Personaggi de I Promessi Sposi: descrizione, analisi e commento dei personaggi principali

I Promessi Sposi: descrizione e riassunti dei personaggi del romanzo di Manzoni. Leggi l'analisi su Lucia Mondella, Renzo Tramaglino, la Monaca di Monza e tanti altri

Personaggi de I Promessi Sposi: descrizione, analisi e commento dei personaggi principali
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Personaggi de I promessi sposi

Sono tanti i personaggi che compaiono nel romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e ognuno di loro ha, a modo suo, un posto importante all'interno della storia narrata. Manzoni per ciascuno fornisce accurate descrizioni che riguardano il ruolo, le caratteristiche socio-economiche, la psicologia ed il comportamento.

I personaggi principali, ossia i protagonisti, sono ovviamente tre: Renzo, l’eroe; Don Rodrigo, l’antagonista; e Lucia, che rappresenta l’oggetto del desiderio. Tutti gli altri personaggi si possono raggruppare in due grandi gruppi: quello dei buoni e quello dei cattivi. Il primo gruppo è costituito da quelli che aiutano i promessi sposi a realizzare il loro desiderio di sposarsi, mentre i secondi fanno di tutto per ostacolarli. Bisogna tenere a mente, però, che in realtà nessuno dei personaggi descritti da Manzoni può essere definito del tutto buono o del tutto malvagio e che diversi personaggi, nel corso della storia, cambiano molto.

Personaggi de "I Promessi Sposi"

Lo schema dei ruoli
Una prima suddivisione tra i vari personaggi si può comunque fare secondo lo schema vittima-oppressore. Renzo e Lucia sono le vittime, mentre Don Rodrigo è l'oppressore. Gli alleati di Don Rodrigo sono l’Innominato, il cugino Attilio, il Conte Zio, i bravi e l'Azzecca-garbugli. Invece Fra Cristoforo, il cardinal Federigo Borromeo, Agnese, Perpetua e gli amici al paese, Tonio e il fratello Gervaso, possono annoverarsi fra gli aiutanti delle vittime. Ma bisogna ricordare anche don Abbondio, che, con la sua paura di ribellarsi al signorotto del paese, dà il via alla vicenda, rinviando il matrimonio tra Renzo e Lucia. Oppure la Monaca di Monza che collabora al rapimento di Lucia.

Personaggi statici e personaggi dinamici
I personaggi possono essere ulteriormente suddivisi in due categorie a seconda della loro staticità o dinamicità rispetto allo spazio, se cioè restano fermi in un determinato luogo o sono portati dalle vicende a decidere autonomamente di spostarsi (in questo senso Lucia è statica perché "viene spostata" contro la sua volontà e diviene dinamica solo alla fine quando decide insieme al marito di andare a Bergamo, ma anche qui con una buona dose di staticità, perché in fondo segue il marito). 

  1. Statici
    Nel corso della storia non mutano e restano fedeli a se stessi nel corso del tempo. Sono personaggi statici‚ (o piatti) quelli che non modificano la propria personalità nel corso della narrazione, come don Abbondio. Egli, infatti, proprio perché si comporta in una maniera diversa da come si dovrebbe comportare un normale parroco, non solamente diverte il lettore, che sorride alle sue eccessive paure, alla sua pavidità di coniglio, al suo egocentrismo, alle sue ansie per la propria tranquillità, alle meschinità messe in atto per non compiere scomodi doveri, ma anche riflette sulle proprie piccinerie: in fondo don Abbondio è il personaggio nel quale meglio si riflettono i difetti degli uomini e, soprattutto, le paure e gli egoismi dei mediocri.
  2. Dinamici
    Quelli che nel corso del racconto modificano la loro personalità, cambiano opinione, posizione.

(Nella foto: copertina ed. dei Promessi Sposi del 1840, fonte:Wikipedia)

Lucia Mondella: analisi e commento

Nel corso di tutto il romanzo questo personaggio rimane fedele a se stesso. Manzoni ne fa, riguardo a talune vicende, una specie di strumento della Provvidenza Divina come avviene ad esempio nel castello dell'Innominato in cui alcune parole che dice impulsivamente, circa il perdono di Dio, che viene concesso anche solo per un'opera di misericordia, hanno un effetto dirompente sul cattivo signore, in crisi di identità e, ancora inconsciamente, desideroso di mutar vita, stanco di commettere violenze contro innocenti.
Lucia appare sempre come un’immagine di femminilità cristiana: come dice il suo nome, Lucia è colei che illumina, quintessenza popolare della donna angelo, segno di bene e salvezza, ma radicato in un mondo contadino pieno di incombenze materiali, ripetitivo, appartato e pauroso verso la realtà esterna. È l’esaltazione delle virtù cristiane: la fede, la pudicizia, la mansuetudine e la capacità di persuadere attraverso la forza della bontà. L’autore ha una particolare predilezione per lei, tanto che la rende rivelatrice del senso profondo di una vicenda il cui lieto fine esiste solo nell’ambito ristretto di una famiglia devota e santificata dall’amore, mentre il mondo e la storia appaiono in tutta la loro carica irredimibile di male e di disordine, che Lucia inquadra con la semplice fermezza della sua fede. E' un personaggio statico, che mantiene una limpida coerenza in tutte le sue azioni, nonostante sia costretta ad affrontare innumerevoli prove, e ciò la porta a diventare modello di "medietas" in cui traluce la traccia di un sublime che ha nell’interiorità il suo nucleo più profondo. Aspetto esteriore ed aspetto morale vanno di pari passo, o meglio il primo non è che un veicolo per arrivare al secondo. Nessun particolare, anche minimo, è fuori posto: ciascuno aggiunge un elemento rivelatore del suo carattere. Il tratto fondamentale è quello della modestia (la sua è una “modesta bellezza”), che corrisponde al valore dell’umiltà. Si tratta tuttavia di un atteggiamento non arrendevole ma solido e ben meditato. Il carattere è inoltre riservato, ma non chiuso, come dimostra l’antitesi tra il corrugamento dei “lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca si apriva in un sorriso”. Le prime parole di Lucia sono pronunciate solo nel terzo capitolo, quando Renzo narra ad Agnese delle minacce di Don Rodrigo a Don Abbondio. Lei era l’unica a sapere del bieco interesse del signorotto nei suoi confronti: ne aveva parlato solo a Padre Cristoforo in confessione, ma adesso rivela la verità anche alla madre e al fidanzato, provando a mitigare le reazioni di Renzo e mostrando la sua assennatezza. La nobile morale della ragazza si palesa in numerosi eventi: l’elemosina a fra Galdino (cap. III); il sollievo di fronte alla promessa di evitare ogni decisione avventata fatta da Renzo a Padre Cristoforo (cap. V); l’accettare la proposta del “matrimonio a sorpresa” solo per sviare l’ira di Renzo contro Don Rodrigo (cap.

VIII). Lucia è la protagonista dell’Addio ai monti, in cui il narratore rivela i suoi pensieri mentre attraversa sulla barca il lago di Como per recarsi a Pescarenico: a far da padrone è la morsa del dolore provocato dalle ingiustizie, che la porta a riflettere sulla triste sorte di coloro che devono fuggire a causa della violenza altrui. Nel capitolo IX, Lucia, giunge al convento di Monza, luogo in cui la purezza della giovane viene contrapposta all’animo arido e disincantato di Gertrude: ciò è reso evidente dal rossore pudico della ragazza e da quello manifestato dalla monaca, a seguito del rimprovero del padre guardiano per la sua curiosità morbosa riguardo le vicende di Lucia. Nonostante i problemi e le difficoltà che deve affrontare, Lucia non perde mai la sua fede e si rifugia nella preghiera, arrivando anche a far voto di castità, dopo il rapimento da parte dell'Innominato.

Renzo Tramaglino

Renzo Tramaglino è il protagonista maschile dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. E' un ragazzo ventenne, orfano dall’adolescenza, che lavora come filatore di seta per tradizione familiare, come molti attorno a Lecco, città nella quale è nato. E' un personaggio fortemente dinamico, che nel corso del romanzo, grazie alle esperienze di cui è protagonista, subisce varie trasformazioni che lo rendono migliore. Nei primi capitoli, il narratore lo fa apparire come un giovane schietto e coraggioso, preda di forti cambiamenti di stato d’animo e caratterizzato da una forte sete di giustizia. Manzoni esprime attraverso questo personaggio uno degli aspetti del suo cristianesimo democratico: l’esigenza di giustizia, che si contempera con il messaggio religioso del romanzo, di cui Lucia è la principale portatrice. Lucia, grazie al suo nobilissimo orizzonte morale, influenza il fidanzato e si rende fautrice del perfezionamento e della definizione del carattere del ragazzo. Dopo il rinvio del matrimonio, Renzo fa di tutto per estorcere a Don Abbondio il nome del prepotente e si sente impotente di fronte al “latinorum” del curato che non riesce a comprendere dal momento che è analfabeta. Costretto a subire soprusi e torti, manifesta la sua rabbia immaginando agguati e vendette ai danni di Don Rodrigo. Supportato da Agnese, la madre di Lucia, Renzo non si perde d’animo e accetta di recarsi dal dottor Azzeccagarbugli: la sua ingenuità, però, lo espone a una delle tante esperienze negative che vivrà nel corso del romanzo. La sua ingenua ingegnosità è oggetto della comprensiva ironia del Manzoni: egli è solo un umile rappresentante di una società senza potere, costretta ad arrabattarsi per uscire fuori dalle maglie delle prepotenze. La sua ingenuità lo porterà a mettersi nei guai durante il tumulto di Milano. Ma tutte le difficoltà serviranno a farlo diventare una persona migliore

Ai personaggi statici (o piatti), si contrappongono i personaggi a tutto tondo‚ (o dinamici), ossia quelli che si evolvono e cambiano nel corso della narrazione, come l'Innominato oppure Renzo.

Il dinamismo di Renzo non riguarda soltanto la sua trasformazione da giovane ingenuo in accorto imprenditore, attraverso le numerose peripezie a Milano, durante i tumulti e poi all'epoca della peste. Renzo è dinamico anche perché le circostanze lo portano a percorrere, a piedi, chilometri e chilometri.
Attraverso la sua persona, l'azione narrativa stessa acquista dinamismo e si sposta da un luogo all'altro del Milanese: è quella sua la potremmo definire un’Odissea poiché, convinto di lasciare il paesino per trovare ospitalità a Milano per qualche tempo, si trova al centro di fatti più grandi di lui.

Don Rodrigo: analisi del personaggio

Don Rodrigo è la figura di un malvagio aristocratico, che abita in un palazzotto isolato e tetro presso il paese dei due fidanzati Renzo e Lucia. Egli, nonostante la sua cattiveria e il violento rifiuto degli inviti alla conversione che gli giungono dall’esterno, appare insidiato da un sotterraneo senso di colpa e dalla paura del castigo divino. Le parole di cupa profezia e di minaccia, che Padre Cristoforo gli rivolge alla fine del dialogo (“Verrà un giorno…”), non solo provocano nel signorotto “un lontano e misterioso spavento”, ma sono anche l’incubo ossessionante che lo perseguita nel delirio della malattia, quando cioè si manifesta, nell’agitazione del sogno, la peste che lo condurrà al lazzaretto e alla morte. Egli non è altro che un personaggio frutto della sua classe sociale e della sua epoca. Non è casuale, infatti, che le azioni del personaggio siano sempre concertate e realizzate insieme con qualcuno: il puntiglio d’onore che gli fa desiderare Lucia e lo spinge a mettere in moto il meccanismo di intimidazione di cui si vedono gli effetti nelle prime pagine del romanzo nasce da una scommessa col cugino Attilio, mentre il colloquio con Padre Cristoforo è preceduto da quella sorta di intimidazione collettiva che è il banchetto con ospiti di riguardo a cui il religioso assiste. Il capitolo in cui la psicologia oscillante e insicura di don Rodrigo appare in piena luce è il VII, in cui il signorotto prepara il piano per rapire Lucia. Per portare a termine il suo piano, sarà poi costretto a rivolgersi all'Innominato, un signore più potente di lui.
Anche don Rodrigo è un personaggio statico: lo troviamo sempre nel suo palazzotto, dal quale dirige le operazioni per far arrendere Lucia; a un certo punto, vista la sua impotenza, è costretto a spostarsi nel castello dell'innominato per chiedere aiuto, e alla fine viene letteralmente trascinato al lazzaretto, dove finisce la sua miserabile esistenza: in questo senso lo possiamo definire come il simbolo dell'eterna staticità del male nella sua essenza.

Gertrude, la monaca di Monza

Gertrude, ovvero la Monaca di Monza, è il personaggio protagonista dei capitoli IX e X dei Promessi Sposi. Essa rappresenta un’immagine opposta del mondo degli ordini religiosi rispetto a quella offerta da Padre Cristoforo, perché da ospite e aiutante di Lucia si trasforma in aiutante dei suoi rapitori: appartenente alla più alta nobiltà, essa vive, fin dalla sua monacazione forzata, tutte le contraddizioni e i malefici effetti dell’intreccio tra sistema ecclesiastico e prepotenza sociale.

È uno dei personaggi storici dell’opera: si tratta, in realtà, di Marianna de Leyva, di nobili natali, diventata nel 1591 suor Virginia Maria nel convento di Monza. Il narratore, rifacendosi alla vita della donna, si sofferma sulla ricostruzione della relazione di Gertrude ed Egidio, sulla sua seduzione agli intrighi di monastero, sull’uccisione della conversa e persino sul pentimento della signora e delle sue complici e sull’uccisione efferata di Egidio, colpito dalla giustizia pubblica. Quando Lucia, all’inizio del IX capitolo, giunge al convento di Monza per cercare ospitalità e ricovero, l’apparizione dietro la grata del parlatoio della “signora”, colei che non è badessa ma ha gran potere per i suoi nobili natali, suscita nel lettore una sospensione di curiosità e attesa. L’accurato ritratto fisico della donna, sottolinea i segni esterni di un segreto tormentoso, che presto appariranno come le tracce di una doppia vita. Sugli elementi puramente descrittivi prevalgono le interpretazioni psicologico-morali: “bellezza sbattuta, sfiorita e direi, quasi scomposta; contrazione dolorosa” della fronte; “investigazione superba, odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e feroce, svogliatezza orgogliosa” e “travaglio d’un pensiero nascosto” negli occhi; “abbandono del portamento; mosse repentine, irregolari e troppo risolute; qualcosa di studiato e di negletto” nell’abbigliamento. La vicenda di Gertrude si distingue in due tempi: quello in cui essa è, sin dalla culla, vittima predestinata di un padre luciferino, padrone, egoista e crudele, che predestina la figlia alla monacazione; ed un secondo momento in cui ella stessa diventa strumento del maleresponsabile del capriccio, del disordine e del peccato”. Evidente è la sproporzione delle due parti: il narratore si dedica soprattutto alla prima, riducendo la seconda ad una breve sequenza. Nel racconto dell’infanzia e della giovinezza, il rapporto con il padre mette a nudo la fragilità del carattere della fanciulla, contrapposta alla crudeltà del nobiluomo: l’imprigionamento morale di Gertrude avviene sin dalla nascita, attraverso i giochi, i discorsi familiari, i ricatti affettivi. Una sistematica, ingannevole deformazione investe gli eventi: a una figlia bisognosa del perdono, per aver intrattenuto una corrispondenza con un paggio, il padre è capace di dimostrare che ogni possibilità di matrimonio è per lei ormai tramontata dopo una simile colpa. Quando Gertrude lascia sfuggire un assenso a una sua considerazione sui pericoli di cui il mondo è pieno, egli mostra di intendere quell’assenso come un’accettazione implicita del velo e la travolge con una serie intramontabile di gesti e di discorsi, tutti volti ad esprimere un conforto e una felicità ormai certa che l’intera famiglia è pronta a condividere. Negli unici momenti in cui la ragazza potrebbe sottrarsi alla morsa che la stringe, la sua debolezza di volontà le impedisce di affrontare la situazione: nel momento in cui chiede pubblicamente di essere accolta nella comunità monastica viene guidata a distanza da occhi paterni.

Nel colloquio con l’esaminatore che dovrebbe vagliare attentamente l’autenticità della sua vocazione, l’evidenza terribile di quanto dovrebbe confessare la scoraggia e la spinge a rifugiarsi nella finzione delle parole: “e fu monaca per sempre”. Dal rancore e dalla frustrazione della vittima nasce la malvagità della suora. Gertrude, così, diventa preda di un umore astioso e variabile, che si sfoga con le altre monache o con le allieve a lei affidate, fin quando la tresca con Egidio non le ripropone la sottomissione alla volontà perversa di un uomo. La digressione rende chiaro il senso delle domande morbose che ella rivolge a Lucia sul nobile di cui essa ha rifiutato le offerte, ma fa intuire al lettore che Lucia anziché trovarsi sotto la protezione della monaca, sicura come sull’altare, è caduta in trappola. A Lucia, dei suoi discorsi rimane in cuore un confuso spavento, mentre Agnese si limita ad un giudizio generale, ma non benevolo.

L'Innominato

L'Innominato è una delle figure più complesse di tutto il romanzo. Pur essendo una persona realmente esistita, riceve da Manzoni una ulteriore elaborazione artistica che ne fanno un personaggio dotato di vita autonoma e di interiorità coerente. Il dramma dell'Innominato si svolge tutto all'interno del suo spirito ed è seguito dall'autore nel suo nascere e nel suo sviluppo. Manzoni non lo presenta come malvagio, obietto e ripugnante perchè l'Innominato serba, pur nella sua posizione di ribelle, qualcosa di regale, essendo sempre stato fedele a se stesso e avendo sempre difeso con coraggio estremo anche cause ingiuste. Per questo l'Innominato è grande anche nel male, superiore alla bassa malvagità di Don Rodrigo. Ha un animo negato a ogni compromesso, incapace di vie di mezzo e per questo la crisi interiore che avrà lo porterà a una profonda rivoluzione spirituale. Quando Manzoni lo presenta, la sua crisi è già iniziata e si manifesta con sentimenti di disgusto e di fastidio per una vita di violenze e di complotti, passati inesorabilmente in solitudine. "L'uggia delle sue scelleratezze" si faranno a poco a poco coscienza, prima quando vede Lucia nella carrozza e si rende conto di non poterla consegnare a Don Rodrigo e poi nella famosa notte durante la quale il rimorso del suo violento passato gli giunge in una dimensione insopportabile. Egli vorrebbe redimere questo passato sanguinoso ma si sente impotente poiché, anche se liberasse Lucia, si limiterebbe soltanto a dare giustizia all'ultimo di una lunga catena di delitti. Di fronte al Dio misericordioso, l'uomo potentissimo abituato a imprese rischiose e a delitti sanguinosi, si sente finalmente sollevato poiché intravede finalmente la possibilità di salvezza. Dopo questa conversione lo spirito dell'Innominato rimane intatto, perché non è il suo temperamento a subire una trasformazione, ma la sua coscienza: dal male passa al bene ricominciando una nuova vita.

Don Abbondio

Don Abbondio è il curato di un non precisato paesino di Lecco, in cui vivono Renzo e Lucia.

E' un “uomo qualunque” che non si è mai sollevato all’altezza del suo ufficio di pastore d’anime, anzi, presenta una personalità passiva, difensiva e paurosa, tanto che l’autore lo definisce “non nobile, non ricco e coraggioso ancor meno” e sottolinea i suoi limiti umani e morali evidenziando la sua prepotenza contro i deboli e il suo asservimento ai potenti. I comportamenti del curato hanno sempre come obiettivo l’autodifesa dalla violenza del mondo e la salvaguardia della propria quiete, anche al prezzo di mancare ai suoi doveri verso i più deboli. I suoi gesti sono meccanici, consueti e rassicuranti e le sue reazioni alle peripezie, in cui tanto più lamentevolmente incappa quanto più si è impegnato ad evitarle, sono fin “troppo umane” per poter essere quelle di un uomo di fede, che dovrebbe rifiutare la terrestre gravezza della natura umana. Il suo modus vivendi non può che essere oggetto dell’umorismo manzoniano che delinea questo personaggio come una figura comica, che richiama a sé un insieme di riprovazione e simpatia. Egli è un “vaso di terra cotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”, che ha innestato su un sacerdozio senza vocazione spirituale e pastorale un sistema di quieto vivere che segue con scrupolo convinto e totale: “scansar tutti i contrasti”.  Da queste regole di vita derivano la sua aspra censura verso coloro che si espongono ai contrasti e, trascurando la prudenza per la giustizia, scelgono di difendere il più debole.

Perpetua

Perpetua è la serva di Don Abbondio. È una donna “affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione”. Viene descritta così all'inizio del romanzo: "aveva passato l'età sinodale dei 40, rimanendo nubile, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche". Vive di luce riflessa del curato, costituendone un significativo antagonismo, sebbene non sia meno affetta del padrone da “fantasticaggini” sempre più frequenti nella sua quasi isteria di zitella. Nonostante sia una donna di popolo, presenta sprazzi di saggezza e un seppur grossolano coraggio. Non sa mantenere i segreti ed ha un animo piuttosto semplice e "rozzo". Manzoni non risparmia neanche lei dal suo umorismo. Purtroppo rimarrà vittima della peste.

Fra Cristoforo

Fra Cristoforo è il frate che aiuta i due protagonisti nella parte iniziale del romanzo dei Promessi Sposi. Alessandro Manzoni si sofferma molto sulla descrizione di Fra Cristoforo, non solo della sua personalità e del suo aspetto fisico ma anche della sua vicenda e di alcuni cenni di quella del padre, perché i conflitti interiori del frate e tutti i suoi cambiamenti sono grandemente influenzati da anomalie educative e sociali, come ad esempio la gran vergogna che aveva il genitore verso la sua professione. Fra Cristoforo è il difensore degli umili e degli oppressi, che porta nella sua ardente missione di carità lo spirito combattivo che aveva animato la sua giovinezza inquieta, ed il santo cappuccino che perennemente esorta a confidare in Dio ed opera coraggiosamente.

L’autore evidenzia questa caratteristica del personaggio con una similitudine in cui gli occhi del frate, incavati e chinati a terra, che talvolta risplendono intensamente, vengono paragonati a due “cavalli bizzarri”. Sono i protagonisti dello sguardo di un uomo che vive una vita tormentata dal difficile rapporto con una realtà ostile al bene, ma appassionata dalla sua missione salvifica. Ciò è rivelato anche aspetto semplice di Fra Cristoforo, che trascura le apparenze: un capo rasato, salvo la piccola corona di capelli che vi gira intorno, secondo il rito cappucinesco; una barba bianca e lunga che copre le guance ed il mento e mette in risalto le forme accentuate del volto. La scelta religiosa è la soluzione ai conflitti con la società e alle intime tensioni del personaggio, che, dopo aver ricevuto un’educazione secondo i costumi nobiliari e dopo il tentativo fallito di entrare a far parte della classe signorile, instaura un rapporto di odio-attrazione con la nobiltà. È il drammatico episodio del duello in cui uccide un signorotto, quello che lo conduce alla scelta della monacazione a cui succederà l’umiliazione di fronte al fratello dell’ucciso. Fra Cristoforo da quel momento in poi sarà caratterizzato da una santità realizzata negli eccessi (la somma offesa dell’omicidio e la somma umiliazione), con cui incarna il divino mistero della contiguità del bene e del male del mondo e la vocazione alla giustizia e alla difesa dei deboli.

Uno degli episodi in cui mostra la sua missione di carità è quella in cui, per aiutare Renzo e Lucia, si reca al castello di Don Rodrigo. Accetta anche di sedersi alla mensa dove banchettano e discettano questioni cavalleresche il conte Attilio, il dottor Azzeccagarbugli e alcune annuenti comparse: dopo di che, in privato colloquio, può finalmente avanzare, in tutta umiltà, la sua preghiera in favore dei promessi sposi, usando la sua cultura come fonte di fede religiosa e mezzo di apostolato. Di fronte alle insolenti ripulse di Don Rodrigo, che lo caccia addirittura dal castello, il cappuccino, deposta ogni prudenza e infiammato di sdegno, diventa un leone: punta un dito minaccioso addosso al prevaricatore e gli rammenta il giudizio di dio, perché la sua carità mai rassegnata vuole operare integralmente nel mondo e nello stesso tempo si situa al di là dei limiti della società e della storia.

Personaggi storici, ovvero quelli realmente esistiti

I personaggi storici scelti da manzoni sono figure affascinanti:

  • L'innominato riprende la figura di Bernardino Visconti, feudatario di Ghiara d'Adda, di cui parlano le cronache milanesi del Seicento. Si sa che, per merito di Federigo Borromeo, cambiò vita e, dopo aver congedato i suoi bravi, visse onestamente gli ultimi anni della sua esistenza.
  • La monaca di Monza è un personaggio costruito sulla figura di Marianna De Leyva, figlia di don Martino, costretta a farsi monaca con il nome di suor Virginia. Anch'ella si pentì, come narrano gli storici e, dopo aver subito un processo a causa delle sue malefatte venne murata viva e morì in odore di santità. Questi due personaggi sono "rivisitati" liricamente dal Manzoni. Ciò che di loro tramandano le cronache viene illuminato poeticamente e viene messo in luce quanto la storia non può dire: speranze, timori, pressioni psicologiche, il disagio esistenziale, il bisogno di amore, di bontà, di chiarezza nella vita.
  • Antonio Ferrer, protagonista di una delle più vivaci sequenze durante i tumulti di Milano, viene presentato con le sue caratteristiche storiche e nelle sue connotazioni psicologiche. L'autore immagina il suo atteggiamento umile e cortese di fronte alla folla in rivolta e gli pone in bocca frasi in due lingue: in spagnolo dice ciò che pensa veramente, in italiano pronuncia frasi di circostanza per ammansire i Milanesi inferociti: «è vero, è un birbante, uno scellerato» dice alla gente, ma subito, chinato sul vicario che sta portando in salvo, mormora in spagnolo: «Perdone, usted» (cap. XIII).

Il podcast de I promessi sposi: ambientazione e personaggi

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Promessi sposi: i riassunti di tutti i capitoli

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