Primo Levi e il Neorealismo

Di Redazione Studenti.

Primo Levi e il Neorealismo: riassunto. Le caratteristiche del movimento culturale sviluppatosi nel secondo dopoguerra e il pensiero di Primo Levi.

PRIMO LEVI E IL NEOREALISMO

Primo Levi e il Neorealismo
Primo Levi e il Neorealismo — Fonte: getty-images

Nel secondo dopoguerra si sviluppa in Italia il movimento del neorealismo che investe tutte le forme espressive letterarie e artistiche, offrendo soprattutto in ambito cinematografico i risultati più significativi. I maggiori esponenti del neorealismo sono i registi Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica e lo sceneggiatore Cesare Zavattini. In questo periodo si diffonde, inoltre, la concezione secondo la quale gli intellettuali debbano dimostrare un atteggiamento di impegno e di partecipazione alla vita politica e far sentire la loro voce nel momento storico in cui vivono. In letteratura, il neorealismo si propone di rappresentare la realtà di tutti i giorni, la poetica si fonda attraverso l'utilizzo di un linguaggio semplice e diretto, accessibile alla maggior parte della popolazione. Il Neorealismo dà luogo a una vasta produzione narrativa intesa a rappresentare la realtà in modo realistico sia nei suoi aspetti positivi che negativi. A differenza dei veristi però, gli scrittori neorealisti si sentono investiti di una grande responsabilità, quella di contribuire, attraverso l’impegno politico e sociale, alla ricostruzione materiale e spirituale della società contemporanea. I temi più frequenti nelle opere neorealiste sono quelli legati alla seconda guerra mondiale e al dopoguerra: la lotta partigiana, la fame, la miseria, le rivendicazioni degli operai, le lotte e le condizioni dei contadini, la realtà della vita nei ceti più umili. La nuova visione della realtà viene quindi espressa attraverso un linguaggio semplice, popolare, che si avvicina al parlato delle singole regioni. Tra i più significativi scrittori del Neorealismo ricordiamo: Elio Vittorioni, Alberto Moravia, Ignazio Silone, Primo Levi, Renata Vigano e, anche se in modo del tutto personale, Italo Calvino.

PRIMO LEVI: BREVE BIOGRAFIA

Primo Levi nato a Torino nel 1919, studiò chimica all'Università di Torino e successivamente decise di unirsi a un gruppo di resistenza ebraica formatosi in seguito all'intervento tedesco nel Nord d'Italia. Catturato e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, sopravvisse perché impiegato in attività di laboratorio. Riprese il suo lavoro come chimico industriale nel 1946, ma si ritirò nel 1974 per dedicarsi interamente alla scrittura. I profondi strascichi psicologici dell'internamento nel campo di sterminio furono probabilmente la causa del suo suicidio, avvenuto nel 1987. Tra i numerosi libri di Primo Levi ricordiamo: Se questo è un uomo, che racconta le condizioni di vita dei deportati di Auschwitz; La tregua, Il sistema periodico, Se non ora, quando? Fra le altre sue opere si ricordano i racconti di Storie naturali, Vizio di forma e Lilít e altri racconti; le poesie dell'Osteria di Brema e Ad ora incerta; i romanzi La chiave a stella e I sommersi e i salvati; i saggi di L’altrui mestiere (Premio Strega). Dalla Tregua ha tratto un film Francesco Rosi.

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PRIMO LEVI: PENSIERO E SE QUESTO E’ UN UOMO

Primo Levi nel suo romanzo Se questo è un uomo rievoca le esperienze vissute in prima persona nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia tra il 1944 e il 1945. Il titolo è tratto da una poesia di Levi posta all'inizio del romanzo. Levi scrisse Se questo è un uomo subito dopo la liberazione e il ritorno in Italia, tra il dicembre del 1945 e il gennaio del 1947. Il manoscritto fu inizialmente rifiutato dai diversi editori, e venne pubblicato dall'editore De Silva in un numero molto limitato di copie. Il successo e la notorietà del libro arrivarono nel 1958, quando fu ripubblicato da Einaudi. Da allora è considerato una delle più alte testimonianze del dramma vissuto nei lager da milioni di uomini di donne di varie nazioni europee. Levi spiega che il bisogno di raccontare era nato nel campo, già lì aveva prodotto appunti, subito dopo distrutti per non incorrere in rappresaglie da parte delle guardie.

L’urgenza di scrivere, e così di liberarsi dal peso dei ricordi, spiega la forma del libro: “i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza”. Levi dichiara che il libro pecca di frammentarietà, in realtà i capitoli ricostruiscono cronologicamente le tappe fondamentali esperienza del lager, dall'arresto alla liberazione.

Catturato a Torino nel dicembre 1943, Levi è inizialmente imprigionato nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Modena. Da qui, nel febbraio del 1944, viene trasferito ad Auschwitz, dove rimarrà circa un anno. Dopo un primo periodo di lavori forzati pesantissimi, poiché è laureato in chimica e conosce il tedesco ottiene un lavoro nei laboratori della “Buna”, una fabbrica di gomma. Nel gennaio del 1945 si ammala di scarlattina e i nazisti, minacciati dall'avvicinarsi dell'armata Rossa, abbandonano il campo e costringono i deportati a marciare verso Buchenwald e Mauthausen, campi più lontani dal fronte russo; morirono quasi tutti, sfiniti dalla fatica e dal freddo. Levi, con pochi altri ammalati, è abbandonato nell'infermeria; qui viene trovato dai russi il 27 gennaio del 1945.

Levi descrive tutti gli aspetti dell'inferno di Auschwitz: la fame, il lavoro, le malattie, la lotta per la sopravvivenza, ma anche valori che hanno dato ad alcuni la forza di resistere: la dignità, la cultura, l'amicizia. Il racconto della vita al campo e continuamente intrecciato alle riflessioni dell'autore animato da un fortissimo desiderio di capire un'esperienza che va oltre i limiti del comprensibile ed è incredibile.