Plauto: vita e opere

Plauto: vita e opere A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Biografia e opere di Tito Maccio Plauto, autore teatrale e commediografo romano tra i più prolifici dell'antichità. Tra le sue opere più famose l'Aulularia, Anfitrione, Bacchidi.

1A partire dalla fine: un ritratto (im)possibile

Tito Maccio Plauto
Tito Maccio Plauto — Fonte: getty-images

Mi fa sempre una certa tenerezza scendere nella vita privata degli autori antichi, perché della loro vita non sappiamo in fondo granché: sono voci, idee, ricostruzioni, supposizioni. Lucrezio si dice sia morto suicida o per un filtro amoroso. Di Plauto sappiamo altrettanto poco. Partiamo dalla fine: l’epitaffio dedicato a Plauto alla sua morte: «Postquam est mortem aptus Plautus, Comoedia luget, / Scaena est deserta, dein Risus, Ludus Iocusque / et Numeri innumeri simul omnes conlacrimarunt», lo riporta Aulo Gellio, III, 3, 14). L’epitaffio recita questo: «Dopo che Plauto è morto, la Commedia piange, la Scena è deserta, e quindi il riso, lo schero, il gioco e i ritmi innumerevoli tutti insieme piangono».

Chi era Plauto? Rispondiamo così: egli era “un servo della scena”, “un servo del teatro”, come ne incontreremo tanti da quel momento in poi. Egli fu un attore di successo, un comico nato, un regista geniale della scena, scrittore capace di tradurre dal greco lo spirito travolgente della commedia: questo era Tito Maccio Plauto, il primo autore della letteratura latina di cui conserviamo opere intere, il primo scrittore che si dedica esclusivamente ad un unico genere letterario – la commedia – operando una sintesi originale della commedia nuova greca e di elementi attinti alla tradizione popolare della farsa italica. Insomma Plauto è uno degli autori fondanti la letteratura latina e, di conseguenza, quella europea. 

2«Cum latranti nomine», con il nome che abbaia: i tria nomina di Plauto

Analizziamo i suoi tria nomina: nel prologo della Casina il commediografo latino confessa di essere “cum latranti nomine”, col nome che abbaia, riferendosi al suo cognomen “Plautus”. A suffragio di questa ipotesi c’è il fatto che «plotus», in Umbro, è un cane dalle lunghe orecchie: se poi ascoltiamo bene, pronunciandolo, il «plau» suona proprio come il «bau» dei cani. Plautus significa anche “con i piedi piatti”.

Scendiamo più nel dettaglio del prenomen e del nomen: non sappiamo se Titus sia autentico, ma possiamo affermare che «Maccus» non lo sia, perché è una delle maschere della fabula Atellana il che suggerisce che la vera unica famiglia di appartenenza di Plauto sia il teatro e in particolare quello di origine autoctona (l’Atellana era di origine campana e in diverse forme la sua tradizione giungerà alla commedia dell’arte e poi oltre fino alla commedia all’italiana).

3Alcuni incerti dati biografici

L'Aulularia di Plauto rappresentata dalla Belli-Blanes Company, Roma. Disegno di Dante Paolocci
L'Aulularia di Plauto rappresentata dalla Belli-Blanes Company, Roma. Disegno di Dante Paolocci — Fonte: getty-images

Anche la datazione della vita di Plauto presenta numerosi problemi. Cicerone, nel De senectute, afferma che Plauto compose da senex alcune commedie fra cui lo Pseudulus: nel 191 a.C., doveva essere quindi già vecchio. Sempre Cicerone, nel “Brutus”, ci rivela l’anno della sua morte che corrisponde al 184 a.C. Le altre notizie le ricaviamo da Aulo Gellio e San Girolamo, ma sembrano davvero poco attendibili. Pare che dopo aver intrapreso la carriera di attore, bavrebbe fatto qualche investimento azzardato nel commercio, rovinandosi. Pieno di debiti, fu costretto a guadagnarsi da vivere in un mulino girando la macina. Fu quello il periodo in cui avrebbe cominciato a comporre commedie, fra cui il Saturio (L’uomo satollo) e l’Addictus (Lo schiavo per debiti), che nei titoli richiamerebbero le personali disavventure economiche. Fu l’inizio di una fortunata attività teatrale durata oltre un quarantennio e Plauto visse da lì in poi interamente della sua arte, praticata con instancabile fervore creativo: egli, insomma, scriveva per vivere, vero professionista della scrittura. 

4L’opera plautina: commedie originali, incerte e spurie

Illustrazione per le Commedie di Plauto
Illustrazione per le Commedie di Plauto — Fonte: getty-images

Già nell’antichità si ebbero dei problemi nello stabilire le commedie autentiche di Plauto perché questo autore ebbe un tale successo da diventare una sorta di divinità inviolabile del teatro romano: il pubblico avrebbe gradito e accettato qualunque opera purché sua. Per questo alla sua morte, furono messe in circolazione tutta una serie di commedie spacciate come plautine, rivelatesi poi dei falsi. Nel I sec. a.C. circolavano addirittura 130 titoli di commedie plautine. 

Il primo a procedere ad un’operazione filologica fu un grande erudito romano: Marco Terenzio Varrone, le studiò (“De comoedis Plautinis”) e le suddivise in tre gruppi: 

  • 21 certamente plautine (dette appunto “Fabulae Varronianae”);
  • 19 di attribuzione incerta;
  • tutte le altre furono considerate spurie.
Trinummus di Plauto, spettacolo di Westminster a Londra. Illustrazione della rivista "The Illustrated London News"
Trinummus di Plauto, spettacolo di Westminster a Londra. Illustrazione della rivista "The Illustrated London News" — Fonte: getty-images

L’autorità di Varrone fu tale che solo le 21 autentiche furono ricopiate, divulgate e rappresentate, eclissando tutte le altre che avrebbero comunque costituito per noi moderni un patrimonio interessantissimo. Attraverso le relative “didascalie”, sappiamo la data di composizione solo dello “Stichus” (200 a.C.) e dello “Pseudulus” (191 a.C.): la cronologia delle altre è definibile solo in base ad elementi interni, ipotizzando un’evoluzione del suo teatro dalla “farsa” ad una specie di “opera buffa”.    

Le 21 commedie plautine sono secondo un ipotetico ordine cronologicoAsinaria” (212), “Mercator” (212-10), “Rudens” (211-205), “Amphitruo” (206), “Menaechmi” (206), “Miles gloriosus” (206-5), “Cistellaria” (204), “Stichus” (200), “Persa” (dopo il 196), “Epidicus” (195-4), “Aulularia” (194), “Mostellaria” (inc.), “Curculio” (200-191?), “Pseudolus” (191), “Captivi” (191-90), “Bacchides” (189), “Truculentus” (189), “Poenulus” (189-8), “Trinummus” (188), “Casina” (186-5); in più la “Vidularia” pervenuta assai mutila.    

5Le tipologie di commedie

Tutte le commedie plautine sono state oggetto di studio e catalogate in sette gruppi a seconda del tipo di dispositivo comico:

  • dei Simillimi (o dei Sosia): sono commedie il cui effetto comico si basa sullo scambio di persona, dello specchio e del doppio;
  • dell’Agnizione (del “Riconoscimento”): nel gran finale della commedia avviene un riconoscimento improvviso ed imprevedibile dell'identità di un personaggio che cambia l’esito della storia;
  • della beffa: in questo tipo di commedia si organizzano scherzi, truffe e beffe, bonari o meno;
  • del romanzesco: dove compaiono i temi dell'avventura e del viaggio;
  • della caricatura (o dei Caratteri): contenenti una rappresentazione iperbolica, esagerata di un personaggio, come l’avaro, lo stupido, il soldato spaccone;
  • composita: che racchiude al suo interno uno o più elementi dei detti tipi;
  • del servus callidus: il servo, intelligente e scaltro, aiuta il padrone ad ottenere un oggetto desiderato o una donna (spesso e volentieri raggirando il vecchio padre o il lenone).

6La tecnica della “contaminatio”: il riuso del modelli greci e l’ “aemulatio”

L’esperienza del teatro romano è comprensibile solo alla luce dell’incontro della farsa italica (Fescennini e Atellana) con la commedia nuova greca, conosciuta dai Romani intorno alla metà del III sec. a. C. Gli autori greci di riferimento furono Menandro, in primis, e poi Filemone, Difilo, Alessi e Demofilo. Plauto, come vediamo nell’Asinaria, ammette senza problemi la fonte della sua commedia: «Huic nomen Graece Onagost fabulae; Demophilus scripsit; Maccus vortit barbare»; ossia: «In greco questa commedia si chiama Onagos [l’Asinaio]; la scrisse Demofilo; Macco l’ha tradotta in barbaro [cioè in latino n.d.r.]». Plauto dice vortere (“vertere”, ossia tradurre), ma non si tratta di una traduzione letterale, come quella che si fa con le versioni di latino; si tratta di un riadattamento.

Per accentuare l’originalità della sua particolare traduzione, Plauto usa la contaminatio (“contaminazione”) tecnica compositiva che si basa nell’inserire nella commedia da riadattare, scene prese da altre commedie, senza alcuna cura per la verosimiglianza dell’intreccio. Plauto vuole fare presa sul pubblico e quindi cerca il maggior numero possibile di scene comiche da inserire.

L’ambientazione greca iniziale è sempre mantenuta: Plauto scrive sempre fabulae palliatae, commedie di argomento greco. Dunque Plauto emula (aemulatio) i modelli greci, li imita al fine di comporre un nuovo prodotto capace di rivaleggiare con la fonte stessa.

7Elementi ricorrenti del teatro plautino e struttura

7.1Argumentum e prologo

L’argomentum è la sinossi della vicenda, il trailer diremmo oggi. Può essere composto in forma di acrostico, cioè le iniziali di ogni verso compongono il nome dell’opera stessa:

Meretricem Athenis Ephesum miles avehit.

Id dum ero amanti servos nuntiare volt
Legato peregre, ipsus captust in mari
Et eidem illi militi dono datust.
Suom arcessit erum Athenis et forat
Geminis communem clam parietem in aedibus,
Licere ut quiret convenire amantibus.
Obhaerentis custos hos videt de tegulis,
Ridiculis autem, quasi sit alia, luditur.
Itemque impellit militem Palaestrio
Omissam faciat concubinam, quando ei
Senis vicini cupiat uxor nubere.
Ultro abeat orat, donat multa. Ipse in domo
Senis prehensus poenas pro moecho luit.

Nel prologo Plauto fa parlare uno dei personaggi o un personaggio-prologo, e gli fa raccontare a grandi linee la trama della commedia e a volte addirittura le fonti utilizzate. Il prologo ha anche il compito di zittire il pubblico e di metterlo in ascolto, ma ha spesso la funzione di una captatio benevolentiae per ottenere più risate e indulgenza. La commedia si divide in tre parti: prologo (premessa), azione (svolgimento), epilogo (il finale). 

7.2Il metateatro

Il metateatro plautino consiste nella rottura dell’illusione scenica: gli attori parlano con il pubblico, lo fanno interagire, lo coinvolgono. È un fenomeno totalizzante, quasi carnevalesco tipico della festa collettiva.

7.3I personaggi stereotipati

Plauto si serve di personaggi tipizzati e senza introspezione psicologica: è una commedia rapida, veloce e non c’è tempo per soffermarsi sui pensieri: è tutta basata sulla comicità attraverso le parole (da cui le numerose invenzioni stilistiche e lessicali dell’autore) o attraverso l’azione (la scena è sempre piena di situazioni comiche, anche paradossali). Tra i personaggi tipici figurano gli amanti, il vecchio avaro e brontolone, il dissoluto, il soldato spaccone, la prostituta, il lenone, il villano. C’è poi il servo.

7.4Il servo

Il servo è una figura nodale in Plauto: è lui che spesso orchestra la trama della vicenda e la risolve, togliendo d’impiccio i padroni; particolarmente a lui, inoltre, è affidata la vis comica di tutta la vicenda. Abbiamo diverse tipologie di servo: il servus currens, un servo che corre da una parte all’altra, sempre di corsa, trafelato; il servus callidus, servo che usa la furbizia (calliditas, furbizia) e orchestra la trama; il servus imperator ossia il servo che si dà arie da comandante. 

7.5I “numeri innumeri” tra i cantica e i deverbia

I “numeri innumeri” sono la grande varietà di metri che Plauto ha utilizzato nelle sue commedie: se infatti i deverbia (le parti parlate della commedia) sono perlopiù scritte in senari giambici, nei cantica (le parti cantate) Plauto dimostra un utilizzo innovativo dei metri greci.

7.6La lingua e lo stile

La lingua plautina utilizza come base il sermo cotidianus (linguaggio comune, quotidiano) in cui però si inseriscono elementi artificiosi come espressioni arcaiche, colloquiali e volgari, creando quindi una lingua originalissima e divertente in cui massiccio è l’utilizzo dei neologismi, dei grecisimi e anche dei nomi parlanti (ad esempio Machaera, «Spada», e poi abbiamo il soldato spaccone Pyrgopolinices, «colui che espunga torri e città», ma in verità è un fifone). A proposito della lingua, Quintiliano ci riporta il giudizio di un grammatico, Elio Stilone, il primo grande filologo latino del secolo II a.C.: “Musas plautino sermone locuturas fuisse, si latine loqui vellent”; cioè: «Se le muse avessero voluto esprimersi in latino, avrebbero parlato con la lingua di Plauto». Un giudizio molto lusinghiero che sottolinea la vivacità della comicità plautina. 

Plauto si prende spesso gioco dell’epica parodiandola all’insegna di nuovi valori come l’amore e il denaro che sono il motore dell’azione all’insegna di continue invenzioni che sorprendono lo spettatore. 

8Plauto: la sua grandezza attraverso i secoli

Abbiamo detto che Plauto ha influenzato tutta la letteratura latina ed europea: egli fu uomo di teatro, servo della scena. Ha influenzato autori come Machiavelli, Shakespeare, Molière. La sua arte continua ad affascinarci in tutte le sue derivazioni, compresa la nostra commedia all’italiana che gli è debitrice: per la sua fantasia, per il suo linguaggio geniale, per la capacità creativa Plauto è tra i più grandi di sempre.

Dopo la fortuna goduta fino ai tempi di Adriano, Plauto si eclissò sempre di più, via via sparendo, quasi che si stesse introducendo una serietas inconciliabile con la gioia delle sue commedie. Il Cristianesimo lo rimosse, così come rimosse tutto il teatro pagano. Eppure sulle soglie delle città ancora c’erano i mimi e i giullari che raccontavano e portavano avanti se non il teatro, almeno la sensibilità comica plautina.

Solo Dante (Purgatorio, XXII, 90) lo ricorda tra gli spiriti magni dell’antichità: forse per sentito dire, fidandosi del giudizio altrui, senza averlo mai letto. Chissà. Fu il Rinascimento a dare nuova a questo autore: la sensibilità alla risata, il sano buonsenso di quella cultura, il cinismo e la laicità ben si accordavano al suo temperamento. Si stava sviluppando il dramma profano e si scoprì in Plauto un autentico maestro. A Ferrara, Ercole I d’Este inaugurò il 25 gennaio 1487, una scena stabile nel palazzo ducale di Ferrara, con la rappresentazione dell’Amphitruo di Plauto.