Portami il girasole ch'io lo trapianti: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

Testo, analisi e commento alla poesia Portami il girasole ch'io lo trapianti di Eugenio Montale, componimento della raccolta Ossi di seppia. A cura di Marco Nicastro.

Portami il girasole ch'io lo trapianti

Testo del componimento:

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

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Portami il girasole ch'io lo trapianti: commento

Su questa poesia non vorrei spendere troppe parole. Tra tutte è certamente quella che mi ha segnato per più lungo tempo dopo aver letto per la prima volta l’opera di Montale. L'immagine di questo fiore giallo che s'inarca verso il cielo quasi in una gara di bellezza («e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti...»), capace di condurre l'uomo con la sua forza cromatica verso la speranza, è riuscito a volte a lenire le mie angosce giovanili quando ripescavo quei versi dalla memoria.
Montale qui si rivolge, come spesso fa, ad un interlocutore, e lo esorta a fare qualcosa («portami»). Chi è questo interlocutore? In prima battuta si potrebbe pensare ad una persona a cui il poeta tiene particolarmente, oppure in generale al lettore; ma non è escluso che si tratti di se stesso, cosicché il poeta chiede a se stesso la forza di andare avanti, di riuscire a sopravvivere nonostante una condizione di aridità interiore («Nel mio terreno bruciato dal salino»). È il tema dell'aridità della vita, uno dei grandi temi della poesia di Montale.

La metrica

Il componimento è caratterizzato da rime facili (semplici da realizzare), e da un ritmo piano e immagini delicate: la ricerca di un fiore da trapiantare, i girasoli che “guardano” verso il cielo azzurro, il fluire dei colori e dei suoni gli uni negli altri sono immagini che rendono più mite l'idea della morte quale destino ultimo dell'uomo, atto finale delle nostre vite che renderà chiaro, pare dirci l'autore, ciò che adesso nella vita terrena è oscuro «Tendono alla chiarità le cose oscure, […] Svanire / è dunque la ventura delle venture». Montale riprende qui – se consapevolmente o inconsciamente non importa – la famosa frase di S. Paolo tratta dalla prima lettera ai Corinzi: «Ora infatti vediamo come per mezzo di uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia».
Un afflato metafisico piuttosto chiaro emerge dunque in questa poesia, come avviene del resto anche in altri componimenti della prima produzione poetica di Montale. Anzi si potrebbe dire che questa è la poesia più religiosa di Ossi di seppia, quella cioè in cui l'aspirazione a una trascendenza, a una realtà pura che non è di questo mondo appare più evidente: basti pensare alle suggestioni di versi come «dove sorgono bionde trasparenze / e vapora la vita quale essenza». Non è forse questa una descrizione – eterea, immateriale, benefica – che si attaglia bene ad un qualche tipo di paradiso che noi tutti abbiamo almeno una volta immaginato?

La seconda strofa

La seconda strofa è una strofa di passaggio, un intermezzo che propone una sorta di riflessione metafisica sulla morte, descritta come un viaggio – il più importante di tutti, «la ventura delle venture» – caleidoscopico e cinestesico: noi siamo materia e questa, dopo la morte, passerà da una forma ad un’altra. Anche qui c’è forse l’eco di un’altra frase di S. Paolo – «affinché Dio sia tutto in tutti» – tratta sempre dallo stesso testo.

La terza strofa

La terza strofa chiude in continuità con la prima, ripetendo l'incipit ma con l'aggiunta di un tu pleonastico che rafforza l'esortazione iniziale rendendola più personale, più umana, oltre ad essere utile metricamente per poter realizzare un endecasillabo con l'accento tonico che cade sulla quarta sillaba, proprio su quel tu. Ma è una strofa, questa, che riprende anche il contenuto metafisico della seconda, alludendo anch’essa, come accennato, ad un aldilà dai toni soavi. La terza strofa infine conclude il componimento in crescendo da un punto di vista contenutistico, grazie all'ultimo verso (un doppio settenario) in cui si ha un climax centrato sulla speranza: il terzo «portami» della poesia assume qui un tono più assertivo, quasi famelico, dando il via ad un crescendo di energia (girasoleimpazzito- luce) dove soprattutto l'aggettivo impazzito lascia nella mente del lettore una vibrazione profonda, quasi il grido di gioia di un bambino che riceve un regalo a lungo desiderato.

Il significato dei girasoli

I girasoli per Montale sono quindi l’equivalente simbolico della felicità, come lo erano stati i limoni nell’altro celebre componimento; due elementi del mondo vegetale accomunati dal colore giallo, che è il colore del sole, della luce e della forza rigenerante della vita. Un colore da sempre associato nel psiche dell’umanità alla gioia e all’esaltazione interiore (basti pensare, ad esempio, al significato del giallo in un pittore come Van Gogh).
Si tratta di sentimenti positivi che però possono essere, pare dirci Montale, anche difficili da sopportare interiormente, cosa a cui farebbe pensare l’accostamento della luminosità dei girasoli all’aggettivo impazzito e al sostantivo ansietà, di cui si diceva all’inizio. Questo perché chi vive in una condizione di deprivazione e di aridità interiore, come quella spesso descritta dal poeta, non è più abituato a sentire la gioia e a contenerla, e potrebbe paradossalmente averne un danno, un po’ come nei film in cui l’assetato nel deserto, tenendo a bada la bramosia e il bisogno, avendo improvvisamente a disposizione dell'acqua deve dissetarsi gradualmente e a piccoli sorsi, perché altrimenti potrebbe morirne.

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