervi e vasi, in questi casi bisogna fare il meno possibile, se non coprire con qualcosa di pulito la lesione.

Si possono riconoscere le fratture da: gonfiore, dolore intenso nella zona di frattura, incremento del dolore con il movimento, deformazione della parte colpita, esposizione dei monconi ossi, se frattura aperta, gli arti fratturati si presentano di solito accorciati e in posizione anomala rispetto all’asse del corpo.

Una lesione scheletrica è a rischio per la vita se associata ad una emorragia importante. È necessario chiamare i soccorsi, il 118, non muovere il soggetto se non è strettamente necessario e in questo caso immobilizzare l’arto, tagliare delicatamente i vestiti sopra la frattura, tamponare altre emorragie associate, evitare di muovere i monconi in caso di fratture esposte, non forzare la parte colpita, non tentare di riallineare i monconi.

A volte è la stessa muscolatura che fa avvicinare i monconi e può provocare lesione, però chiaramente se su una frattura del genere ci metto un carico la situazione peggiora.