La poesia satirica: storia, caratteristiche e funzione

Origine della poesia satirica, tono e funzione del genere che nasce nell’antichità per criticare e polemizzare con vizi, debolezze e malcostume delle persone e della società
La poesia satirica: storia, caratteristiche e funzione
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1Le caratteristiche della poesia satirica

Quando parliamo di componimenti poetici, la prima cosa a cui pensiamo sono versi carichi di emozioni, di sentimentalismo, di romanticherie. È una visione parziale di tutto ciò che la poesia può essere, come ben dimostra la poesia satirica

La satira è un genere, originariamente e prevalentemente poetico, in cui possono essere trattati diversi argomenti

  • la politica;
  • la religione;
  • la sessualità;
  • la cultura;
  • la società;
  • la morte;
Esempio di illustrazione satirica raffigurante le carenze del tribunale di polizia.
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C’è però un filo rosso che li unisce tutti: la volontà dell’autore della poesia satirica di colpire – con lo scherno o con la polemica – dei comportamenti, delle ideologie o dei sentimenti, percepiti come vizi o difetti. Questi possono appartenere a un individuo, a un gruppo di persone, a una comunità o perfino all’umanità intera. 

Per riuscire in questo intento, gli autori fanno ricorso a delle tecniche di scrittura; tra queste, un ruolo di primo piano è assunto dalla figura retorica dell’ironia. Sono tuttavia presenti anche altre forme espressive, come:  

  • la parodia, che consiste nell’imitazione di qualcuno o di qualcosa con l’intento di ridicolizzarlo;
  • la caricatura, ossia l'accentuazione di atteggiamenti o tratti ridicoli di una o più persone con il fine di fornire una materia di riso;
  • l’umorismo, che consiste nel rappresentare gli aspetti più curiosi e divertenti della realtà, capaci di suscitare non solo il riso, ma anche una più profonda riflessione.

2Poesia satirica: storia e sviluppo

 Marcus Fabius Quintilianus (circa 35-circa 100).
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La poesia satirica è un genere la cui nascita viene ricondotta all’epoca della Repubblica romana «Satura quidem tota nostra est», scriveva Quintiliano nel libro X dell’Institutio oratoria: con queste parole l’autore rivendicava la paternità romana del genere della satira.  

Come ben si sa, infatti, tutti i generi letterari praticati nella letteratura latina, sin dalle origini, erano di importazione, in particolare ellenistica. Questo era dovuto al processo di ellenizzazione che Roma aveva subito a partire dal III secolo a.C. dopo la sua conquista dei territori della Magna Grecia: il contatto con la cultura greca, ben più avanzata di quella latina, aveva suscitato interesse per la letteratura, l’arte, la filosofia. E aveva, quindi, innescato un meccanismo di imitazione in virtù del quale a Roma erano giunte forme letterarie come il teatro, l’elegia e l’epica

Maschere teatrali, mosaico dei Musei Capitolini, Roma.
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La poesia satirica, invece, esula da questo discorso: essa ebbe i suoi natali proprio nella civiltà romana, senza che ci fosse un diretto corrispondente nel mondo greco. Diomede nella sua Ars Grammatica riassunse abilmente la genesi e le caratteristiche della satira romana: «Presso i Romani con satira si intende una poesia che ora ha carattere denigratorio ed è composta per colpire i vizi umani secondo la maniera della commedia antica: tale fu quella che composero Lucilio, Orazio e Persio. Un tempo però veniva chiamata satira un'opera poetica che constava di componimenti vari, come quella che scrissero Pacuvio ed Ennio».   

Nonostante, quindi, in una prima fase embrionale la poesia satirica venne portata avanti a Roma tra il III e il II secolo a.C. da autori come Nevio, Ennio e Pacuvio, il vero inventore del genere, così per come lo intendiamo, è considerato Gaio Lucilio.   

Orazio (65 a.C. - 8 a.C.), poeta  romano del periodo di Augusto.
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Il suo splendore venne poi raggiunto con le Satire di Orazio, pubblicate in due libri: in quest’opera l’autore intendeva riflettere in modo ora ironico, ora polemico, sulla società romana e i suoi vizi, nonché sulla sua vita quotidiana

Orazio divenne un modello per gli autori di poesia satirica a lui successivi, tra cui spiccano per importanza: 

  • Petronio Arbitro, autore del Satyricon, una narrazione in prosa e in versi dal carattere comico-satirico e di contenuto licenzioso in cui l’autore denunciò il lusso della classe dirigente a lui contemporanea;
  • Aulo Persio Flacco, autore di sei Satire, scritte in esametri dattilici: in esse il poeta, con aggressività e asprezza, trattò i temi della libertà interiore, della ricchezza, delle mode letterarie dell’epoca;
  • Decimo Giulio Giovenale, autore di sedici Satire di lunghezza diversa, raggruppate in cinque libri, in essi l’autore riversò tutta la sua indignazione nei confronti della vanità delle aspirazioni umane, delle nuove classi sociali, dei ricchi e degli aristocratici.

2.1Il Medioevo e la poesia comico-realistica

In Toscana si diffonde la poesia comico-realistica.
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Alla fine del Duecento, in Italia la poesia satirica iniziò ad assumere delle nuove sembianze, spingendo il piede sull’acceleratore del gioco e della burla. In Toscana, infatti, si diffuse la cosiddetta poesia comico-realistica, che faceva da contraltare alla poesia alta, elevata ed illustre dello Stilnovo.  

Pur non costituendo una vera e propria scuola, i poeti che si dedicarono a questo nuovo genere erano accomunati dal desiderio di scrivere poesie che trattassero temi realistici, come gli aspetti della vita quotidiana, rendendoli però caricaturali con l’intento di scandalizzare il lettore e la società medievale tutta. 

La poesia comico-realistica.
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Scegliendo uno stile basso e concreto, essi si dedicavano spesso alla parodia delle liriche amorose di stile alto, esaltando non più la donna angelica portatrice di beatitudine, bensì l’amore ardente, appassionato e sensuale e l’esaltazione dei piaceri della vita (come il denaro, il gioco d’azzardo e, più in generale, il divertimento). 

Tra gli autori italiani più noti che, nel Medioevo, hanno scritto poesia comico-realistica ci sono Rustico Filippi, considerato l’iniziatore del genere, e Cecco Angiolieri, probabilmente il suo esponente più noto. Non va dimenticato, inoltre, che anche Dante Alighieri e Guido Cavalcanti scrissero poesie comiche.  

2.2La poesia satirica nel Rinascimento

Ritratto di Angelo Poliziano (1454-1494).
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Il gusto per la poesia satirica, nelle sue tinte più comiche e burlesche, si protrasse anche nel periodo umanistico-rinascimentale. La tradizione toscana del Duecento e del Trecento venne ripresa da alcuni importanti poeti come Lorenzo de’ Medici, Angelo Poliziano, Francesco Berni e il Burchiello, che ne mantennero quasi invariate le caratteristiche. 

Solo nel Cinquecento il genere satirico si riavvicinò al modello oraziano. Questo si dovette a Ludovico Ariosto, autore del poema epico-cavalleresco Orlando furioso: egli scrisse, infatti, anche sette Satire in terzine di endecasillabi, indirizzate a parenti e amici. 

Partendo da episodi della propria vita personale, in quanto uomo cortigiano al servizio degli Estensi, l’autore inserì nei suoi componimenti satirici una riflessione sociale, culturale e politica sulla realtà delle corti del Cinquecento, non esente da giudizi. Pertanto, Ariosto può essere considerato a pieno titolo il fondatore della poesia satirica moderna.  

2.3Settecento e Ottocento: la poesia satirica dall’Illuminismo al Romanticismo

Se tra la fine del Cinquecento e per tutto il Seicento, negli anni della Controriforma, la poesia satirica conobbe un breve arresto, essa tornò in voga nel Settecento, nel periodo dell’Illuminismo

Giuseppe Parini, poeta italiano (1729-1799).
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Il suo scopo rimase invariato: quello di dare un giudizio, morale o sociale, sui costumi dell’epoca che si ritrovava a descrivere. In Italia, in particolare, l’autore che maggiormente, e con più successo, si dedicò a questo genere fu Giuseppe Parini. Egli fu l’autore de Il Giorno, nel quale in endecasillabi sciolti e con grande ironia viene raccontata la storia del "Giovin signore", un giovane aristocratico del Settecento. Il tono parodico nasconde, ovviamente, una critica alla nobiltà milanese settecentesca che conduce una vita sì privilegiata, ma al contempo banale e vuota. 

Ritratto del poeta Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863).
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Nell’Ottocento, invece, la poesia satirica prese una strada più dialettale: diversi furono gli autori che decisero di comporre i propri versi, a tratti scherzosi e a tratti polemici, nel proprio idioma locale. Ne fu un esempio il milanese Carlo Porta, nelle cui poesie ben emerge una critica alla società a lui contemporanea, in particolare alla nobiltà boriosa e ipocrita che non si cura dei cambiamenti sociali e politici in atto. 

A Roma, invece, emerse la poesia dialettale di Giuseppe Gioachino Belli: egli fu autore dei Sonetti romaneschi, in cui l’autore descrisse criticamente la plebe romana. Di qualche anno successivo, infine, il maremmano Giuseppe Giusti, in cui la poesia satirica ben si coniuga con lo spirito risorgimentale dell’epoca, dando vita anche a componimenti anti-austriaci.   

2.4La poesia satirica contemporanea

Aldo Palazzeschi, poeta e scrittore italiano (1885-1974).
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La poesia satirica riscosse un discreto successo anche nel Novecento, secolo in cui fu praticata da numerosi autori. Come non pensare, ad esempio, ad Aldo Palazzeschi, che nel 1910 scrisse L’incendiario, un lungo poemetto in versi liberi in cui, attraverso l’arma dell’ironia e dello sbeffeggiamento, criticò la società consumistica e opulenta dell’epoca

Di poesia satirica si può parlare anche con Eugenio Montale che nella sua raccolta Satura, del 1971, si trova a riflettere in modo ironico su alcune vicende legate alla quotidianità, sottolineando le debolezze della società italiana degli anni Sessanta

Non vanno dimenticati anche autori come Guido Gozzano e Corrado Govoni, nei cui componimenti assistiamo quasi a una dissacrazione degli eroi e dei personaggi illustri della letteratura