Or che 'l cielo et la terra e 'l vento tace: analisi del testo di Francesco Petrarca

Di Redazione Studenti.

Or che 'l cielo et la terra e 'l vento tace: analisi, parafrasi, commento del testo contenuto nel Canzoniere di Francesco Petrarca

OR CHE 'L CIELO ET LA TERRA E 'L VENTO TACE

Or che 'l cielo et la terra e 'l vento tace è tratto dal Canzoniere di Francesco Petrarca
Or che 'l cielo et la terra e 'l vento tace è tratto dal Canzoniere di Francesco Petrarca — Fonte: getty-images

Or che ‘l ciel e la terra e ‘l vento tace è un sonetto del Canzoniere di Francesco Petrarca, dove l’autore mostra la sua interiorità attraverso la poesia.

La maggior parte dell’opera è d’argomento amoroso (tratta specificamente l’innamoramento per Laura), ma saltuariamente vengono sviluppati anche i temi morale, religioso e politico.

Tale sonetto, tuttavia, è l’unico del “Canzoniere” ad essere caratterizzato dalla presenza della parola “guerra” (tutt’altro che comune nel lessico petrarchesco) all’inizio del settimo verso, tematica generale del testo.

Questa poesia è piuttosto diversa rispetto ad altre. Ad esempio, in Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, Petrarca confessa gli errori commessi in passato, chiedendo perdono e pietà; in Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, et ‘l anno glorifica il giorno dell’innamoramento per Laura; mentre in Chiare, fresche et dolci acque evoca, affidandosi al potere della memoria, l’immagine della donna amata in forme stilizzate.

Lo scopo di questo sonetto è, comunque, la rappresentazione poetica dell’animo umano in preda ad opposte passioni, che si devono realizzare mediante l’adozione di uno stile piuttosto concitato, che l’autore contrappone ad altri più calmi e temperati.

Tale stile si esprime attraverso una frenetica agitazione che traspare dai versi.

Dal punto di vista strutturale, la composizione è formata completamente da endecasillabi ed è divisa in due parti, che corrispondono rispettivamente alle due quartine (protasi), con rime incrociate, ed alle due terzine (apodosi), con rime ripetute.

La prima quartina dipinge una natura in pace, dove l’uso del polisindeto “Or che ‘l ciel e la terra e ‘l vento tace / e le fere e gli augelli il sonno affrena” contribuisce a creare un ritmo pacato e tranquillo.

Qui, le parole chiave sono “notte”, che viene personificata e posta accanto all’allegoria del carro stellato, e “sonno”.

Ma anche altri termini lessicali sono fondamentali: “tace”, “affrena”, e “giace” sono alcuni dei principali esempi, che acquistano particolare evidenza per il fatto di essere posti alla fine verso e, conseguentemente, acquisiscono importanza dal punto di vista ritmico.

L’abbondante presenza di termini che si riferiscono ad una natura dormiente (“ciel”, “terra”, “vento”, “fere”, “augelli”, “carro stellato”, e “mar”) evidenziano un descrittivismo non consueto in Petrarca, che ci aiuta ad immergerci il più possibile in una situazione di calma esteriore che contrasta fortemente con l’inquietudine interiore del poeta.

Tuttavia, anche se apparentemente immobile, questa prima parte della composizione si presta ad alcune interessanti considerazioni.

I versi sono separati mediante pause, presenti anche all’interno dei versi, coincidenti generalmente con gli emistichi. Si evidenzia anche l'isolamento delle parole “Or” e “notte”, che, in tal modo, assumono un’importanza espressiva molto particolare.

Un’altra separazione, appena accennata, si ha dopo la parola “terra”, tramite l’eliminazione della sinalefe fra questa e la parola successiva.

Ogni verso è pausato in modo differente dagli altri. Il poeta è molto attento a compensare le pause più lunghe con quelle più brevi e viceversa.

Nel secondo verso troviamo un’altra breve interruzione dopo la parola “augelli”, anche qui con eliminazione della sinalefe e la conseguente divisione del verso in due frammenti.

OR CHE 'L CIELO ET LA TERRA E 'L VENTO TACE: ANALISI DEL TESTO

Nel terzo verso, la parola chiave è “notte”, messa in evidenza dalle due pause che la isolano dal contesto.

Nella seconda quartina, si passa dalla descrizione della quiete esteriore al malessere interiore del poeta (dalla natura in pace allo spirito in guerra).

Nel sonetto ciò è chiaramente espresso dall’asindeto “vegghio, penso, ardo, piango…” che, a ben guardare, comporta una progressione ascendente, un crescendo di tensione fino alla parola “ardo” per poi stemperarsi sulla parola successiva (“piango”).

La seconda proposizione presenta un enjambement fra il quinto ed il sesto verso (da notare l’ossimoro “dolce pena”); mentre il procedere per contrasti, o meglio per antitesi, rimarcato dalle posizioni strategiche delle parole “guerra” e “pace”, rispettivamente all’inizio del settimo verso ed alla fine del successivo. Si tratta di un chiasmo.

Il verso “guerra è il mio stato, d’ira e di duol piena”, anche dal punto di vista ritmico, rappresenta lo stile concitato di questa parte del sonetto.

Il verso “e sol di lei pensando ho qualche pace”, invece, viene diviso nettamente in due parti (sempre in corrispondenza della sinalefe) e la frase ha un andamento particolare (ascendente verso “pensando” e discendente su “pace”).

La seconda parte della poesia corrisponde invece alle due terzine, e ha una struttura se possibile ancora più complessa.

Le antitesi presenti nel testo (“il dolce e l’amaro” da una parte, e “mi risana e punge” dall’altra) sono in relazione ad “una chiara fonte viva” ed a “una man sola”.

I forti contrasti presenti nell’animo del poeta sono quindi riconducibili ad una sola causa: l’amore infelice per colei che “sempre m’è innanzi”.

La parola chiave è “move”, e tende a rendere poeticamente l’immagine di questo movimento incessante, faticoso, tendente verso l’alto.

La fine del sonetto, invece, è contraddistinta dal termine “mille”, già presente due volte nel verso attraverso un’anafora, e dall’antitesi “moro – nasco”.

Dal punto di vista contenutistico, Petrarca dice sostanzialmente che, al contrario della quiete della natura, sta vivendo un acceso dualismo interiore.

Il poeta dice di vegliare, pensare, ardere e piangere davanti alla sua “dolce pena”, una pena d’amore.

Il suo è uno stato d’animo di guerra, d’ira e di dolore, che si placa soltanto quando pensa alla sua amata, Laura.

Petrarca conclude affermando di morire e nascere mille volte al giorno, tanto è variabile e precaria, a causa dell’innamoramento, la sua salute.

Ascolta su Spreaker.

OR CHE 'L CIELO ET LA TERRA E 'L VENTO TACE: COMMENTO

Ciò che colpisce di questa poesia è il fatto che in essa siano descritti sentimenti e angosce comuni a tutti in quanto esseri umani.

Ad esempio, tormentati da un qualcosa cerchiamo la solitudine per rifuggire dagli sguardi e celare la nostra personale fragilità (come spiega Petrarca in “Solo et pensoso li più deserti campi”), oppure, perduta una persona cara, ci sentiamo crollare il mondo addosso e capiamo che nella vita tutto è destinato a non durare (“La via fugge e non s’arresta un’ora”).

Si tratta di sentimenti comuni a tutti gli uomini, senza tempo, senza età. Sono espressi però l’abilità unica che solo un grande letterato può avere. Ed è proprio attraverso questi contenuti che il sonetto appare interessante: l’autore rivela la sua debolezza e fragilità, e ci permette finalmente di inquadrarlo non come un “monumento”, o una pura immagine storica, ma come un essere umano vicinissimo al nostro modo di essere, al nostro mondo, e alla nostra anima.