Pietro Bembo: vita, opere e la questione della lingua

Pietro Bembo: vita, opere e la questione della lingua A cura di Antonello Ruberto.

Biografia e opere di Pietro Bembo, scrittore e poeta umanista, che affrontò il tema della codificazione della lingua italiana fornendo regole che trasformarono il toscano da dialetto a lingua.

1Pietro Bembo, una vita per le lettere

Ritratto del Cardinale Pietro Bembo
Ritratto del Cardinale Pietro Bembo — Fonte: getty-images

Pietro Bembo nasce a Venezia da una famiglia d'antica nobiltà, il padre Bernardo, uomo politico e umanista, fa educare il figlio con particolare attenzione alle materie letterarie e nel 1492 lo invia a Messina perché studi il greco; dopo la Sicilia è la volta di Ferrara, dove viene inviato per migliorare i suoi studi filosofici e dove conosce letterati del calibro di Ariosto

Tornato a Venezia nel 1503, delude il padre decidendo di rinunciare alla carriera politica per dedicarsi esclusivamente all'attività letteraria; inizia una collaborazione profonda e proficua con Aldo Manuzio, innovativo stampatore veneziano, per cui cura l'edizione di una collana di classici; tradizionalmente con questo termine s'intendevano gli autori latini ma Bembo inserì nella collana sia la Commedia di Dante che Le cose volgari di M. Francesco Petrarca (cioè il Canzoniere), ed è proprio su quest'ultimo che opera un notevole sforzo di ricerca filologica e ripulitura linguistica, al fine di ricostruire una versione del Canzoniere che riproducesse più fedelmente possibile quella originale: si tratta di una novità importante perché, per la prima volta, nel mondo umanista gli autori volgari vengono messi sullo stesso livello di Orazio e Virgilio

Nel 1506 si trasferisce a Urbino presso la raffinatissima corte del Montefeltro, dove conosce Castiglione, Bibbiena e inizia la stesura delle Prose della volgar lingua

Nel 1508 ottiene la tonsura e, per proseguire nella carriera ecclesiastica, nel 1512 si trasferisce a Roma dove un anno dopo viene nominato segretario pontificio da Leone X; comincia così un periodo di viaggi tra Roma e Padova, città dove nel frattempo inizia una stabile relazione con una nobildonna da cui nascono tre figli; nel 1524 conclude le Prose della volgar lingua

Torna a Venezia nel 1530 e riceve la nomina di storiografo ufficiale della Repubblica, motivo per cui comincia a scrivere le Historiae venetae libri; nello stesso pubblica la prima edizione delle sue Rime che lo consacrano definitivamente come punto di riferimento della nuova letteratura italiana. 

Già celebre e riconosciuto, nel 1539 viene finalmente nominato cardinale. Muore a Roma nel 1547. 

2Pietro Bembo: le Prose e la questione dell’italiano

Per comprendere il peso e l'importanza delle Prose bembiane è necessario collocarle nel loro preciso contesto storico e culturale. Per quanto il latino, soprattutto nella sua riscoperta umanistica, continuasse ad essere la lingua preminente in diversi ambiti, nel Quattrocento cresce l'urgenza e la necessità di definire un volgare d'uso che possa sostituirlo rispecchiando la nuova società italiana.

In questo processo fattori culturali, letterari e politici si sovrappongono: da un lato si riflette sulla definizione di una lingua che possa essere davvero 'italiana', e cioè priva di spiccati regionalismi, dall'altra il fatto che i modelli vengano presto individuati nella letteratura trecentesca toscana viene strumentalizzato dalla signoria locale per rivendicare la centralità fiorentina nello scacchiere italiano, come dimostra la Raccolta aragonese che Lorenzo de' Medici compila e invia a Federico d'Aragona.  

A complicare ulteriormente la situazione arriva il periodo delle Guerre d'Italia che rompe l'equilibrio politico della Penisola e mette in crisi quegli ideali umanisti ad esso collegati: con la discesa di Carlo VIII l'unica solidità ideologica la si può ritrovare soltanto nella letteratura del passato.

2.1Le Prose

Le Prose della volgar lingua sono un dialogo di stampo umanista che come oggetto il linguaggio i cui si confrontano Giuliano de' Medici, Ercole Strozzi e Federico Fregoso, ciascuno sostenitore rispettivamente del primato del fiorentino, di quello del latino mentre il Fregoso si fa portavoce delle idee dell'autore insieme a suo fratello Carlo Bembo.

Nella prima fase del dialogo gli interlocutori si coalizzano contro l'umanista Strozzi che ribadisce il primato del latino. Una volta messo da parte il latino il discorso si concentra sulle forme e le caratteristiche del volgare: quello cortigiano, improntato sul concetto d'uso linguistico, viene scartato perché privo di modelli generali e di una tradizione letteraria.

Altri tipi di problemi pone l'uso della lingua fiorentina sostenuta dal Medici: nel corso del Quattrocento la corte medicea si era imposta come culla dell'umanesimo, rappresentandosi al contempo come prosecutrice della grande stagione letteraria trecentesca. Bembo smonta questa narrazione (molto diffusa nell'Italia dell'epoca), condanna la stagione umanista per il suo sperimentalismo plurilinguista sottolineando la sua lontananza ai modelli trecenteschi.

Pietro Bembo
Pietro Bembo — Fonte: getty-images

Emulando i classicisti che avevano individuato in Cicerone e Virgilio gli esponenti del periodo aureo della letteratura latina, così Bembo individua nel Trecento il secolo d'oro della letteratura italiana e in Petrarca e Boccaccio i suoi massimi esempi, quelli che occorre imitare cogliendoli nella loro originaria purezza, un'operazione che, dice Bembo, può essere fatta solo dagli scrittori non toscani, che si approcciano a questi autori senza preconcetti.  

Come si può notare Dante viene escluso dal novero degli esempi trecenteschi, e questo perché la varietà di lingue e stili presenti nelle sue opere contravveniva all'ideale modello bembiano caratterizzato dal monolinguismo e da un'eleganza formale improntata al modello petrarchesco.  

La proposta letteraria di Bembo trova subito un largo successo in un'Italia che nella crisi di inizio Cinquecento toccava con mano, e tragicamente, la debolezza dei suoi equilibri politici e ricercava unità e solidità ideologica nel passato; dal punto di vista del dibattito sulla lingua le Prose hanno due effetti distinti: da un lato indicano dei modelli precisi per la lingua letteraria arginando lo sperimentalismo umanista, dall'altro pongono la questione al di fuori della contemporaneità storica, finendo per distaccare la lingua parlata da quella letteraria, che finisce col diventare uno strumento marcatamente più elitario che nel passato.  

3Gli Asolani e le Rime

Sia gli Asolani che le Rime ricoprono un'importanza particolare nell'opera bembiana non tanto per il loro intrinseco valore letterario, quanto per il loro valore formale, per essere state la messa in pratica delle idee letterarie del loro autore. Pubblicato per la prima volta nel 1505 e destinato a successivi aggiustamenti, gli Asolani ha tutte le caratteristiche del dialogo umanista d'ambientazione bucolica e affronta il tema amoroso evidenziando il rapporto con la donna, che assume così un ruolo attivo. 

Ma, al netto di quest'innovazione, è dal punto di vista formale che l'opera propone un modello originale: Bembo rifiuta la lingua cortigiana e il fiorentino quattrocentesco per prendere a modello del suo dialogo il Boccaccio del Decameron e di altre opere giovanili; la scrittura degli Asolani tende tutta a realizzare un'opera armonica e compiuta dal punto di vista formale, sacrificando però l'approfondimento dei concetti del dialogo. 

Gli Asolani di Pietro Bembo. Biblioteca Nazionale di San Marco. Venezia, 1505
Gli Asolani di Pietro Bembo. Biblioteca Nazionale di San Marco. Venezia, 1505 — Fonte: getty-images

Le Rime hanno una prima edizione nel 1530 e una seconda cinque anni più tardi. Come per gli Asolani, ma in maniera più incisiva, la loro importanza per la storia della letteratura italiana non risiede tanto nel loro valore poetico quanto nel fornire un esempio pratico di quanto teorizzato nelle Prose. In altre parole: se le Prose della volgar lingua contengono la teorizzazione dell’ideale linguistico bembiano, le Rime ne sono la concretizzazione.  

Bembo fonda la sua costruzione poetica su Petrarca, riprendendone le scelte retoriche e formule espressive, senza tuttavia fornirne una versione appiattita sull’esperienza trecentesca ma, anzi, modellandola sulla realtà dell’ambiente culturale delle corti cinquecentesche: in questo modo la lingua petrarchesca ne esce profondamente riattualizzata e semplificata, pronta per svolgere il suo ruolo di base della nuova lingua rinascimentale.  

4Guarda il video sulla letteratura umanistico-rinascimentale