Aristotele: pensiero

Di Redazione Studenti.

Riassunto su Aristotele: pensiero politico e filosofico dell'autore greco considerato uno dei padri della filosofia antica occidentale

LOGICA E SILLOGISMO ARISTOTELICO

Aristotele: pensiero
Aristotele: pensiero — Fonte: istock

Aristotele è stato il primo studioso a considerare la filosofia come attività scientifica articolata in discipline distinte, il cui fine è quello di interpretare tutta la realtà. Secondo lo studioso, questo scopo aveva bisogno di un metodo che garantisse le condizioni che i pensieri e i ragionamenti dovevano necessariamente rispettare per giungere a conclusioni certe.
Secondo Aristotele, la logica era la più importante fra tutte le scienze; essa, denominata dallo studioso analitica, è definita come la scienza che studia le regole della conoscenza scientifica. La logica aristotelica si basava sulla teoria del sillogismo e sull'analisi delle proposizioni. Il ragionamento sillogistico consisteva nel pervenire a conclusioni vere se le premesse erano vere; quindi, era necessario controllare e verificare sempre le premesse da cui aveva inizio il discorso. Questo tipo di procedimento aveva come scopo il sapere discorsivo che si attuava nella definizione, nel giudizio e nel ragionamento.

ARISTOTELE: DEDUZIONE E INDUZIONE

Per interrompere il ragionamento sillogistico, bisognava enunciare principî logici indimostrabili, veri in sé e universali, ovvero validi per tutte le scienze, delle quali non dovevano contenere le singole definizioni; a queste ultime, secondo Aristotele, si perveniva tramite il procedimento induttivo, consistente nel desumere da osservazioni ed esperienze particolari, i principî generali e universali in esse impliciti.
Aristotele sosteneva che fosse impossibile l'esistenza di una scienza della realtà, poiché la deduzione, ossia il procedimento logico che consiste nel derivare da una o più premesse date, una conclusione che sia la conseguenza logica, non si applicava alle esperienze dei singoli individui, di cui non era possibile conoscere i tratti individuali forniti dalla materia, ma soltanto la loro specie. Il filosofo ha proposto una soluzione dualistica, associando la realtà all'idea di specie.

ARISTOTELE: RAPPORTO UOMO-NATURA

Aristotele ha analizzato la natura e l'uomo per cercare di ricomporre la scissione tra il mondo sensibile e il mondo delle idee, di cui aveva parlato precedentemente Platone, escludendo, peraltro, la realtà empirica da ogni possibilità di conoscenza.
I concetti di partecipazione (metessi) e di imitazione (mimesi) espressi da Platone, non sono stati condivisi da Aristotele; quest'ultimo, esaminando la natura, ha affermato che essa era caratterizzata dalla dualità platonica e presentava l'essere non come principio di fissità, ma dinamico e immanente. Secondo la teoria aristotelica, non tutto quello che poteva essere ideato costituiva la realtà effettiva; ad esempio, i concetti di quantità, qualità, relazione erano solamente dei modi di essere e neanche gli elementi primordiali di cui parlavano i presocratici facevano parte della realtà.

Platone e Aristotele
Platone e Aristotele — Fonte: getty-images

LE QUATTRO CAUSE ARISTOTELICHE

In base alla concezione aristotelica, costituivano la realtà concreta gli individui che nascono, crescono, si riproducono e muoiono, secondo uno sviluppo che rappresentava l'attuazione dell'essere.
Questo sviluppo comprendeva, secondo Aristotele, quattro cause: efficiente, materiale, formale e finale; gli elementi costitutivi di questo processo erano invece due: la materia e la forma, il cui rapporto era uguale a quello esistente fra la potenza e l'atto, in quanto non esisteva una materia che non contenesse la forma. Queste quattro cause, enunciate dal filosofo, costituivano la base del procedimento della realtà che avveniva dinamicamente mediante due tipi di relazione: quella fra la materia e la forma e quella fra la potenza e l'atto. In questo modo, Aristotele spiegava l'evolversi del mondo; in base alla concezione aristotelica, l'universo era ordinato secondo una progressione: dagli esseri inorganici agli esseri organici, dagli esseri organici all'uomo e dall'uomo a Dio, considerato la causa prima, eterna, esterna e il motore immobile del mondo. Dio è trascendente e pertanto, non può conoscere il mondo nel suo divenire.

ARISTOTELE: METAFISICA

Inoltre, la teoria aristotelica postulava l'esistenza, tra il limite superiore di Dio e quello inferiore della materia prima, del mondo celeste costituito dall'etere (o quinta essenza), ritenuto il regno del perfetto e inalterabile moto circolare, e del mondo sublunare composto dai quattro elementi di cui aveva precedentemente parlato Empedocle: il regno del moto rettilineo, il regno della trasmutazione, il regno del nascere e il regno del morire. Ai tre gradi della vita terrestre corrispondevano, nella dottrina aristotelica, tre specie di anima: vegetativa, tipica delle piante, sensitiva, appartenente agli animali e intellettiva che nell'uomo si univa alle due precedenti; l'anima sensitiva e quella intellettiva determinavano la conoscenza.
Questa interpretazione è espressa nelle opere raccolte nella Metafisica, basate sulla critica della dottrina platonica del mondo delle idee e sullo studio dell'ordine dell'universoAristotele distinse le scienze in teoretiche (matematica, fisica, filosofia, teologia), pratiche (che riguardano le azioni e i comportamenti dell'uomo) e poietiche (che riguardano la tecnica e l'agire).

ARISTOTELE: PENSIERO FILOSOFICO

Il filosofo sosteneva che il fine principale dell'uomo fosse la felicità, la quale non derivava dal piacere, ma dalla coscienza razionale di uno sviluppo della propria specifica essenza nell'ambito delle attività. La felicità si realizzava con l'esercizio della ragione e mediante le virtù, divise da Aristotele in dianoetiche (di carattere intellettuale) ed etiche (che riguardano il rapporto fra l'intelligenza e la sensibilità). La caratteristica tipica delle virtù era costituita dal fatto che esse si acquisivano con l'insegnamento e la ripetizione e stavano a metà strada fra gli eccessi opposti. Secondo il pensiero aristotelico, era possibile attuare la virtù soltanto nell'ambito di una società organizzata o all'interno dello Stato, il quale non annullava le forme sociali più ristrette.

ARISTOTELE: PENSIERO POLITICO

Nell'ambito dello Stato, era sempre presente la distinzione fra i cittadini liberi, capaci di autogovernarsi, e gli schiavi, che erano invece incapaci; da ciò derivava la necessità della presenza della famiglia, della schiavitù (ritenuta come un elemento di riproduzione) e della proprietà.
Il fine ultimo dello Stato consisteva nell'attuazione delle virtù politiche, basandosi sempre sul rispetto delle leggi e delle libertà di tutti i cittadini; inoltre, la libertà era strettamente collegata all'obbedienza alle leggi da parte di tutti gli abitanti. La politica era, secondo Aristotele, legata alla morale perché l'uomo poteva raggiungere la felicità solamente nella vita associativa, che è appunto quella dello Stato.
Il filosofo ha inoltre esaminato le varie forme di governo che potevano attuarsi in uno Stato: la monarchia, l'aristocrazia e la politica, sostenendo che ciascuna di esse era soggetta a una degenerazione; infatti, la monarchia degenerava nella tirannide, l'aristocrazia nell'oligarchia e la politica nella democrazia. Secondo Aristotele, quindi, non esisteva una forma perfetta di governo, in quanto erano tutte soggette alla degenerazione, ossia al loro eccesso negativo. Egli ipotizzava che lo Stato ideale fosse costituito da una forma di governo capace di riunire tutti i pregi della monarchia, dell'aristocrazia e della politica.

L'ESTETICA DI ARISTOTELE

È importante considerare anche la concezione estetica di Aristotele. Egli ha ripreso il concetto platonico dell'arte intesa come imitazione (mimesi), ma secondo la sua dottrina, la poesia non riproduceva le cose così com'erano, bensì come avrebbero potuto essere; pertanto, la poesia non aveva come oggetto il vero e il reale, ma il verosimile.
Partendo da questo presupposto, Aristotele affermava che la poesia era più filosofica della storia, in quanto, mentre quest'ultima parlava degli avvenimenti e dei personaggi particolari di uno specifico periodo storico, la poesia, invece, tendeva all'universale, rappresentando situazioni possibili, uomini possibili in condizioni e circostanze possibili; ciò avveniva, ad esempio nei drammi tragici e comici. Quindi, secondo la concezione aristotelica, mentre la storia tendeva al particolare, la poesia, al contrario, tendeva all'universale. L'intuizione dell'universale era vincolata da una legge di verosimiglianza e di necessità, che non separava la rappresentazione fantastica dal riferimento alla realtà.
Aristotele si opponeva alla concezione platonica secondo la quale l'arte stimolava le basse passioni, enunciando la dottrina della catarsi, ovvero della purificazione. In base al pensiero aristotelico, il fine dell'arte consisteva nel creare un piacere suscitato da sentimenti forti e provati in maniera molto intensa; di questo piacere si parlava in particolare nella tragedia, dove esso scaturiva dalla pietà e dal timore che derivavano dalla mimesi.
Quest'ultima, consistente nell'identificazione con le passioni, le emozioni e le sensazioni dei personaggi tragici da parte degli spettatori, effettuava attraverso la pietà e il timore provati dal pubblico, la purificazione di questi sentimenti. Dunque, vivendo intensamente le passioni e i sentimenti dei personaggi scenici, gli spettatori si libererebbero, mediante una specie di terapia omeopatica, del peso delle passioni stesse; questa liberazione era considerata come una depurazione dell'anima da ogni squilibrio e come un metodo capace di ripristinare l'armonia interiore.
La catarsi apportava, inoltre, una modificazione qualitativa delle passioni, non eliminandole, ma sopprimendo in esse l'irregolare irrazionalità da cui erano caratterizzate quando scaturivano da esperienze di vita.

Il pensiero aristotelico fu studiato e commentato fino al IV secolo d. C. e, dopo aver subito un periodo di eclissi, fu riscoperto e diffuso nel XII secolo d. C. grazie ai commenti di Averroè, successivamente tradotti in latino, e di San Tommaso
Si può notare che, mentre molti concetti della dottrina platonica hanno una validità attuale, l'aristotelismo, invece, risulta sostanzialmente estraneo al pensiero moderno.

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