Paure e difficoltà dei nuovi insegnanti di ruolo

Di Barbara Leone.

La Fondazione Agnelli ha condotto una ricerca tra gli insegnanti che hanno ottenuto una cattedra dallo scorso anno scolastico: non saper gestire una classe multietnica e non essere al passo con i tempi sono alcune delle paure principali dei docenti

SPECIALE SCUOLA 2017/2018

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La Fondazione Agnelli ha condotto un'indagine tra gli insegnanti che dallo scorso anno scolastico sono diventati docenti di ruolo, dopo anni di precariato, per capire come affrontano il loro lavoro e come gestiscono il rapporto con gli studenti. La ricerca è stata svolta in 8 regioni d'Italia (Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia, Lombardia, Veneto, Liguria, Marche e Campania) ed ha coinvolto 15.071 docenti, che si sono messi a disposizione per esprimere il loro punto di vista. Un successo, soprattutto calcolando che negli scorsi anni indagini di questo genere avevano coinvolto in media solo 5.000 docenti. Gli insegnanti neo-assunti hanno risposto ad un questionario con 223 domande.

I docenti coinvolti nella ricerca lavorano in tutti i gradi della scuola, dalla materna alle superiori. E dai risultati risulta che sono molti gli insegnanti che hanno paura di insegnare e di non saper gestire la classe, soprattutto per la presenza sempre più numerosa di studenti stranieri. Un altro problema che affligge i nuovi insegnanti italiani è il rapporto, spesso difficile, con le famiglie degli studenti. Tra i professori delle scuole superiori che hanno partecipato all'indagine, il 63% dichiara di avere problemi nel gestire la multicultu­ralità in classe, il 55% non riesce ad interagi­re come vorrebbe con i genitori ed il 48% trova difficoltà a lavorare in équipe.

In linea di massima le principali paure e/o difficoltà degli insegnanti di oggi sono:
- non saper insegnare in classi diversificate e pluriculturali;
- non saper utilizzare le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
- non riuscire a lavorare e pianificare il lavoro con gli altri insegnanti;
- non essere in grado di valutare l'apprendimento degli alunni.

Stefano Molina, uno dei responsabili della Fondazione e della ricerca, si ritiene soddisfatto dell'alto numero di docenti che hanno accettato di partecipare all'indagine: "Aver superato i 15.000 questionari compi­lati significa di gran lun­ga ottenere la più ampia analisi sugli insegnanti mai realizzata in Italia. In questi anni di vacche magre, di assunzioni a tempo indeter­minato se ne sentono poche. Qui, in­vece, parliamo di 50.000 ingressi in ruolo nel 2008, 25 mila nel 2009: stia­mo parlando del più grande fenome­no italiano di immissione a tempo in­determinato nel mondo del lavoro. E il paradosso è che finora non si sape­va bene chi fossero, queste persone: il meccanismo di reclutamento è un po’ opaco, lo stesso ministero ne co­nosce la classe di abilitazione, non i titoli di studio".

Tra i dati della ricerca risulta inoltre che il 40,7% dei docenti diventati "di ruolo" non hanno una laurea. C'è da dire comunque che avviene soprattutto per le scuole materne ed elementari, dove la percentuale degli insegnanti senza laurea è rispettivamente del 75,6% e del 66,9%. Nelle scuole medie la percentuale scente all'8% e nelle scuole superiori al 6,9%. Per Molina questi dati si possono spiegare facilmente con il fatto che "si sta raschiando il fon­do del barile delle graduatorie. I neoas­sunti arrivano, per la metà, dalle gra­duatorie di concorso: ma l’ultimo è del 1999, e queste sono persone che si trovavano in una posizione così bassa da vedersi passare davanti, ne­gli anni, moltissimi altri colleghi. L’al­tra metà, invece, viene dalle gradua­torie ad esaurimento, in questo mo­mento chiuse: supplenti che hanno avuto l’abilitazione in stagioni diver­se, con regolamenti diversi". Questo però non deve far pensare che gli insegnanti siamo meno qualificati, in quanto, sempre secondo Molina, si tratta di "professionisti che in media hanno superato i 40 anni di età, di cui quasi 11 di precariato. E se i titoli non sono sempre brillantissimi, han­no una buona esperienza e un’anzia­nità di servizio che sopperiscono in parte alla formazione iniziale inade­guata".

Il lavoro dell'insegnante, comunque, risulta essere un'occupazione che ancora attrae, come sostiene Laura Gianferrari, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna e altra coordinatrice della ricerca: "Nel corso degli anni abbiamo avuto la sorpresa di trovare sempre più la rap­presentazione di un lavoro che ha un’attrattività forte, che dà soddisfa­zione agli insegnanti. Nonostante al­cuni aspetti ben noti: la retribuzione bassa, il riconoscimento sociale che non viene avvertito, gli anni di preca­riato". L’80% degli insegnanti dichiara di aver scelto questa professione "per passione" ed il 95% è certo che sarebbe pronto a rifare la stessa scelta. Cosa li rende così sicuri? Per il 93% l'importanza di lavorare con i ragazzi; per l'89% l’interesse per la disciplina e per l'84% la consapevolezza della propria utilità sociale. Certo, se si parla di retribuzione, la soddisfazione diminuisce drasticamente: solo l'11,7% pensa che il livello retributivo sia soddisfacente.

Il 49% dei docenti ritiene però di non avere una conoscenza adeguata delle nuove tecnologie (come anche risulta dallo studio compiuto dall'Edu-Tech sul rapporto tra professori e tecnologia). E questo è un altro motivo che fa sentire i docenti inadeguati, soprattutto "nel rapporto con gli allievi". Secondo Andrea Ga­vosto, economista e direttore della Fondazione Agnelli, "l’impressione è che forse per la prima volta gli insegnanti italia­ni inizino a sentirsi fortemente inade­guati: c’è la percezione di un diva­rio generazionale, tecnologico, di vi­ta e di apprendimento, e loro non sen­tono di avere tutti gli strumenti per affrontarlo. Il punto è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di og­gi".

In conclusione, secondo Gavosto, "più che annunciare tante riforme, l’obiet­tivo per il Paese dovrebbe essere inve­stire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella peda­gogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicen­do esattamente l’opposto".