Il pensiero politico di Dante Alighieri: riassunto

Di Redazione Studenti.

In quali opere Dante Alighieri ha espresso il suo pensiero politico? La Divina Commedia, ma non solo. Ecco quali e cosa possiamo imparare su Dante e la politica

Dante Alighieri

Dante Alighieri
Dante Alighieri — Fonte: getty-images

Di Dante Alighieri sappiamo moltissimo, soprattutto grazie alla sua opera più famosa, la Divina Commedia. Tra le tante informazioni che ci sono arrivate su di lui,c'è anche quella che riguarda la sua visione politica, espressa in più punti sia nella Commnedia che in altre sue opere.

Ma qual era esattamente il punto di vista di Dante sulla politica del suo tempo? Cerchiamo di ricavarlo dai suoi scritti.

Pensiero politico di Dante

La figura di Dante è estremamente complessa, al punto che non è assolutamente possibile scindere il poeta dal politico. La visione dantesca del mondo è tipicamente medioevale. In essa convivono sostanzialmente due sfere distinte: 

  • il potere politico terreno;
  • la religione;

Il punto principale del pensiero politico si basa sull’accusa di degenerazione morale e di corruzione politica rivolta alla Chiesa cattolica. Principali responsabili, secondo Dante, sono proprio i pontefici.

La corruzione della Chiesa è peccaminosa perché stravolge la volontà divina in due modi:

  • allontana l’umanità dalla salvezza esaltando il vizio e deprimendo il bene;
  • insidia la distinzione tra potere temporale, destinato all’impero, e potere spirituale, destinato alla Chiesa;

La Chiesa, che usurpa spesso il potere temporale, provoca divisioni, guerre e corruzioni nella Cristianità.

Impero e Chiesa sono le due massime istituzioni medioevali in termini di potere, e guardate da Dante come fondamenti assoluti in materia politica.

Secondo Dante, nessuna prevaricazione dei poteri dell’altro deve essere possibile tra papa e imperatore: i due poteri sono entrambi infinti e distinti. Di qui qualcuno ha potuto leggere in Dante un orientamento prevalentemente Ghibellino, che si manifesta soprattutto nelle sue invettive contro la corruzione della Chiesa.

Dante vede nel distacco dall’antico costume di vita (classico) l’origine profonda di quella disonestà e di quel senso prevaricatore che invade sia chierici che laici, che corrode i più alti fondamenti della civiltà e pone gli uomini come bestie in lotta fra loro, abbandonati alla violenza della fazioni.

Dante e il ruolo dell'intellettuale

Dante accomuna la figura dell'intellettuale a quella del profeta. Ritiene di essere stato investito da Dio della missione di indicare all’umanità la via della rigenerazione e della salvezza. Per questo deve compiere il viaggio nei tre regni dell’oltretomba, esplorare tutto il male dell’inferno, trovare la via della purificazione nel purgatorio e ascendere al cielo fino ala visione di Dio nel Paradiso.

La Commedia nasce da qui: dal volerlo ripetere agli uomini mediante il suo poema, in modo che essi possano ritrovare la diritta via che hanno smarrito.

Ciò che accomuna Petrarca a Dante è la loro concezione di figura di intellettuale. La loro elevata posizione di uomini colti e letterati li obbliga ad assumere una funzione pubblica, che li eleva dal rango di semplici cortigiani e li rende intellettuali-cittadini.

È questo l’atteggiamento che si deduce dall’opera di Petrarca Italia mia, dove il poeta critica le lotte fra i signori italiani e invita alla pace e dalla poetica contro la corruzione della Curia papale.

De Monarchia

Negli anni della discesa di Enrico VII in Italia (1310-1316), Dante componeva il De Monarchia, in cui era esposta la sua concezione politica.

Le idee che si leggono nel testo esprimono una delle speranze più care al poeta e che ritornerà varie volte nella Commedia: la nascita di un impero che raccolga sotto la sua giurisdizione tutti i popoli. Solo questo può porre termine alle cupidigie e alle guerre dei var stati e instaurare la pace e la giustizia.

Nel secondo libro del De Monarchia è dimostrato che l’autorità imperiale spetta al popolo romano, il cui impero fu voluto da Dio.

Nel terzo libro, il più rivoluzionario, è affrontato il problema dei rapporti tra impero e papato. Contro la teocrazia sostenuta dai più grandi pontefici vi si afferma l’indipendenza dell’autorità temporale da quella spirituale, che mirano l’una alla felicità terrena e l’altra a quella ultraterrena. Ma accanto all’ideale di impero del pensiero di Dante si legge già la differeziazione degli stati moderni, che si stavano determinando alla fine del medioevo.

Contro i tanti mali del mondo, la corruzione, gli egoismi, le cupidigie scatenate sulla terra, Dante vede una sola salvezza nelle due autorità - Chiesa e Impero - che si rifondino in una unica.

Le Epistole

Di Dante sono giunte a noi anche alcune lettere. Tra le più notevoli sono le tre lettere scritte per la discesa di Enrico VII in Italia:

  • Una ai signori della penisola perché accolgano l'imperatore;
  • Una ai fiorentini perché non resistano alla suprema autorità
  • Una allo stesso Enrico VII perché schiacci Firenze.

Famosa l’epistola ai cardinali italiani dopo la morte di Clemente V perché eleggano un papa che riconduca Roma al pontificato.

Tuttavia, la più nota è la lettera all’amico fiorentino con cui Dante respinge nobilmente l’umiliante amnistia in difesa della sua dignità.

La Divina Commedia

Miniatura della Divina Commedia
Miniatura della Divina Commedia — Fonte: getty-images

La narrazione del viaggio ultraterreno fornisce a Dante l'occasione di esporre una serie di opinioni su innumerevoli campi del sapere, discutere di questioni teologiche e astronomiche, di scienze naturali e di linguistica, di filosofia, letteratura e storia.

Soprattutto però Dante dedica appassionatamente molto spazio alle questioni politiche a lui contemporanee, che contribuiscono a dare al poema un senso di coerenza e concretezza anche nelle situazioni più fantastiche. Il personaggio principale del poema è lo stesso Dante, incompreso dai suoi contemporanei, esiliato, perseguitato, condannato in contumacia, ma che invece di prostrarsi e umiliarsi di fronte ai suoi perseguitori, preferisce evadere da un mondo perverso e ingrato per rifugiarsi in quello meraviglioso creato dalla sua fantasia.

Vediamo ora di seguito alcuni canti dell'Inferno che ci aiutano a ricostruire la sua visione politica.

Canto 1 Inferno

Nel Canto I Dante entra nella selva, simbolo di una condizione di traviamento intellettuale e morale della società cristiana. Il colle rappresenta la vita virtuosa alla base della felicità umana. Le tre fiere, invece, sono le disposizioni peccaminose che ostacolano la conversione dell’uomo singolo e distruggono i fondamenti dell’ordine politico ed etico: lussuria, superbia e cupidigia.

Il Veltro allude all’avvento di un riformatore che rinnoverà gli istituti ecclesiastici e civili, ristabilendo fra gli uomini la giustizia e la pace.

Canto 6 Inferno

Il sesto canto si può definire un canto prevalentemente politico perché contiene il dialogo tra Dante e Ciacco, figura rilevante nella storia di Firenze, al quale il poeta chiede l’esito dei contrasti tra le fazioni di Guelfi bianchi e Guelfi neri.

Questo canto ci introduce una delle tematiche principali della Divina Commedia, ovvero l’analisi della decadenza morale della comunità, che a detta di Ciacco nasce dall’invidia e dalla cupidigia, dalla violenza e dalla sopraffazione.

Da questo canto possiamo comprendere come per Dante la politica e la morale siano strettamente collegate. Infine Ciacco rivela a Dante che i conflitti civili termineranno con la vittoria dei guelfi neri e che anche se qualcuno come lui ha aspirato ad una società basata sulla giustizia, questa possibilità sarebbe svanita a causa del numero ridotto di persone con lo stesso desiderio.

Canto 10 Inferno

Nel Canto X dell'Inferno appare il sesto cerchio dedicato agli epicurei, coloro che non credettero nell’immortalità dell’anima. Qui Dante incontra un suo contemporaneo, Farinata. Il poeta si accorge dell'anima che lo sta interpellando sentendo la sua voce, che pronuncia un discorso su Firenze. Dante riconosce la sua patria nelle parole dell'anima parlante, e le risponde, innescando con lei un conflitto determinato dalle differenti posizioni politiche. Dante zittisce Farinata dicendogli che i Guelfi, nonostante l'esilio. a differenza dei Ghibellini, riuscirono a ristabilirsi a Firenze. Tuttavia, l’amore per la stessa città fa si che il conflitto venga abbandonato.

Dante stima e rispetta moltissimo Farinata perché ai suoi occhi rappresenta il modello politico disinteressato che agisce non per egoismo ma per il bene dell’umanità e lo idealizza come migliore personaggio politico della passata generazione fiorentina, nonché del suo presente.

Canto 21 Inferno

In questo canto viene presentata la quinta bolgia, nella quale i dannati sono immersi nella pece nera. Qui sono condannati i barattieri, politici corrotti che fecero mercato fraudolento delle cose pubbliche per lucro e a danno del comune o del signore da cui dipendevano.

Bisogna ricordare che fu proprio la baratteria a costringere Dante all’esilio: per l’autore dunque questo è uno dei canti più importanti. Nonostante questo, Dante si mostra distaccato: il poeta scetglie qui il tono della farsa ed evita di drammatizzare perché non vuole introdurre nessun elemento autobiografico.

Il processo che Dante mette in atto è detto reificazione: si comporta, cioè, come semplice spettatore. L'autore infatti condanna i barattieri non per un motivo personale ma perché è giusto farlo. Non c’è disdegno nella condanna ma assoluta indifferenza. manca però del tutto un altro sentimento invece ben presente negli altri canti: la pietà.