Persio e Giovenale: caratteristiche, analogie e differenze

Opere e caratteristiche di Persio e Giovenale, poeti satirici romani che si rifanno a stile e valori delle opere di Orazio rivoluzionando però il genere letterario in voga nella Roma del principato.
Persio e Giovenale: caratteristiche, analogie e differenze
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1La satira di Persio e Giovenale

Decimo Giunio Giovenale
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Satura tota nostra est, afferma Quintiliano (Institutio Oratoria, X, I-93) e rivendica così che il genere satirico sia una creazione esclusivamente romana. Tuttavia il genere dell’invettiva – il genere giambico – era già in Grecia con Archiloco e Ipponatte in primis, ama anche con le commedie attiche e le satire menippee (cioè di Menippo di Gadara), che mischiava prosa e versi sul piano stilistico e, sul piano contenutistico, serio e faceto (σπουδογέλοιον).

La stessa origine della parola è misteriosa: satura lanx era un piatto composito, fatto di molti ingredienti, così come una lex satura prevedeva diversi provvedimenti; satyri erano invece esseri mitici con sembianze di capra, ebbri di vino, raffigurati spesso con erezioni vistose, sempre pronti a scherzare, a fare burle e scurrilità di ogni genere. Entrambe le etimologie sono utili perché delineano i due caratteri principali della satira: la varietà degli argomenti e la mordacità dei toni.

2I temi di Persio e Giovenale: l’indignazione contro il malcostume

Durante la fase imperiale, diminuisce l’importanza della retorica, che anzi tramonta, ma paradossalmente, o meglio ‘contro-intuitivamente’, fiorisce la satira: basti pensare a Seneca autore dell’Apokolokyntosis, a Petronio autore del Satyricon, e poi a Persio e Giovenale che proseguono la satira in esametri inventata da Lucilio e perfezionata da Orazio. Perché ‘contro-intuitivamente’? Per dire che la satira è la sferza del potere – pensa ai programmi satirici tutt’ora in voga come quello di Crozza – e quindi durante l’impero non dovrebbe esserci quella libertà di potersi scagliare contro il potente di turno e restare impuniti: ma infatti (e questo è il punto) la satira imperiale raramente si scaglia contro il potere.

Persio e Giovenale si indignano contro il malcostume, i corrotti, la depravazione dei padri e delle madri di famiglia, la crisi culturale di Roma. Il potere resta nell’ombra, come un concausa (la brama di carriera, le raccomandazioni, etc.) ma non viene mai direttamente attaccato. I due poeti cercano con le loro satire di smuovere l’opinione pubblica e di obbligare i lettori/ascoltatori ad una riflessione morale sui comportamenti corretti da adottare: sono giudici intransigenti della propria epoca e la loro voce si alza severa sopra la folla.

Scultura raffigurante la testa del filosofo Seneca; opera conservata nella Galleria del Prado a Madrid
Fonte: ansa

In questo frangente storico, infatti, il poeta avverte un senso di separazione dalla società e decide di isolarsi in un aristocratico disdegno. Non a caso lo spreco, la ricchezza, l’amoralità sono temi onnipresenti nella satira e il poeta satirico spesso esalta ed esagera la sua povertà, segno di purezza e di incorruttibilità: se il poeta fosse ricco, vorrebbe dire che ha accettato compromessi di ogni tipo per diventarlo.

Invece il poeta urla, solitario, come un predicatore in una piazza, ma nessuno sembra ascoltarlo o capirlo. Non c’è più la sorniona benevolenza per i vizi degli uomini al contrario il poeta espone un moralismo intransigente dove il comico diventa grottesco e la visione della realtà si fa tragica. Manca anche una dimensione autobiografica in questi poeti satirici: essi, come abbiamo detto, si riducono allo stato di voce che ammonisce in continuazione, come se fosse il proverbiale Catone il censore.

3Stile e metrica in Persio e Giovenale

Da un punto di vista strutturale le satire di Persio e Giovenale si rifanno largamente alla tradizione satirica romana, di cui riprendono diversi temi e figure: anche l’impostazione è tradizionale, a volte attraverso il dialogo, a volte attraverso la lettera che fanno da innesco all’argomento di cui si vuole trattare.

Il metro è l’esametro, in pieno rispetto del canone satirico.

Ma un cambiamento di tono delle satire non poteva non riflettersi anche sullo stile: Orazio adottava uno stile perfettamente medio, mentre adesso – proprio per il gusto enfatico ed iperbolico – troviamo una larga mescolanza di stili che tendono alla deformazione espressionistica, offrendoci un ritratto durissimo del vizioso da castigare. Così possiamo capire meglio gli artifici retorici di Persio e lo stile tragico di Giovenale che creano un effetto straniante in quanto applicati al quotidiano.

In entrambi domina un disgusto verso la realtà che forse vuole farsi interprete di un disgusto generale, chissà, anche perché i testi satirici erano sovente affidati alle recitazioni in pubblico.

4Le Satire di Persio

Non avendo pubblicato niente in vita, molte opere di Persio sono andate perdute. Solo le Satire sono state pubblicate a cura del maestro Anneo Cornuto e dell’amico poeta Cesio Basso. Il liber di Persio contiene sei satire in esametri dalla lunghezza non uniforme, per un totale di 650 versi, e un testo programmatico in coliambi (trimetri giambici ipponattei), metro tipico dell’invettiva nel mondo greco. 

Questo è l’incipit della sua opera (Sat. 1, 1), un inizio davvero altisonante: O curas hominum! o quantum est in rebus inane! Cioè: «O preoccupazioni degli uomini! O quanto vuoto nelle cose!». Trovare le falle dei comportamenti umani: questo è l’obiettivo di Persio. 

Infatti le sue satire sono spesso strutturate come epistole in versi così da poter sviluppare un ragionamento a un tu ideale; si occupano di tematiche morali tipiche del pensiero stoico come essere distaccati dai beni terreni, consapevoli della fragilità dell’uomo, con la necessità di avere una fede sincera nel Divino. Il poeta infatti, riprendendo Orazio, afferma: Vive memor leti; fugit hora, hoc quod loquor inde est, cioè «Vivi memore della morte; l'ora fugge, l'istante in cui ti parlo è già passato». (5, 153-154).

Il procedimento narrativo di Persio si basa su improvvise spezzature e cambi capaci di offrirci un andamento rapido e colorito da cui emerge un ritratto realistico e vivace della società romana. Certamente anche la scelta dell’epistola in versi aiuta a cogliere questa rapidità. 

Si tratta quindi di una poetica del verum cioè del vero – che rifiuta ogni ampollosità e ogni inutile abbellimento: Persio vuole ritrarre i vizi e i vizi non vanno abbelliti ma rappresentati impietosamente. Si capisce bene che Persio non approvi minimante i poeti suoi contemporanei che ripetevano formule vuote e inutili, inseguendo solo lo stile, senza contenuto alcuno. Lucilio e Orazio sono gli unici modelli di poeta che lui approva completamente. Il primo per l’aggressività dei toni, il secondo per la sua capacità espressiva.

Tuttavia la sensibilità di Persio è nuova: egli mira infatti a potenziare l'espressionismo delle immagini, spesso facendo leva sulla corporeità, in modo da creare disgusto nel lettore e spingerlo a un ravvedimento morale. Vediamone alcuni esempi.

4.1La morte di un ingordo

La morte di un ingordo.

'heus bone, tu palles.' 'nihil est.' 'uideas tamen istuc,
quidquid id est. surgit tacite tibi lutea pellis.' 95
'at tu deterius palles, ne sis mihi tutor.
iam pridem hunc sepeli; tu restas.' 'perge, tacebo.'
turgidus hic epulis atque albo uentre lauatur,

gutture sulpureas lente exhalante mefites.
sed tremor inter uina subit calidumque trientem 100
excutit e manibus, dentes crepuere retecti,
uncta cadunt laxis tunc pulmentaria labris.

hinc tuba, candelae, tandemque beatulus alto
conpositus lecto crassisque lutatus amomis
in portam rigidas calces extendit. at illum 105

hesterni capite induto subiere Quirites.


[Ehi, caro, sei pallido!». «Non è nulla». «Comunque badaci, qualunque cosa sia. La tua pelle si fa insensibilmente gonfia e gialla». «Ma tu sei pallido peggio di me: non farmi da tutore: da un pezzo ho seppellito il mio; resti tu!». «Continua pure, starò zitto». Lui fa il bagno gonfio del pranzo e con la pancia biancastra, esalando dalla gola lentamente miasmi sulfurei. Mentre beve il vino, lo prende un tremore che gli fa cadere dalle mani la brocca calda; i denti si scoprono e gli battono, e allora gli cadono dalle labbra aperte boccate di pietanze unte. Di qui la tromba e le torce, e infine il povero caro, composto su un alto letto e imbrattato di spesso amòmo distende i calcagni irrigiditi verso la porta. E a capo coperto lo portaron sulle spalle i Quiriti dell’ultima ora.]

5La satira di Giovenale

Inizio della prima satira di Giovenale
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Giovenale ha scritto sedici Saturae in esametri per un totale di quasi 4000 versi: è la sua unica opera ed è raccolta in cinque libri che furono pubblicati quando era in vita, tra il 100 e il 127. Così come in Persio la prima satira ha un valore programmatico e si colloca sullo stesso piano: basta con poeti ampollosi e boriosi, meglio una poesia asciutta ma concreta e utile, che dia una bella sferzata al malcostume della gente!

Giovenale nutre un profondo disgusto verso la società, irrimediabilmente corrotta. Addirittura sarà l’indignazione stessa a ispirarlo: «si natura negat, facit indignatio versum» (I, 1, 79). Roma gli appare come una città mostruosa in cui si aggirano liberti volgari, paurosamente ricchi e privi si ogni scrupolo, adultere sfrontate, vecchi spilorci e aristocratici ormai in disgrazia. Roma ha sempre avuto, in fondo, questo fascino decadente, come rimpiangendo un antico stato di grazia irrimediabilmente perduto.

Il compito del poeta satirico non è più aiutare i suoi prossimi a migliorare i propri difetti, ma denunciare i fatti davanti a uno stato di cose irrimediabile. Giovenale ha una visione peraltro nuova nella tradizione del genere satirico così come verso la morale stoico-cinico che propugnava il disprezzo dei beni terreni: Giovenale denuncia senza mezzi termini le brutture della povertà e smaschera l’ipocrisia di chi elogia la povertà dal punto di vista di un’agiata ricchezza: probitas laudatur et alget, «L’onestà è lodata, ma muore di freddo», dice il poeta (I, 1, 74).

5.1Contro l’aristocrazia e i liberti

Giovenale vede ovunque trionfare il vizio, in particolare nell’aristocrazia, ormai pallida ombra della guida eroica e integerrima che guidava la Roma repubblicana, secoli prima. Essa è caduta nell’inerzia e nella lussuria, senza uno scopo preciso. A questa aristocrazia in crisi e ai liberti spaventosamente ricchi si oppongono i miseri clientes, i clienti, che devono elemosinare di che vivere dal patronus. Questa sorta tocca spesso agli artisti e agli intellettuali che devono sottostare all’ignoranza dei loro potenti protettori, spesso prestandosi a scrivere anche opere rozze come pantomime pur di avere in cambio qualcosa.

Ecco cosa dice nella Satura III (143-153; 164-183):

quantum quisque sua nummorum servat in arca,
tantum habet et fidei. iures licet et Samothracum
et nostrorum aras, contemnere fulmina pauper 145
creditur atque deos dis ignoscentibus ipsis.
Quid quod materiam praebet causasque iocorum
omnibus hic idem, si foeda et scissa lacerna,
si toga sordidula est et rupta calceus alter
pelle patet, vel si consuto volnere crassum 150
atque recens linum ostendit non una cicatrix?
nil habet infelix paupertas durius in se
quam quod ridiculos homines facit…
(…)
Haut facile emergunt quorum virtutibus obstat
res angusta domi, sed Romae durior illis 165
conatus: magno hospitium miserabile, magno
servorum ventres, et frugi cenula magno.
fictilibus cenare pudet, quod turpe negabis
translatus subito ad Marsos mensamque Sabellam
contentusque illic veneto duroque cucullo. 170
Pars magna Italiae est, si verum admittimus, in qua
nemo togam sumit nisi mortuus. ipsa dierum
festorum herboso colitur si quando theatro
maiestas tandemque redit ad pulpita notum
exodium, cum personae pallentis hiatum 175
in gremio matris formidat rusticus infans,
aequales habitus illic similesque videbis
orchestram et populum; clari velamen honoris
sufficiunt tunicae summis aedilibus albae.
hic ultra vires habitus nitor, hic aliquid plus 180
quam satis est interdum aliena sumitur arca.
commune id vitium est: hic vivimus ambitiosa
paupertate omnes.

[Ognuno gode di fiducia pari al denaro che serra in cassaforte. Su tutti gli dei puoi giurare, di Samotracia o nostri, l’idea è che un povero, snobbato dagli stessi dei, non tenga conto delle folgori divine. E le opportunità di riso universale che lui offre, le sottovaluti? Un mantello informe e sdrucito, una toga sordida come poche, una scarpa col cuoio rotto che si slabbra o i margini di tutti quegli strappi ricuciti che mostrano lo spago or ora usato! Niente di piú atroce ha la sventura della povertà che rendere l’uomo oggetto di riso. (…) Non è facile che emerga chi alle proprie virtú vede opporsi la penuria del patrimonio; a Roma poi lo sforzo è disumano: una casa da miserabili costa un’enormità e cosí mantenere servi o mangiare un boccone. Farlo poi con stoviglie di terraglia ci sembra una vergogna, ma non lo troveresti indegno scaraventato in mezzo ai Marsi o alla tavola dei Sabini, dove un saio ruvido e scolorito ti farebbe felice. Del resto, diciamo la verità, in gran parte d’Italia la toga s’indossa solo da morti. Persino quando le solennità festive vengono celebrate in un teatro d’erba e sulla scena torna una farsa ben nota, mentre tremano i marmocchi in grembo alle madri per il ghigno livido delle maschere, vestiti tutti a un modo puoi vederli, dai posti d’onore a quelli del popolo; e agli edili, come segno dell’alta carica, basta una tunica bianca per primeggiare. Fra noi invece l’eleganza dell’abito è tutto e il superfluo si attinge a volte in borse altrui. Male comune questo: viviamo tutti da straccioni pieni d’arie.]

Nell’orizzonte descritto dal poeta non c’è redenzione alcuna e quindi l’unica consolazione e l’idillio del passato con il suo splendido mos maiorum, l’etica degli antichi Romani, ormai inattuabili. Questa simplicitas di vita, secondo Giovenale, può essere ritrovata soltanto nelle province italiche, lontano dal chiasso mondano, dove la gente lavora ed è più onesta.

Il responsabile del degrado morale e civile di Roma, per Giovenale, è dovuto agli stranieri e alle donne: per i primi nutre un disprezzo che oggi sarebbe assolutamente tacciato di razzismo: ma è interessante che i più responsabili siano i Greci (Satura III, 58-72). Alle donne è interamente dedicata la satira II, 6, uno dei – come potremmo dire? – primi trattati di misoginia (odio per le donne). Giovenale le vede troppo libere ed emancipate, anche loro lontane da quella pudicitia e dalla castitas che contraddistingueva le antiche matrone romane.

Qui sono descritte nell’atto di truccarsi (secondo Giovenale imbrattarsi, naturalmente).

Nil non permittit mulier sibi, turpe putat nil,
cum uiridis gemmas collo circumdedit et cum
auribus extentis magnos commisit elenchos.
[intolerabilius nihil est quam femina diues.] 460
interea foeda aspectu ridendaque multo
pane tumet facies aut pinguia Poppaeana
spirat et hinc miseri uiscantur labra mariti.
ad moechum lota ueniunt cute. quando uideri
uult formonsa domi? moechis foliata parantur, 465
his emitur quidquid graciles huc mittitis Indi.
tandem aperit uultum et tectoria prima reponit,
incipit agnosci, atque illo lacte fouetur
propter quod secum comites educit asellas
exul Hyperboreum si dimittatur ad axem. 470
sed quae mutatis inducitur atque fouetur
tot medicaminibus coctaeque siliginis offas
accipit et madidae, facies dicetur an ulcus?

[Non c’è niente che una donna non si permetta, non ha vergogna di niente, quando si può mettere al collo smeraldi verdi e alle orecchie allungate perle giganti. Non c’è niente di più intollerabile di una donna ricca. La sua faccia laida e ridicola si gonfia di mollica e puzza degli unguenti grassi di Poppea, e vi si impiastrano le labbra del povero marito, ma per andare dall’amante si lava la pelle. Chi vuol sembrare bella a casa sua? I profumi servono per l’amante, per lui si comprano tutti i prodotti degli Indi macilenti. Finalmente mostra il viso, rimuovendo i belletti, comincia a farsi riconoscere e si lava col latte per cui, la mandassero anche in esilio al polo iperboreo, si porterebbe dietro per compagne le asine. Ma la faccia trattata con tanti diversi medicamenti, col fango cotto e bagnato si chiamerà ancora una faccia o una piaga?]

Ci sono poi delle satiredemocritee”, in cui il poeta afferma di voler sorridere dei mali e dei vizi del prossimo come fece il filosofo greco Democrito. Queste satire appartengono agli ultimi due libri in cui emerge una rassegnata accettazione della realtà.

6Un bilancio su Persio e Giovenale

Difficile est satiram non scribere, «è difficile trattenersi dallo scrivere satire», afferma Giovenale. Persio invece dice nel suo prologo: Nec fonte labra prolui caballino / nec in bicipiti somniasse Parnaso / memini, ut repente sic poëta prodirem. Cioè: «Non ho bagnato le labbra sulla fonte del cavallino né ricordo di aver sognato sulla duplice cima del Parnaso, per diventare così immediatamente un poeta». Giovenale sostiene che è impossibile nei tempi che corrono non sentirsi chiamato a scrivere satire; ma anche Persio, in fondo, sostiene che non serve una grande investitura poetica per essere definiti poeti.

Le satire pongono al primo posto l’utilità, rispetto all’estetica. Cercano di smuovere una risata piena di risentimento, amara, quasi negativa: deridono con violenza. Persio e Giovenale sono due grandi voci che nei tempi inquieti e decadenti della Roma imperiale cercando di mettere un freno allo sfacelo generale. La satira è una necessità dell’uomo libero, e sembrerebbe esistere da sempre – satura tota nostra est, appunto – ed esiste proprio per richiamare le persone al loro dover essere e spingerle a migliorarsi. E magari anche un po’ sorridere delle nostre miserie

    Domande & Risposte
  • Cos’è la satira?

    Fare satira significa fare polemica con sarcasmo, ironia e comicità attraverso un’opera letteraria o uno spettacolo con intento moraleggiante.

  • Quali sono le opere più importanti di Persio e Giovenale?

    Molte opere di Persio sono andate perdute. Ci sono giunte sei Satire (650 versi e un testo programmatico in coliambi). Giovenale ha scritto sedici satire pubblicate in cinque libri.

  • Quali sono le similitudini della satira di Persio e Giovenale?

    L’indignazione contro il malcostume, il riferimento alla tradizione satirica romana e il disgusto verso la società corrotta.