Ora sia il tuo passo: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

Testo, analisi e commento alla poesia ora sia il tuo passo... di Eugenio Montale, componimento presente all'interno della raccolta Ossi di seppia. A cura di Marco Nicastro.

Ora sia il tuo passo: testo

Testo del componimento del 1923. 

Ora sia il tuo passo
più cauto: a un tiro di sasso
di qui ti si prepara
una più rara scena.
La porta corrosa d’un tempietto
è rinchiusa per sempre.
Una grande luce è diffusa
sull’erbosa soglia.
E qui dove peste umane
non suoneranno, o fittizia doglia,
vigila steso al suolo un magro cane.
Mai più si muoverà
in quest’ora che s’indovina afosa.
Sopra il tetto s’affaccia
una nuvola grandiosa.

Ora sia il tuo passo: commento. Ritmi e sonorità

Questo componimento si regge sulla collaborazione molto stretta nella realizzazione del significato tra elementi verbali, ritmici e sonori, dinamica questa che è poi quella che distingue maggiormente la poesia dalla prosa, al di là di schemi compositivi e metrici ormai prevalentemente superati. Non che il contenuto espresso non sia rilevante di per sé, ma esso assume un senso più decisivo grazie all’accompagnamento musicale di fondo che l'autore realizza proprio tramite la sonorità.
Montale, come un regista sapiente, guida lentamente lo spettatore, preparandolo con un congiuntivo che esorta e richiama l’attenzione («Ora sia il tuo passo…») alla scoperta di un angolo remoto di paesaggio, segnato dalla decadenza causata dal passare del tempo: la porta corrosa, l’erba selvatica che copre la soglia della chiesetta, il cane smagrito. Lo macchina da presa del poeta scandaglia con stupore la scena, forse anche grazie al fatto di essere sufficientemente lontano da «peste umane», cioè dai segni della civiltà.

Montale e Petrarca

Si potrebbe individuare un collegamento tra questa scena e quanto descritto da Petrarca in alcuni dei suoi versi più noti, in cui era descritto un momento di analoga repulsione per il consesso umano: «Solo et pensoso i più diserti campi / vo mesurando a passi tardi e lenti, / et gli occhi porto per fuggire intenti / ove vestigio human l’arena stampi».
Questo ipotetico collegamento con Petrarca, il maggiore poeta lirico della nostra letteratura, indica quanto Montale fosse legato alla nostra tradizione poetica, benché fosse anche molto moderno quanto ai temi e all’utilizzo delle strutture metriche. Un rispetto e una propensione, questa di Montale, di cui un giovane che volesse oggi affrontare la poesia contemporanea dovrebbe tener conto: come Montale partiva dalla tradizione per affrontare il moderno, secondo la sua sensibilità, allo stesso modo non si può pensare di affrontare consapevolmente la poesia contemporanea senza essere passati da una lettura quantomeno dei passaggi più significativi dell’opera di Montale, poeta che costituisce, per un lettore di oggi, la nostra più recente e importante tradizione poetica.

L'atmosfera di attesa

Tornando alla scena, notiamo come tutto è immerso in una nube di attesa: dal passo che dovrebbe farsi cauto, al sonnecchiare del cane, all’ora afosa. Sembra che stia o che dovrebbe accadere qualcosa; si intuisce una qualche presenza, o almeno, si tratta di un’assenza che richiama una presenza. Il ritmo della poesia aiuta a meditare; Montale gioca sapientemente, come lui ha insegnato a fare, con quell’alternarsi di rime alla fine del verso e in mezzo al verso, che conferiscono una regolare sonorità al componimento: sasso-passo, prepara-rara, corrosa-erbosa, rinchiusa-diffusa, umane-cane, soglia-doglia, afosa-grandiosa. Queste altalene ritmiche e sonore generano, se ci si lascia andare al suono, un effetto suadente e ipnotico che aiuta ad accogliere il significato metafisico del testo.

Lontano dalla civiltà, in un silenzio pressoché assoluto, dinnanzi alla consumazione indotta dal passare del tempo che attacca gli esseri viventi (il «magro cane») ma anche gli elementi di carattere liturgico-religioso («la porta corrosa d’un tempietto»), il poeta resta sospeso in attesa di una rivelazione che si manifesta solo in parte, come spesso accade nel primo lungo periodo della sua produzione poetica. In questo caso la rivelazione è nel comparire improvviso della «nuvola grandiosa», che il poeta scorge volgendo lo sguardo in alto. È forse un richiamo religioso, sia per il volgersi dello sguardo in senso verticale, sia per la scelta della nuvola, elemento che tradizionalmente si ricollega alle apparizioni delle divinità e comunque alla rarefazione dell’aria, allo spirito? Può l’uomo sperare, pare chiedersi Montale, di trovare una risposta alla fine di ogni cosa guardando verso l’alto, verso il cielo?

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